sabato 30 aprile 2016

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Giornalista terrorista, per non dimenticare...

Giornalista terrorista, per non dimenticare

venerdì 29 aprile 2016

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Afghanistan, un incidente grottesco fa strage di talebani

Afghanistan, un incidente grottesco fa strage di talebani

Fini: "La Meloni è caduta nella trappola di Salvini per togliere la leadership a Berlusconi. Marchini è competitivo"


(G.p)Con l'appoggio di Silvio Berlusconi al candidato civico Alfio Marchini cambia decisamente lo scenario politico in vista delle prossime elezioni amministrative di Roma, con un centro destra divenuto più competitivo, come sostiene l'ex presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini, nel corso di una intervista rilasciata al collega Ignazio Dessì e pubblicato sul notiziario on line di tiscali. Intervista che riportiamo fedelmente.



Con il passo indietro di Bertolaso e l’appoggio di Forza Italia ad Alfio Marchini annunciato daSilvio Berlusconi cambia completamente lo scenario delle elezioni amministrative a Roma,perché a questo punto esiste un polo di centrodestra competitivo. E’ questo il convincimento di Gianfranco Fini, ex leader di An ed ex Presidente della Camera.

Il “sacrificio” di Bertolaso e la scelta dell’ex premier sono state opportune?
“I due vanno ringraziati perché ora è possibile nella Capitale un’alternativa non populista né demagogica alla sinistra. Ed io sono certo che molti elettori che si riconoscevano in Alleanza Nazionale adesso voteranno per Marchini”.

Giorgia Meloni deve accantonare il sogno di diventare riferimento del centrodestra?
“Si rende possibile una alternativa alla sua demagogia e al suo populismo. Infatti Fratelli d’Italia è diventato una fotocopia sbiadita della Lega. E Matteo Salvini ha giocato al gatto col topo convincendo la Meloni a candidarsi, perché non voleva davvero vincere a Roma, ma togliere a Berlusconi la leadership della coalizione a livello nazionale. Non per nulla Roma ha sempre avuto riflessi al di là delle consultazioni amministrative”.

Meloni è dunque caduta in una trappola?
“Esattamente. L’ho già detto da Formigli. Giorgia non si è resa conto di cadere nella trappola del capo leghista. Poco interessava a Salvini di trionfare nella Capitale, lui si occupa più di Milano che di Roma. A Milano infatti ha accettato senza battere ciglio la candidatura di Parisi, che non è un esponente politico identitario, come ama dire lui. Mentre a Roma ha giocato tutta un’altra partita che aveva obiettivi di carattere nazionale”.

Mi pare di capire che Meloni non rappresenta quella destra che lei sognava quando ha fatto il grande strappo.
“Ho spiegato in più occasioni che quelli di Fratelli d’Italia non sono gli eredi di Alleanza Nazionale. Del resto raccolgono un terzo dei voti. A Roma in tanti mi dicevano di non sapere per chi votare, perché molti elettori di destra non si riconoscono in Meloni. Sono moderati, esponenti di centrodestra. E i contenuti portati avanti da FdI rappresentano la fotocopia esatta di quelli della Lega”.

Per esempio?
“Per esempio i temi della UE, dell’immigrazione che rischia di andare fuori controllo e dei diritti civili. La posizione di An era ben altra. Tanto che Rita Dalla Chiesa, in una manifestazione di An, non sarebbe stata fischiata e insultata”.

Cosa può fare adesso Francesco Storace?

“Storace – per come lo conosco – non credo si candiderà contro Marchini. Fin dall’inizio lui voleva trovare un minimo comune denominatore, un candidato valido con tali requisiti. Ora si comporterà come meglio crede e certamente non ha bisogno dei miei consigli. Ma se in politica c’è una logica, considererà positiva la semplificazione del quadro. Poi deciderà con i suoi sostenitori ed eventualmente con Marchini”.

Lei considera probabile un ballottaggio del Centrodestra con la Raggi del M5S o con Giachetti del Pd?
"Meglio attendere i risultati dei sondaggi, che già oggi presumibilmente verranno commissionati. La certezza è comunque, come dicevo, che il tentativo di Meloni di rappresentare la destra nella sua interezza adesso ha molte meno chance. La decisione di Berlusconi di confluire su Marchini, e – credo al 99 per cento – quella di Storace di fare altrettanto, determinano un quadro completamente diverso. Si crea una coalizione che in qualche modo può essere definita centrodestra ed un’altra di tipo radicale”.

Nella tornata elettorale il Pd risentirà del caso Campania e della questione morale che sta montando?
“E’ presumibile. Nessuno può avere la sfrontatezza di dire ora che la questione morale non riguarda – quasi a priori - un determinato partito. Temo comunque che la questione finirà per aumentare la disaffezione del cittadino nei confronti della politica. Anche se il Pd è il soggetto destinato a pagare il prezzo maggiore. In ogni caso fatti come quello campano danneggiano la credibilità di tutto un sistema e non solo del partito oggetto dell’indagine. Il che non vuol certo dire voler impedire l’indagine, non vorrei essere equivocato".

Se per ipotesi si andasse al ballottaggio tra Giachetti e la Raggi cosa succederebbe, cosa farebbe il pianeta centrodestra?
“Credo poco probabile che il ballottaggio sarà quello, ma se così fosse la destra si frantumerebbe in tre: una parte non andrebbe a votare, un’altra voterebbe Raggi e un’altra Giachetti”.

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Lega e Fratelli d’Italia il futuro è «lepenista»


(G.p)La granitica coalizione di centro destra composta da Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d'Italia Alleanza Nazionale che vedeva presenti anche partiti eredi del vecchio pentapartito come la Democrazia Cristiana per le autonomie di Gianfranco Rotondi, il Nuovo Psi dell'ex governatore della Campania Stefano Caldoro, il Partito Repubblicano Italiano di Giorgio La Malfa è un triste ricordo. Il vecchio centro destra non esiste più, è morto. A darne la triste notizie è stato Sivlio Berlusconi scegliendo, nella giornata di giovedì 28 aprile di convergere a Roma sul candidato civico Alfio Marchini, dopo aver mandato politicamente in pensione Guido Bertolaso, invece di sostenere Giorgia Meloni, leader indiscussa di Fratelli d'Italia Alleanza Nazionale.
Il collega Antonio Rapisarda, dalle colonne de Il Tempo, storico quotidiano romano, con un interessante articolo, che pubblichiamo per intero, prospetta per la Lega e per Fratelli d'Italia un futuro politico di stampo lepenista.


Lo ha annunciato Matteo Salvini a «Il Tempo» durante la presentazione della prima sede della Lega a Roma: «Il centrodestra, dopo le amministrative, come lo abbiamo conosciuto non ci sarà più: ci sarà una cosa diversa». Lo ha confermato anche Giorgia Meloni: «Il vecchio centrodestra non c’è più». E il fischio finale lo ha dato Silvio Berlusconi, scegliendo di convergere sul candidato «civico» Marchini invece che sostenere la leader di FdI. Da Roma a Roma, dal ’93 al 2016, dal sì a Fini al no a Meloni, una «cosa», i prodromi di un centrodestra, nacque e la stessa qui finisce. Al suo posto c’è chi, come Casini, auspica un rassemblement neocentrista, e chi – come i leader di Lega Nord e FdI – da tempo ha individuato nel perimetro dell’alternativa proprio a Renzi la stella polare dell’azione politica. Ma come potrebbe manifestarsi e cosa potrebbe dire questa nuova entità politica, una sorta di «Lega Nazionale» evocata da Matteo e Giorgia? Da una parte sembrerebbe essere il frutto del «posizionamento sondocratico» di gran parte delle forze politiche di opposizione rispetto ai problemi della sicurezza, dell’identità e della crisi del ceto medio europeo. Dall’altra però sembra esserci un’oggettiva capacità di dare un senso politico a questo posizionamento, non fosse altro perché in linea con il trend anti-establishment che i maggiori partiti sovranisti europei stanno determinando nei rispettivi Paesi.



DA SOLI? COERENTE CON I SOVRANISTI EUROPEI Sfatiamo un mito: in Europa non esiste il «centrodestra». In Francia il Fn di Marine Le Pen va da solo ed è apertamente un concorrente (ricambiato) dei Republicains di Sarkozy e della sinistra a cui ha sottratto la roccaforte nel Nord Pas de Calais. Stesso discorso in Austria dove il Fpo ha conquistato il 36% senza alleanze, in Inghilterra dove l’Ukip è avversario dei Conservatori di Cameron e in Germania dove Alternative fur Deutschland è altro rispetto alla Cdu. L’eventuale rottura dell’alleanza di centrodestra in Italia potrebbe manifestarsi, insomma, come un atto di coerenza dei «lepenisti» nostrani verso quei «servi della Merkel» e di avvicinamento, anche morfologico, a quell’internazionale populista che contende lo spazio ai partiti tradizionali.




IL NODO IMMIGRAZIONE Da una parte c’è il «non si scalfisca il sistema Schengen», rivendicato da Berlusconi. Dall’altra parte il «piano Orban» tradotto in Italia come un «Schengen? No grazie»: segno che sempre più distanti sono le posizioni in Europa tra chi sta nel Ppe e la galassia identitaria. La Lega da tempo cavalca la necessità di misure rigide e «nazionali» contro «l’invasione»; Fratelli d’Italia insiste sulla mancata solidarietà europea. La sostanza è la stessa: il modello Schengen, per loro, è finito.




NO ALLA NUOVA ANTROPOLOGIA Non sarà più il famoso e gaudente partito dell’«anarchia etica» ma Forza Italia resta poco incline ad avere una posizione ferma sui temi eticamente sensibili. Se questa inclinazione poteva coesistere con le altre nel momento in cui ci si divideva esclusivamente sulla natura «morale» e sull’opportunità politica di certi diritti, oggi la «nuova antropologia» (teoria gender) e i costi sociali di alcuni diritti (come il mariage pour tous in Francia) si pongono come elementi per nulla secondari nella definizione dell’asse destra-sinistra. Non a caso la piazza del «Family Day» – il più grande raduno anti-Renzi negli ultimi due anni- ha visto i due partiti sovranisti (Fdi e Lega Nord, ndr) come interlocutori privilegiati e interessati.





GIUSTIZIA: STOP (IPER)GARANTISMO
Meloni ha anticipato, dopo aver visto Raffale Cantone, che manderà gli eletti a «lezione di anti-corruzione». Salvini si è dichiarato disponibile a incontrare il presidente dell’Anm Davigo. C’è chi la chiama «svolta neo-giacobina» nel rapporto tra politica e giustizia: di certo è un passo di lato rispetto alla vulgata iper-garantista degli ultimi anni del berlusconismo. Un ritorno alle origini del trionfo, per due partiti (Lega ed Msi, poi An) che hanno visto all’alba della Seconda Repubblica – con la rottamazione giudiziaria della Prima – la grande occasione del governo; ma anche il tentativo di entrare in competizione su un argomento anticasta con il M5S.





IPOTESI DI UN «DESTRA-CENTRO
» Con la definizione di una entità sovranista a destra il quadro politico vedrebbe occupate tutte le posizioni: il Pd come partito della nazione, iI M5S come blocco giustizialista e un blocco lepenista come soggetto identitario. Meloni e Salvini, insomma, potrebbero posizionarsi su una richiesta di protezione molto sentita dall’opinione pubblica, nel momento in cui il cantiere dei moderati, come confermato da Casini, lavora per portare Renzi sempre più al «Centro». Fine del centrodestra? Non esattamente, rimane ancora un’incognita: ossia la capacità attrattiva dell’agenda di Meloni e Salvini nei confronti di personalità dell’area moderata (tra FI e i Conservatori di Fitto) che continuano a stimare possibile, seppure ammaccato, l’obiettivo di una coalizione. Da domani, rapporti di forza consolidati e con un ceto medio disilluso dalla rivoluzione liberale mancata, destinata comunque vada a essere un «destra-centro».

Verità Capitale di Alemanno "Giorgia troppo arrogante"


(G.p) Nella mattinata di giovedì 28 aprile l'ex sindaco di Roma ed ex leader della destra sociale di Alleanza Nazionale, Gianni Alemanno ha presentato il suo libro intitolato Verità Capitale Caste e segreti edito da Koinè nuove edizioni. All'evento erano presenti in sala l'ex presidente della camera dei deputati nonché ultimo segretario nazionale di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini e Francesco Storace aspirante primo cittadino di Roma per la Destra ed Azione Nazionale.
Il collega Antonio Angeli, dalle colonne de il Tempo, storico quotidiano romano, con un interessante articolo, che pubblichiamo per intero, ci racconta la prima presentazione del libro di Alemanno, occasione anche per fare il punto sulle prossime elezioni amministrative dell'urbe previste per domenica 5 giugno.



Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, ha dato alle stampe la sua verità sul tifone Mafia Capitale raccontando in un libro la sua esperienza da primo cittadino. E ha tenuto a battesimo il volume togliendosi parecchi sassolini dalle scarpe, soprattutto con la presidente del suo (ex) partito: Giorgia Meloni. Ieri mattina Alemanno ha presentato «Verità Capitale. Caste e segreti di Roma», edito da Koinè Nuove edizioni. All’evento una platea di visi conosciuti: erano presenti anche Gianfranco Fini e il candidato sindaco de La Destra, Francesco Storace che, dopo aver letto la dedica scritta da Alemanno sulla sua copia del libro, ha commentato: «Mi è scesa una lacrimuccia». All’evento interventi di Franco Bechis, vicedirettore di Libero, Gian Marco Chiocci, direttore de Il Tempo, Antonio Padellaro, presidente della società editoriale Il Fatto e Gaetano Pedullà, direttore de La Notizia e curatore della prefazione del libro. «La mia verità capitale? - ha esordito Alemanno - Innanzitutto che Roma ha problemi antichi cominciati nel 1870 e che si sono aggravati con la crisi economica, e poi che la sinistra dopo 30 anni di governo ha lasciato una pesante eredità che non soltanto ha causato il debito di bilancio, ma ci ha fatto trovare un Campidoglio veramente difficile da governare anche dal punto di vista organizzativo».

Il libro, tra retroscena, denunce e intrighi, Alemanno corregge il titolo de L’Espresso da «Capitale corrotta, nazione infetta» a «Nazione depressa, Capitale schiacciata», demolendo il «teorema fascio-mafioso dell’esistenza di un legame strutturale tra la destra romana e la criminalità organizzata dai tempi della banda della Magliana, che i media hanno cercato di sovrapporre all’inchiesta di Mafia Capitale e che l’inchiesta stessa ha smentito, portando sul banco degli imputati un 70% di imputati di sinistra a fronte di un 30% di destra». Ecco allora l’appello dell’ex sindaco: «Chiedo a chi ha lavorato con me l’onore delle armi, perché in cinque anni di amministrazione abbiamo fatto uno sforzo immane con un compito quasi impossibile. «A fronte di questo - ha continuato l’ex sindaco - il centrodestra non si è dimostrato all’altezza, non è stato unito né compatto: io ovviamente ho fatto i miei errori, ma il dato di fondo è che il centrodestra ha affrontato male questa sfida».

E a chi gli chiedeva un commento sui numerosi esponenti della sua amministrazione che si ricandideranno con Giorgia Meloni ha risposto: «Erano con me e sono tutti bravissimi e non toccati dall’inchiesta, quindi è inutile demonizzare queste persone. Quello che però deve far riflettere Giorgia Meloni è questo: se quelle persone che hanno fatto gli assessori e hanno avuto ruoli importanti nella mia amministrazione vengono ricandidati con lei, lei non se ne può uscire semplicemente dicendo: "Io Alemanno non lo conosco e con la sua amministrazione non ho nulla a che fare". Deve prendersi anche le sue responsabilità per costruire una discontinuità su un ragionamento serio e non semplicemente sulla rimozione».

E in una successiva intervista su Radio Cusano Campus Alemanno ha detto di sperare «che la Lega si sia evoluta e che la gestione di Salvini l’abbia portata ad una dimensione più nazionale. Anche se non c’è traccia di un vero e proprio salto di livello. La Lega una vera autocritica rispetto al passato non l’ha mai fatta. Nel primo articolo del suo statuto c’è ancora l’indipendenza della Padania. Salvini si vuole aprire al Centro-Sud ma non si riesce a liberare dai condizionamenti che arrivano dal Nord. Questo sicuramente è un problema per Giorgia Meloni». E ancora: «Ma il problema più grosso è che la discontinuità che Fratelli d'Italia vuole giustamente creare con il passato - ha aggiunto Alemanno - non si definisce con la cancellazione di un’analisi attenta del passato. Ognuno si deve assumere le sue responsabilità e fare gli interventi correttivi. Come ha detto Storace, da parte della Meloni non c’è stata alcuna volontà di riunire il centrodestra. Storace le ha dato la disponibilità ad appoggiarla e lei neanche gli ha risposto. È convinta di fare tutto da sola. È un atteggiamento di un’arroganza incalcolabile. Se è lepenista? La Le Pen in Francia ha come primo punto programmatico l’unità della nazione e Parigi è considerata il più grande volano per lo sviluppo. Tutto questo in Italia non avviene».

giovedì 28 aprile 2016

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Campidoglio, da Fini a Marchini: la parabola del centrodestra che muore

Campidoglio, Berlusconi suona la campana a morte del centrodestra

Giugliano in Campania, sgombero di una famiglia: insorgono Forza Nuova e la Destra



(G.p) Giugliano in Campania, popoloso comune dell'hinterland di Napoli. Una famiglia composta da una donna anziana, invalida e vedova con un figlio, disoccupato, sta per essere sgomberata dalla propria abitazione, sita in via Casacelle e mestamente attende l'arrivo dell'ufficiale giudiziario. Sul posto, però, a manifestare solidarietà all'anziana donna ed al figlio disoccupato ci sono militanti di Forza Nuova e de la Destra che vicino all'abitazione srotolano uno striscione : agli italiani la strada, ai rom la casa. Lo sfratto, che per motivi di ordine pubblico è stato rimandato, è scattato a seguito del mancato pagamento dei canoni di locazione. Lo sgombero è stato rinviato di 2 mesi e mezzo, come disposto dall'ufficiale.

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Terrorismo, così i combattenti di Allah messaggiano su Whatsapp: l'Islam futuribile

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Blitz antiterrorismo, arrestata coppia in partenza per lo jihad. Volevano portarsi i figli piccoli

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Centrodestra, il big bang nelle città: divisi in 8 su 13

(G.p) C'era una volta il centro destra, coalizione politica unita e coesa che andava dalla Lega Nord ad Alleanza Nazionale, con un leader riconosciuto ed apprezzato dal corpo elettorale come Silvio Berlusconi. Una coalizione che vedeva presenti anche partiti eredi del vecchio pentapartito come la Democrazia Cristiana per le Autonomie di Gianfranco Rotondi, del vecchio Psi come il Nuovo Psi dell'ex governatore della Campania Stefano Caldoro, il Partito Repubblicano Italiano di Giorgio LA Malfa. Ora questo centro desta non esiste più in gran parte degli oltre 1000 comuni chiamati al voto il prossimo 5 giugno. 
Il collega Carmelo Lopapa dalle colonne de la Repubblica, con un interessante articolo, che pubblichiamo per intero ci descrive la disgregazione della granitica coalizione di centro destra alle prossime elezioni amministrative.



C'ERA una volta il centrodestra. Non esiste già più in gran parte dei 1367 comuni in cui si andrà al voto il 5 giugno. Per il big bang non bisognerà aspettare l'indomani delle amministrative. Su 13 grandi capoluoghi in cui si eleggeranno sindaci e consigli - quelli più significativi con più di 100 mila abitanti - l'asse Berlusconi-Salvini-Meloni ha resistito alla rottura solo per dinamiche e accordi locali in cinque città. Ovvero nel 38,5 per cento delle piazze. Nel resto addio: l'alleanza Forza Italia - Lega - Fratelli d'Italia è già un lontano ricordo. Per non dire dei cinque grandi centri (Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna), in cui com'è stranoto l'accordo è stato raggiunto solo nel capoluogo lombardo sul nome di Stefano Parisi e la percentuale scende dunque al 20.

Ovunque, nel resto d'Italia, sul pennone sventolano gli stracci al posto dei vessilli della coalizione che fu. Gli ultimi insulti di Salvini a Berlusconi sono di queste ore ("E' un leader sotto ricatto"). Così, è un mezzo miracolo che l'alleanza abbia retto quanto meno a livello locale a Cagliari, pur dietro il civico (Piergiorgio Massidda, ex senatore forzista, sfiderà il sindaco uscente di centrosinistra Massima Zedda) a Trieste, Rimini, e Ravenna. Altrove invece è il caos. A cominciare da Bolzano, col record tutto altoatesino di sei candidati per lo più civici riconducibili in qualche modo all'area di centrodestra, col siluramento del candidato unitario che Michaela Biancofiore aveva cercato di imporre (l'avvocato Igor Janes) in quota Fi, con conseguente minaccia di abbandono del partito da parte della fedelissima berlusconiana. E sarà quello di Bolzano appunto il primo test, dato che nella provincia autonoma si andrà al voto già l'8 maggio con ballottaggio il 22. Non è da meno Latina, roccaforte della destra, dove a sfidarsi saranno ben quattro aspiranti sindaci di centrodestra: Nicola Calandrini col sostegno leghista, Alessandro Calvi per Fi, Gianni Chiarato di "Fare" e Marco Savastano per Casa Pound. Più o meno la stessa corsa ad handicap va in scena a Salerno. Dove sono già scarse le possibilità di spuntarla sul candidato di centrosinistra nella città del potente governatore Vincenzo De Luca. Fi schiera Roberto Celano ma Fratelli d'Italia rompe e candida il suo Antonio Iannone, ex vicepresidente della Provincia. Gaetano Quagliariello ha voluto mettere la sua bandiera con Gialuigi Cassandra (ex Fi ed ex Fdi) e così Mario Adinolfi, leader del "Popolo della famiglia", schierando il suo omonimo Raffaele Adinolfi.

Ma ormai la battaglia tra Forza Italia e Lega, affiancata da Fdi, è campale, soprattutto al Nord. L'ultimo strappo si è consumato a Novara. I berlusconiani si presentano con Davide Andreatta per strappare Palazzo Cabrino al centrosinistra? E Salvini prende le distanze e piazza Alessandro Canelli. Del resto, in Piemonte l'andazzo è quello. Lo strappo si è consumato già da un pezzo nella ben più pesante Torino. "Osvaldo Napoli non è un candidato competitivo" ha sentenziato il capo leghista attaccando la scelta fatta da Berlusconi e puntando (col sostegno della Meloni) sul notaio Alberto Morano, tagliandosi fuori reciprocamente di fatto dalla corsa contro l'uscente Piero Fassino. L'ordine dello strappo è invertito ma il risultato identico a Bologna. Dopo la rottura definitiva su Roma, Forza Italia ha voltato le spalle all'aspirante sindaco leghista Lucia Borgonzoni, consigliera comunale uscente, supportata anche da Fdi, per virare sul capogruppo forzista in Regione Emilia-Romagna, Galeazzo Bignami. Ma anche lì, la campagna per strappare il Comune al pd Virginio Merola si presenta proibitiva. E poi Napoli, dove invece è stata Giorgia Meloni a consumare la sua vendetta ai danni del Cavaliere candidando Marcello Taglialatela, il loro uomo di punta all'ombra del Vesuvio, proprio quando l'imprenditore Gianni Lettieri in quota forzista sembrava già designato quale candidato unitario. Enzo Rivellini, schierato dall'Msi-Destra nazionale, completa il quadro del puzzle. Col sindaco uscente Luigi de Magistris che ringrazia.

Va così da Bolzano alla punta dello stivale, del resto. Perfino nei centri più piccoli, sotto i centomila. Ad esempio a Benevento, dove Forza Italia ha schierato il candidato-icona Clemente Mastella, gli altri si sono defilati rinunciando a presentare liste, pur di non sostenerlo. Vano anche l'ultimo tavolo unitario convocato da Altero Matteoli per trovare un minimo di intesa nazionale con gli sherpa di Lega e Fdi. "E' partita l'Opa ostile di Salvini e Meloni contro Berluscomni, al di là delle sceneggiate allestite dai due su Roma - attacca Marcello Fiori, responsabile


Enti locali di Fi - Hanno voluto rompere, ma come la Le Pen in Francia, potranno pure conquistare qualche sporadica vittoria ma non governeranno mai, non vinceranno mai le politiche, senza di noi non esiste il centrodestra". E ad oggi il centrodestra non esiste già più.

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