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L'omicidio Zicchieri tra antifascismo di massa e violenza d'avanguardia


di Valerio Cutonilli

A pochi giorni dalla quarantasettesima ricorrenza, voglio raccontare una storia demenziale di cui non sentirete parlare in quei meravigliosi documentari televisivi ricchi di primi piani. A dire il vero, la si potrebbe leggere comodamente in qualche faldone disperso nell’archivio storico del tribunale di Roma. Ma la ricerca paziente, si sa, non è molto amata da mitomani, intervistatori seriali, complottisti e manichei da social o da democrazia terminale.
La nostra storia inizia nell’ottobre 1975, nelle strade affollate di Tiburtino Terzo. I ragazzi del Fronte della Gioventù osano organizzare un volantinaggio in una zona abitata da “sottoproletari”. Parlano addirittura di battaglie sociali. Un affronto per le formazioni militanti che amministrano l’antifascismo in periferia. I neri della sezione di via Gattamelata meritano una lezione. Anzi una “punizione”, come leggerà durante una perquisizione qualche sbirro un po’ distratto sul bordo di una cartellina gonfia di ritagli di giornale. Meticolosa custodia di uno squallido burocrate della rivoluzione, sbeffeggiato dai suoi stessi compagni per essersela fatta addosso durante un’azione facile facile.
Dopo l’increscioso volantinaggio, scattano riunioni e assemblee per discutere dei gravi fatti di Tiburtino Terzo. Ci sono quelli di Lotta Continua e di Servire il Popolo. C’è il Cococen, acronimo terrificante del comitato comunista centocelle. Ci sono gli “autonomi” legati a via dei Volsci. Si concerta una manifestazione di piazza contro la provocazione fascista. Ma c’è anche chi lavora nell’ombra e coltiva un progetto più ambizioso. All’insaputa degli altri. Seguire l’esempio dei compagni di Torino e Milano che operano già in clandestinità. Propagandare la lotta armata come pratica necessaria per l’affermazione delle esigenze del proletariato. Nel caso specifico rappresentate dall’antifascismo militante.
Il giorno prima della manifestazione a Tiburtino Terzo, prevista per sabato 29 ottobre, si tiene un incontro organizzativo al Cococen. La mattina successiva i militanti devono intervenire nelle assemblee di scuola per invitare gli studenti al grande raduno del pomeriggio. Le istruzioni sono chiare. Nessuno dovrà spostarsi dal concentramento a Tiburtino Terzo. La manifestazione antifascista riesce. L’affluenza è buona e l’estrema sinistra si conferma padrona della piazza.
Nel frattempo quelli che lavorano nell’ombra passano ai fatti. Alcuni ascoltano le radio della polizia. Altri fanno il palo. Tre “coraggiosi” arrivano davanti la sezione missina di via Gattamelata a bordo di una Fiat 128. Due impugnano i fucili a canna mozza tanto cari alla mafia siciliana. Hanno già controllato e sanno di trovare i fasci. Speravano in prede migliori, a dire il vero. Ma la sorte ha offerto in dono solo tre ragazzini. Va bene tutto in fondo per chi spara ai simboli e a non agli esseri umani. Mario ha 16 anni e fa così paura che i suoi camerati lo chiamano “Cremino”. Marchetto è ancora più piccolo e ha la bellezza di 15 anni. Poi c’è Claudio, quel piccoletto di fegato che sarà miracolosamente risparmiato dalla raffica di proiettili. L’autista non da l’impressione di essere una grande testa. Ma almeno lascia pensare che resterà coerente anche quando arriveranno le brutte. Quello che ammazza “Cremino” invece ha la faccia di uno pronto a vendersi alle guardie una volta che la sua rivoluzione dovrà proseguire dentro un carcere speciale. Quello che ferisce Marchetto poi te lo immagini in giro a Centocelle, sempre in compagnia di qualche “sola” locale da quattro soldi.
Fatto sta che “Cremino” ci lascia la pelle. Il futuro venduto ha mirato bene. Bastano pochi secondi per consegnare alla famiglia un dramma senza fine. Marchetto invece si salva per miracolo. Il poliziotto che accorre per primo nella scena del crimine gli frena l’emorragia stringendogli alla gamba sanguinante la fondina della pistola. Riuscirà a crescere con la schiena dritta, inseguito per decenni dai fantasmi di quel pomeriggio. Sino alla morte giunta per un male incurabile. Soffriva molto perchè lo stato (quello che non merita la s maiuscola) gli aveva rifiutato la medaglia che spetta alle vittime del terrorismo. All'epoca dell'attentato era troppo piccolo per vedersi riconosciuto lo status di obiettivo politico. Nella prossima vita avrà forse l'accortezza di farsi sparare in età adulta.
Domenica 30 ottobre 1975 i sovversivi di Roma Sud non fanno festa. Sono stipati nei locali angusti del Cococen per commentare il pomeriggio di lotta e di sangue. Gli uomini della segreteria vogliono godersi le riflessioni dei giovani sul capolavoro operativo del giorno prima. L’antifascismo praticato a due livelli, in perfetta sincronia e coordinazione. Sono i minuti in cui l’assassinio di via Gattamelata si rivela per quello che è. Un crimine demenziale. La rivoluzione dei ragazzi è ancora qualcosa di abbastanza pulito. Qualcuno magari poi si perderà. Altri torneranno nei ranghi. Ci sarà persino chi farà in tempo a sporcarsi le mani di sangue e a pentirsi sulla pelle degli altri. Ma l’orrore è ancora lontano. La lotta è contro le ingiustizie sociali. La battaglia è per le autoriduzioni. Ammazzare a freddo un ragazzino inerme, no. Non è roba da comunisti. Ammazzare a freddo un ragazzino inerme è il male. E se è male sicuramente lo hanno fatto i fascisti. Sì, sono stati i fascisti. D’altronde lo scrive qualcuno sui giornali per bene. Una faida. L’omicidio di “Cremino” è solo una sporca faida tra fascisti. Gli uomini della segreteria ascoltano increduli. Schiumano rabbia. Si chiedono come si possa essere così stupidi. Qualcuno perde le staffe. La “punizione” Zicchieri è stata un fallimento completo. La discussione viene troncata dal capetto con l'aria del professorino che spiega a quel branco di sprovveduti che l’azione di via Gattamelata è stato un momento importante di antifascismo. Un messaggio rivoluzionario proprio per loro ingrati. Nei mesi successivi il Cococen inizierà a mostrare le prime crepe. Qualcuno sarà accusato di “frazionismo”. Ma questa inizia a diventare un’altra storia.
“Cremino” crepa per questo. Per la demenza di qualche stratega da operetta. Fine assurda, per nulla dissimile da quella occorsa a ragazzi di sinistra. Nemici sulla carta ma fratelli nella tragedia. Come Walter, ucciso durante un fronteggiamento a distanza. O Roberto che ci lascia la pelle perché chi lo uccide ha trovato il centro sociale chiuso e necessita urgentemente di un ripiego. O Ivo, colpevole di leggere la pagina dei cinema sulla bacheca di partito sbagliata. Non sono un buonista. Credo che per le proprie idee si debba in caso anche accettare di morire. Ma la macelleria romana degli anni ’70, rossa o nera che sia, non ha alcun senso. Lo ha ancora meno l’istigazione all’odio, in forma invero assai edulcorata, a cui assistiamo in questi giorni di evidente vuoto politico. Non esiste il rischio di un ritorno agli anni di piombo. La passione ideale può degenerare solo quando esiste. Ma il pericolo che qualcuno si faccia male è sempre più concreto. Giocare con l’ingenuità dei ragazzini, usarli domani come carne da cannone, è professione ignobile, esercitata senza scrupoli da scribacchini ben retribuiti. Quelli che alla prima resa dei conti se la farebbero addosso come lo zelante archivista della “punizione” Zicchieri. Qualunque siano le vostre idee, ammesso che le abbiate, non date retta a questi individui spregevoli. 

***Pubblico qui di seguito il post di Barbara Zicchieri perchè non può restare seminascosto nella bacheca: "Caro Valerio riesci sempre a stupirmi. So quanto sei documentato e quando scrivi tu lèggiamo le vere verità. Mi fa tanto male al cuore ricordare per me è come fosse accaduto un giorno fa. I ricordi così vivi opprimono l’anima con una sofferenza tale che non può essere spiegata a parole. Grazie Valerio per il tuo bel ricordo in memoria di Mario

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