venerdì 12 febbraio 2016

Campidoglio, Iorio come Dalla Chiesa: candidato all'insaputa

(G.p) Alfredo Iorio, responsabile della storica sede del Movimento Sociale in via Ottaviano, si candida della città eterna? Ad annunciarlo  sono i vertici del rinato movimento, la presidente Maria Antonietta Cannizzaro e il vicepresidente nonché tesoriere Francesco Belsito, il coordinatore nazionale l'onorevole Francesco Proietti Cosimi.
Alfredo Iorio, da sempre vera anima della destra capitolina, si legge in un comunicato, diffuso alla stampa, incarna la figura del primo cittadino che può risollevare le sorte di Roma Caput Mundi. Noi non siamo alla ricerca di presentatori televisivi, presenzialisti di trasmissioni Rai, oppure saltimbanchi prestati alla politica.
Ma le cose non stanno precisamente così. Alfredo Iorio infatti mette i puntini sulle i: Lavoro da tempo alla ricostruzione del Movimento sociale, senza appendici destronazionali con camerati di altre realtà e con altre storie. Nel quadro di questo percorso potrei anche, con spirito di servizio, candidarmi sindaco. Ma non ci sono ancora le condizioni.
Iorio, quindi, come Rita Dalla Chiesa, candidato suo malgrado...




giovedì 11 febbraio 2016

"Camerati, attenti". Così i neofascisti sfruttano il giorno del ricordo

(G.p) Il 10 febbraio, dal 2004, si celebra  il giorno del ricordo, dedicato alle vittime delle foibe e dell'esilio dei profughi istriani. Ignorato per decenni, trascurato dai programmi scolastici, il dramma delle foibe viene ricordato oltre che da alcune iniziative istituzionali, dai partiti, movimenti e associazioni della variegata galassia della destra identitaria, sociale e radicale, che ne fanno motivo di identità.
Il collega Michele Sasso, dalle colonne de L'Espresso, con un interessante articolo, che proponiamo per intero, sostiene la tesi, in virtù del quale, il dramma delle foibe è motivo di identità per "l'estrema destra" del terzo millennio di Casa Pound e Forza Nuova.


Il 10 febbraio, che dal 2004 è il giorno del ricordo della tragedia e dell'esilio dei profughi istriani, è una data che divide. Ignorato per decenni, trascurato dai programmi scolastici, il dramma delle foibe è oggi ricordato, oltre che da iniziative istituzionali, da gesti che scaldano i cuori all’estrema destra.
Il giorno della «memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati» è stato voluto nel 2004 dall’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, accogliendo la proposta di legge di Alleanza nazionale con la volontà di «chiudere definitivamente una pagina di dolore, con un atto di civile memoria dello Stato italiano».
Un capitolo tragico e scomodo, un gesto riparatorio fatto da chi come Ciampi nel 1943 rifiutò di aderire alla Repubblica sociale italiana per raggiungere gli alleati che risalivano la Penisola.
Dal dopoguerra il nome “foiba” perde il significato di fenomeno naturale per diventare sinonimo di strage. Le foibe sono cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo. È in quelle voragini dell'Istria che fra il 1943 e il 1947 sono stati gettati, vivi e morti, moltissimi istriani di lingua e cultura italiana. Si stima che le vittime possano essere quasi diecimila italiani.
La prima ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell'armistizio dell’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Vengono considerati “nemici del popolo” e quindi sacrificabili.

Il massacro si ripete nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia occupa Trieste, Gorizia e l’Istria. Le truppe del Maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le foibe sono fascisti, cattolici, liberal democratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini.


Una pulizia etnica per spargere terrore. Graziano Udovisi, l'unica vittima del terrore titino che riuscì ad uscire da una foiba vivo dopo immense torture e 24 ore sotto terra, raccontò la sua storia nel libro-testimonianza “Sopravvissuto alle foibe”. E' morto nel 2010, a 84 anni.
Una carneficina che testimonia l'odio politico-ideologico e la pulizia etnica voluta dal maresciallo Tito per eliminare i non comunisti. La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra la neonata Repubblica e la Jugoslavia. Ma il dramma degli istriani e dei dalmati non finisce. Nel febbraio del 1947 Roma ratifica il trattato di pace che pone fine alla Seconda guerra mondiale: l’Istria e la Dalmazia vengono cedute.
Con quella firma trecentocinquantamila persone si trasformano in esuli. Scappano dal terrore, non hanno nulla, sono bocche da sfamare che non trovano in patria una grande accoglienza. La sinistra italiana li ignora: non suscita solidarietà chi sta fuggendo da un paese comunista alleato di Mosca, in cui si è realizzato il sogno del socialismo reale. La vicinanza ideologica con Tito è, del resto, la ragione per cui il Partito comunista non affronta il dramma, appena concluso, degli infoibati. Ma non è solo il Pci del leader Palmiro Togliatti a lasciar cadere l'argomento nel disinteresse.
Come ricorda lo storico Giovanni Sabbatucci: «La stessa classe dirigente democristiana considera i profughi dalmati cittadini di “serie B” e non approfondisce la tragedia delle foibe. I neofascisti, d'altra parte, non si mostrano particolarmente propensi a raccontare cosa avvenne alla fine della seconda guerra mondiale nei territori istriani. Fra il 1943 e il 1945 quelle terre sono state sotto l'occupazione nazista, in pratica sono state annesse al Reich tedesco».

Un silenzio intorno a questo dramma, che fa tutt’uno con la sconfitta italiana. Nel 1991 si alza il velo: quando i triestini si mobilitano contro il passaggio delle unità corazzate dell’esercito federale jugoslavo che dalla Slovenia devono tornare verso la Serbia, sfruttando il porto giuliano. E riaprendo ferite e ricordi ancora vivi di chi ha avuto fratelli, amici e concittadini finiti nelle foibe per mano di quello stesse divise.

«Il silenzio intorno alle foibe è durato troppo a lungo e ha dato l’occasione per una forte polemica e allo stesso tempo creando terreno fertile ad una strumentalizzazione», sottolinea Simona Colarizi, docente di storia contemporanea alla Sapienza di Roma: «Da anni l’estrema destra sta cercando una legittimazione del fascismo di Salò, inseguendo il falso mito di italiani brava gente, ma non va dimenticato che la politica di “fascistizzazione” di quei territori del Friuli Venezia Giulia è stata brutale con una reazione altrettanto brutale. Il che non giustifica assolutamente le fobie».

Napoli: saltano le primarie di centro destra, rimane in campo solo Rivellini

di Giuseppe Parente

Anarchia, caos, disorganizzazione, pressapochismo regnano sovrani in casa destra, a Napoli, a poco più di 4 mesi dalla data prevista per le elezioni amministrative. Chi pensava che le primarie, anche nel centro destra, fossero una panacea per tutti i mali è rimasto profondamente deluso. 

Infatti non ci saranno. In campo, di fatto, c'è solo Enzo Rivellini, ex europarlamentare di Forza Italia, segretario regionale dei Popolari per l'Italia, mentre Marcello Taglialatela, deputato di Fratelli d'Italia Alleanza Nazionale, anche se aveva già scaldato i motori, facendosi anche immortalare con una bozza del suo manifesto elettorale, aspettava una benedizione da Roma che non è arrivata, per cui, nel più facile dei modi, si è sfilato.
Così ieri al tavolo delle regole per le ipotetiche primarie del centro destra Fratelli d'Italia non c'era.
Rivellini invece ha ribadito la sua candidatura a sindaco della terza città d'Italia, vista l'assenza di potenziali sfidanti del centro destra, oggi si confronterà con Antonio Bassolino, candidato alle primarie per la coalizione di centro sinistra.
Rivellini ha inoltre rivolto un appello a tutti gli elettori napoletani, che non sono di sinistra e che non vogliono rinunciare al voto, a sostenere la sua candidatura a sindaco ed il suo progetto politico per il rilancio di Napoli.
A sostenere la sua candidatura a sindaco, ci sarà Napoli Capitale, lista civica composta da professionisti ed esponenti di associazioni civiche, Azione Nazionale, partito composto dai cosiddetti quarantenni, sconfitti nell'ultima assemblea della Fondazione Alleanza Nazionale, guidati dal consigliere Andrea Santoro, Salvatore Ronghi, dirigente sindacale dell'Ugl ed ex consigliere regionale di An, Pietro Diodato ed infine, niente poco di meno che, la Lega Sud, capitanata da Gianfranco Vestuto.
L'assenza di esponenti politici di Fratelli d'Italia, al tavolo per definire le regole di queste ipotetiche primarie, secondo Andrea Santoro, costituisce un errore politico, ancor più grave se compiuto da chi come Fdi sventola la bandiera delle primarie solo a scopo mediatico, ma in realtà non ci crede.
Mentre l'assenza di Forza Italia e di Gianni Lettieri era prevedibile per non dire scontata, visto che sin dall'inizio non avevano entrambi nessuna voglia di partecipare alle primarie.
Il progetto politico di Rivellini va avanti, con coraggio e dedizione, perchè con l'attuale scenario politico, la partita su Napoli è ancora tutta da giocare e nulla è scontato, tutto può succedere.
Chi vivrà, vedrà.

mercoledì 10 febbraio 2016

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Adriano Tilgher: «Si superi la dicotomia destra-sinistra»


(G.p)Il collega Carlo Catteneo dalle colonne di Lettera 43 intervista, a tutto tondo, Adriano Tilgher, già presidente di Avanguardia Nazionale, incarcerato per ricostruzione del Partito Nazionale Fascista, ha subito la vergogna dell'accusa più infamante : quella di essere uno stragista. Infatti, il suo nome compare nelle carte del processo dell'Italicus e della stazione di Bologna. Sempre assolto con formula piena, ed anche risarcito dallo stato per l'ingiusta detenzione.
Ora Adriano Tilgher è il segretario nazionale del Fronte Nazionale, rivendica con orgoglio la sua storia di militante politico rivoluzionario, ricorda con passione Valle Giulia e la Rivolta di Reggio Calabria, riconoscendo come suo unico errore politico, il ritenere il Movimento Sociale Italiano suo partito politico di riferimento.



«LA DESTRA HA DATO PESSIMA PROVA DI SÉ». Con Lettera43.it parla a tutto campo con toni forti dell’attualità politica: «La destra e il centrodestra», dice, «hanno dato una prova pessima di sé in questi 20 anni in cui hanno governato, non solo a livello nazionale, ma anche a livello di istituzioni locali. Ritengo questo guazzabuglio un fenomeno politico finito».
Parla dei nuovi nazionalismi, del fallimento del capitalismo, dell’immigrazione, di Mafia Capitale, delle prossime amministrative e delle unioni civili.
Senza dimenticare gli Anni 70 e il suo movimento, il Fronte Nazionale. 

DOMANDA. A Milano si sono riunite le destre europee raccolte sotto la denominazione Enf (Europe of Nations and Freedom). Perché il Fronte non ha partecipato?
RISPOSTA. Per due motivi. Il primo: perché loro rappresentano delle realtà elettive che noi non abbiamo ancora. Il secondo è che non siamo euroscettici. Noi crediamo nell’Europa. Non, però, in questo tipo di Europa. Ciò che esiste, e conta, è solo una banca che, di europeo, porta solo il nome e null’altro. Il parlamento europeo non conta nulla, è solo il cimitero dei trombati di quelli nazionali.
D. Quando parla d’inconsistenza del “governo” europeo fa riferimento anche ai tragici fatti di Parigi?
R.
 Certo. Quando i burocrati devono imporci la loro esistenza, grazie a leggi economiche capestro, vedi il fiscal compact, mostrano i muscoli del ricatto. Tuttavia, davanti ai tragici fatti che hanno macchiato col sangue il cuore dell’Europa, al posto di una risposta forte e unitaria, abbiamo visto che ogni Paese è andato per i fatti propri. Questa è Europa?
D. Al di là del terrorismo, qual è secondo lei il problema più grave che contraddistingue questa istituzione?
R.
 Mi ricollego alla prima domanda. Per essere euroscettici, per uscire dall’euro e dal sistema che ci hanno imposto, bisogna mettere un cappello sostanziale. Uscire dallo schema liberista per entrare in quello sociale.
D. Si spieghi meglio.
R.
 Oggi esiste un sistema finanziario gestito dalle banche. I popoli vivono l’oppressione del sistema finanziario. Le banche non hanno attenzione per i ceti deboli e per i più bisognosi. Possiamo permetterci di affidare la nostra vita semplicemente ai consigli di amministrazione degli istituti di credito? No, e il caso Banca Etruria lo certifica. È qui che muore lo stato sociale. Qui si manifesta la corresponsabilità dello Stato che non crea uguali opportunità per tutti i cittadini. Le banche dialogano solo con chi ha le risorse. Noi viviamo male perché i politici, europei in testa, si sono venduti al sistema finanziario. Mi batto e mi batterò per ricostruire lo stato sociale che non è stato assistenziale, ma, ribadisco, delle pari opportunità.
D. Quindi gli Stati devono essere controllori delle risorse…
R.
 Esattamente. Pensi che già nel 1999, la trilater teorizzava non più il controllo diretto delle nazioni ma quello delle risorse energetiche e alimentari. Purtroppo, dalla caduta del comunismo, abbiamo assistito al grande scontro tra capitalismo produttivo e capitalismo finanziario. Con la vittoria di quest’ultimo. I beni fondamentali per la vita della comunità non possono essere privati, devono essere necessariamente pubblici e dello Stato. L’acqua, per esempio, non può essere privatizzata. Le comunicazioni non possono essere private. Ne deriva la sicurezza del Paese. Lo Stato deve essere tutore dell’esistenza di un popolo.
D. Che rapporti avete, se ne avete, con i principali partiti di destra identitaria in Europa?
R.
 Dialoghiamo con tutti ma non abbiamo particolari rapporti. A noi interessa comunicare con chi vuole uscire dallo schema liberista per rinforzare lo stato sociale. Una tendenza, al momento, che appartiene solo al Front National di Marine Le Pen.
D. E la Lega?
R.
 In quel partito vedo molta confusione. Al loro interno sono presenti forti rappresentanze liberiste. Poi, si tratta di un partito che deve ancora chiarire l’aspetto nazionale che pare animare questa fase. Una novità assoluta rispetto al recentissimo passato. Osserviamo con attenzione questo cambiamento.
D. Parliamo d’immigrazione…
R.
 È il vero problema avvertito dai cittadini. Questo non significa cacciare gli immigrati. Anch’io, ovviamente, piango quando vedo donne e bambini morire durante questi viaggi della speranza e della disperazione. Chi è il criminale che non piange? Purtroppo, i criminali veri sono quelli che consentono questo traffico di esseri umani.
D. Ovvero?
R. L’Europa aveva la possibilità di farli vivere bene a casa loro. In modo dignitoso e senza sradicarli dalle loro terre. Invece, ha preferito lucrarci sopra. Il caso di Mafia Capitale insegna. Esiste un business odioso sul fenomeno migratorio, capace di essere più remunerativo del traffico di droga. Ci troviamo di fronte a una nuova forma di schiavismo.
D. La politica italiana sembra attraversata da una crisi irreversibile. Anche per colpa del centrodestra…
R.
 Dico immediatamente una cosa: la destra, e il centrodestra, hanno dato una prova pessima di sé in questi 20 anni in cui hanno governato, non solo a livello nazionale, ma anche a livello di istituzioni locali. Ritengo questo guazzabuglio un fenomeno politico finito. Sinistra e destra hanno finto di farsi la guerra. Ci hanno regalato i peggiori governi di questa Repubblica.
D. Di quali governi parla?
R. Monti, Letta e ora Renzi. Su Monti erano tutti insieme appassionatamente, con esclusione della Lega, a votare il fiscal compact e il pareggio di bilancio. Il 90% di quella classe politica non sapeva nemmeno cosa fosse il fiscal compact. Vanno cacciati tutti. Il Fronte nazionale va oltre la dicotomia destra-sinistra. Noi stiamo con gli italiani e con chi vuole ridare un futuro a una nazione che altri stanno svendendo. Che mi frega di essere di destra o di sinistra? Sono per l’Italia e per gli italiani.
D. Tilgher, chiarisca questo aspetto: ma lei è di destra o di sinistra?
R.
 Se si guardano i valori, i contenuti, l’identità sono sicuramente un uomo di destra. Se si analizzano gli aspetti legati al sociale, le battaglie per il lavoro, le battaglie per l’occupazione sono certamente un uomo di sinistra.
D. In Senato si vota sulle unioni civili. Qual è la sua posizione?
R.
 La tutela della famiglia nasce dalla continuità della comunità, così come inserito chiaramente nella nostra Costituzione. La famiglia rappresenta un progetto di vita per il futuro. Tutto il resto non è progetto di vita.
D. Quindi?
R. Sono contrario, fortemente contrario, all’adozione di bambini da parte di coppie gay. Per quale motivo profondo dovrebbero farlo? Perché devo tutelare per legge delle pulsioni sessuali tra persone dello stesso sesso? Se avessi una pulsione sessuale verso le pecore sarei forse tutelato?
D. Non le sembra un po’ forte come paragone?
R.
 No. In camera da letto, ognuno può e deve fare quello che vuole perché riguarda la sfera intima. I diritti sono un’altra cosa. Il codice civile è più che sufficiente e non deve contemplare l’unione tra due persone dello stesso sesso perché la sacralità del matrimonio nasce per la continuità delle specie e le persone più deboli che sono i figli. Spiegatemi come fa una coppia omosessuale a mettere al mondo dei figli? Solo commettendo dei “reati” all’estero? E i diritti dei bambini, ne vogliamo parlare?
D. Elezioni amministrative a Milano. Sala ha vinto le primarie. Facciamo il gioco della torre: chi avrebbe gettato tra lui, Balzani, Majorino e Iannetta?
R.
 Mi fa una domanda difficile ma, visto che l’abbiamo messa in forma di gioco, le dico che certamente butterei Sala. Un signore che rappresenta solo una nomenclatura di affaristi. Detto questo, una gomitata anche agli altri la darei. E sa perché? Il miglior candidato per il centrosinistra sarei io (ride ndr). Tornando seri, entro febbraio presenterò i candidati del Fronte sia a Roma sia a Milano. Su Roma, poi, potrebbe esserci una grande sorpresa…
D. Ora che è passata la tempesta, con polemiche annesse, può spiegare come è andata la vicenda del sostegno a Vincenzo De Luca in Campania?
R.
 La verità è questa. Come segretario del movimento, ho lasciato liberi i responsabili locali del partito. L’unica mia indicazione è stata quella di non utilizzare il nome del Fronte Nazionale. Motivo per cui, De Leo, segretario provinciale a Caserta, si è candidato in una lista civica di centrodestra (Campania in rete, ndr) schierata a favore di De Luca. Una premessa...
D. Prego.
R. De Luca è diventato sindaco di Salerno per due legislature, sempre per il Pd, ma con l’appoggio di molti elettori e sostenitori di centrodestra. Il governatore campano ha fatto delle cose importanti. Non ha consentito, per esempio, che i rom si fermassero a Salerno, ha contingentato l’accesso in città di extracomunitari. Insomma, ha agito a favore della città. De Luca in Campania rappresenta ciò che Emiliano è in Puglia. Cioè, la rottura tra destra e sinistra. Uomini che dialogano e non biechi esponenti di partito.
D. Un'ultima cosa: non cambierebbe nulla del suo passato? C’è qualcosa di cui si è pentito? 
R. Rivendico la nobiltà e la grandezza della mia storia. Rifarei tutto quello che ho fatto. In primis, le grandi battaglie di Valle Giulia e la rivolta di Reggio Calabria. Noi eravamo presenti a fianco del popolo. Riconosco un unico, grande, errore politico.
D. Quale?
R. Considerare il Msi il nostro partito di riferimento. Tornando alla domanda, sono stati gli anni più belli della mia vita. Avanguardia Nazionale (1970-75) è stata un’esperienza esaltante. Ha impedito, la prego di credermi, la deriva terroristica dei nostri appartenenti. È stato proprio lo scioglimento dei gruppi extraparlamentari, a destra come a sinistra, a regalare il terrorismo al Paese. Proprio quello che voleva una parte dello Stato. Con i risultati che conosciamo.

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Belsito, il lupo solitario: quando da solo uccise Perucci - L'alter-Ugo

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Una figura unica nella storia degli anni di piombo

Foibe: CasaPound Padova intitola una via a Norma Cossetto

(G.-p)In occasione della giornata del ricordo dei martiri delle Foibe e degli esuli istriani e dalmati, i militanti di Casa Pound Italia, a Padova, hanno voluto intitolare una strada cittadina a Norma Crosetto, studentessa barbaramente uccisa e seviziata dai partigiani jugoslavi nel 1943.
A darne notizia è l'agenzia Adn Kronos con il seguente lancio d'agenzia che riportiamo interamente.


Questa notte, in occasione del 10 febbraio, giornata del Ricordo dei martiri delle Foibe e degli esuli istriani e dalmati, i militanti di CasaPound Padova hanno intitolato a Norma Cossetto, studentessa italiana d’Istria barbaramente uccisa e seviziata dai partigiani jugoslavi nel 1943 nei pressi della foiba di Villa Surani, il passaggio aperto di recente al traffico davanti alla stazione. All’inizio e alla fine della via sono state affisse due targhe recanti il nome della studentessa. "Abbiamo voluto dedicare questo passaggio aperto da poco al traffico alla nostra connazionale, affinché la sua memoria venga tenuta viva e affinché quella tragedia che fu la pulizia etnica perpetrata ai danni degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia, non venga dimenticata", sottolinea Casapound Padova."Questo passaggio non ha ancora un nome e quindi l’azione vuole essere anche una proposta nei confronti dell’amministrazione comunale. Norma Cossetto è l’emblema delle terribili violenze vissute da molti nostri connazionali a causa della furia dei partigiani titini, e il suo legame con la nostra città è particolarmente forte, poiché lei era una studentessa dell’ateneo patavino”, spiega Casapound.

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La passione civile di Magazzino 18



(G.p)Ha superato le 200 repliche, il musical di Simone Cristicchi "Magazzino 18" che ha contribuito a far conoscere agli italiani il dramma dell'esodo giuliano-dalmata.
Il riuscito spettacolo è diventato un Dvd ed i suoi autori Jan Bernas e Simone Cristicchi sono stati insigniti del premio Norma Crosetto dal Comitato 10 Febbraio.
Emanuele Merlino, in esclusiva per i lettori di Storia in rete intervista il cantautore romano.
Intervista che pubblichiamo per intero.


Sinergia fra storia e musica. Divulgazione pop come primo passo per spingere il pubblico a interessarsi del proprio passato. Questi sono gli obiettivi che Simone Cristicchi e Jan Bernas hanno raggiunto con il loro fortunato spettacolo Magazzino 18.

Hai appena ricevuto il premio dedicato a Norma Crosetto. Nel tuo spettacolo hai dato ampio risalto a questa figura. Che ha significato per te?

E' stato un grande onore ricevere quel premio, intitolato a Norma Crosetto. Attraverso il teatro ho cercato di restituire dignità alle vittime innocenti inghiottite dai grandi uragani della Storia. Norma è una di questi, e la sua storia è divenuta simbolo del martirio degli italiani dell'Istria. Ad un certo momento della narrazione, proiettiamo sul fondale del palco una sua foto, con un sorriso stupendo: quel sorriso è uno schiaffo a chi ha voluto che si dimenticasse la sua storia.

Sei divenuto simbolo di una storia negata. Sono stati più i pro o i contro? Il pubblico ti ha premiato, altri invece ti hanno ostacolato. Chi ha cercato più di altri di metterti i bastoni tra le ruote? Cosa ti ha colpito di più di questi tentativi?

Pur non essendo un trattato di Storia Contemporanea "Magazzino 18" nasce come un' opera di divulgazione ed educazione alla memoria, e non certo per rinfocolare vecchie ideologie condannate dalla Storia. Racconto l'esodo degli italiani, attraverso la musica, le immagini, la narrazione e la poesia. Ecco perché nessuno è riuscito a boicottarlo veramente. Oltre ad aver ricevuto una marea di riconoscimenti e premi, ha superato le 200 repliche ed è stato visto da più di 100 mila spettatori. Per il teatro italiano degli ultimi anni è stata una vera anomalia.
Senza contare la trasmissione dello spettacolo su Rai 1 vista da un milione e mezzo di telespettatori. Io sono felice di aver contribuito a rendere omaggio a tutta quella gente che pensava di essere dimenticata.

Magazzino 18 ha avuto un successo che forse nemmeno tu ti aspettavi. A cosa è dovuto, a tuo avviso ? Di fronte al dilagare della Tv spazzatura, il significato di Magazzino 17 può significare che il pubblico italiano ha ancora fame di qualità e di teatro civile?

Il successo di uno spettacolo, più che da operazione di marketing, è creato quasi sempre da un inarrestabile passaparola del pubblico.  Il pubblico in questo ha giocato un ruolo fondamentale. Quando ho avuto l'idea di raccontare a teatro questa vicenda, non avrei mai pensato a questo tour trionfale, con standing ovation ad ogni replica, in ogni angolo del  Paese. Forse è stata proprio l'invenzione del musical civile, la chiave, il linguaggio giusto per farlo entrare in una storia, cosi intricata e dolorosa, eppure ricca di rimandi all'attualità, non ultimi i grandi esodi a cui stiamo assistendo. Credo che il pubblico italiano abbia voglia di tornare in teatro ad interrogarsi e commuoversi, ad arricchirsi di pagine di storia poco divulgate come questa. E' indubbiamente un ottimo segnale.

Il tuo spettacolo si è sostituito alle mancanze della storiografia ufficiale, pur nelle ovvie diversità di fini e metodo. Ritieni che la storiografia italiana possa uscire dalle torre d'avorio delle dissertazioni accademiche e a contribuire alla formazione di una coscienza nazionale? In fin dei conti la narrazione storica è una materia scientifica in tutto il mondo anglosassone.

A ognuno il suo ruolo! Penso che lo spettacolo abbia sopperito a delle lacune di conoscenza, anche superficiale dei fatti. Per chi vuole approfondire la vicenda, ovviamente esistono centinaia di pubblicazione. Se Magazzino 18 ha avuto un merito, è solo perché ha rappresentato uno stimolo a conoscerla. In questo senso, il testo, il linguaggio teatrale scelto, la regia e la recitazione hanno contribuito non poco. Per questo abbiamo deciso di lasciare una traccia, registrando un Dvd dello spettacolo da divulgare nelle scuole. Abbiamo fatto molte repliche per gli studenti e c'è sempre stato un ottimo riscontro. Se mai, il vero scoglio sono alcuni professori ancora "ideologizzati" o poco informati, per i quali le foibe e l'esodo sono argomenti da revanscisti.... per non dire da fascisti.





martedì 9 febbraio 2016

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Damasco, kamikaze Isis al circolo della polizia: almeno 10 morti - L'alter-Ugo

Damasco, kamikaze Isis al circolo della polizia: almeno 10 morti - L'alter-Ugo

Pochi giorni di tregua e riparte l'offensiva islamista

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L’assassinio di Paolo Di Nella 33 anni fa a Roma: un crimine ancora impunito


(G.p)Ricorre oggi il trentatreesimo anniversario dell'omicidio di Paolo Di Nella, attivista missino, ucciso a 20 anni, alla fine dei tragici anni di piombo. Il giovane militante del Fronte della Gioventù, fu aggredito mentre affiggeva manifesti a Roma, la sera del 2 febbraio del 1983. Morì dopo 7 giorni di coma, il 9 febbraio del 1983. Il giorno dopo avrebbe compiuto 21 anni. Il collega Antonio Pannullo, dalle colonne de il Secolo, storico quotidiano della italica destra, con un interessante articolo, che proponiamo per intero, ci racconta la tragica morte del giovane Paolo Di Nella, con il ricordo della sua ragazza Daniela Bertani, che guidava l'auto mentre lui attaccava i manifesti e di Giulio Boffo, uno degli ultimi a vederlo.




«Aspettammo per giorni che lui riaprisse gli occhi, ma il 9 febbraio 1983, alle 20,05 il cuore di Paolo Di Nellacessò di battere». È la testimonianza di uno degli allora ragazzi del Fronte della Gioventù, che dal 2 febbraio al 9 vegliarono incessantemente nell’atrio dell’ospedale romano dove era stato ricoverato il giovane militante del FdG di via Sommacampagna dopo essere stato proditoriamente aggredito da due elementi dell’Autonomia Operaia, movimento molto attivo nel quartiere Africano della capitale e che da anni si distingueva per azioni violente nei confronti dei “fascisti” o di chi veniva ritenuto tale. Quella di Paolo Di Nella fu l’ultima morte degli anni di piombo, quegli anni in cui uccidere un fascista non era reato. Ma fu l’ultima non tanto perché per la prima volta anche le istituzioni si accorsero dell’ennesimo delitto contro un giovane missino, ma perché fu proprio il mondo missino di allora a dire basta, a rinunciare non alla giustizia ma alla vendetta: fu deciso, nel nome di Paolo, di interrompere la spirale della violenza e del sangue, in attesa che arrivasse la giustizia. Ma questa, purtroppo, invece non arrivò mai, come per altri omicidi politici precedenti, da Cecchin a Mancia, dai ragazzi di Acca Larenzia a Pistolesi, a tanti, tanti altri. Paolo, come tutti ragazzi schierati dalla sua parte politica, credeva fermamente in tutto quello che faceva: in quei giorni si stava occupando di far diventare il parco di Villa Chigi un centro sociale e culturale e i manifesti che era ad affiggere quella maledetta sera invitavano proprio a firmare la petizione. Era andato con la sua ragazza,Daniela Bertani, che guidava l’auto mentre lui scendeva e attaccava. Quella volta, purtroppo, erano solo in due ad attaccare, ma sembrava una delle solite affissioni brevi e tranquille. Come racconta Giulio Buffo, amico di Paolo e uno degli ultimi a vederlo, «il quartiere Trieste era particolare, l’Aniene era un confine naturale con le “terre nemiche”, ma anche al suo interno manteneva sacche di resistenza come l’Africano dove convivevano i resti della sezione del Pci di via Tigrè, ritrovo di elementi del servizio d’ordine del partito e della Cgil metalmeccanici, e il comitato di lotta africano, vicino all’autonomia; mentre villa Ada era luogo di ritrovo per tribù nomadi di compagni che ci passavano interi pomeriggi. L’agibilità politica del quartiere era stata conquistata a caro prezzo: Francesco Cecchin nel ‘79, accoltellamenti, agguati fuori scuola, bombe sotto casa, ma la presenza di gruppi attivistici di diversi gruppi aveva, non solo retto l’assalto, ma, lentamente, ripulito il quartiere». Insomma Paolo, esile, chiuso, capelli lunghi come molti, «mischiava rock, musica alternativa e Baglioni; politicamente era totalmente intransigente, tradizionalista e ambientalista, insomma, era pronto per la sua personale guerra santa. Un militante perfetto per gestire il passaggio dal vecchio Fronte, chiuso a difesa della città assediata, al nuovo Fronte aperto e protagonista del nuovo corso che avrebbe cambiato l’Italia».
L’aggressione a Paolo Di Nella fu improvvisa e alle spalle


Mentre Paolo e Daniela affiggono, due ragazzi in motorino passano più volte osservando con insistenza, altri due erano a piedi a piazza Gondar, in fondo a viale Libia, presso la fermata dell’autobus. Mentre Paolo sta attaccando di fronte a Motta, ossia dove oggi è la scritta in suo ricordo, i due ragazzi, uno con un piumino blu l’altro rosso, gli arrivano alle spalle e colpiscono Paolo con un oggetto contundente, pesante, devastante. Poi fuggono. Paolo è disorientato, si sciacqua la testa alla fontanella, fa giurare a Daniela di non dire nulla a nessuno, si fa riportare a casa. I manifesti erano stati tutti strappati. Durante la notte i genitori si accorgono che il ragazzo aveva qualcosa che non andava: non dorme, ha la nausea, i vestiti sono sporchi di sangue. Arriva l’ambulanza che lo porta al Policlinico Umberto I, dove Paolo entra in coma. Operato d’urgenza per un grosso ematoma, ha l’osso temporale sfondato. Il giorno dopo Daniela racconta cosa è successo e i giovani, increduli, corrono all’ospedale dove veglieranno per giorni e notti nella più totale disperazione. In quella settimana furono effettuate affissioni per denunciare l’accaduto, fu fatto un corteo per il quartiere, assemblee nelle scuole, ma a nessuno sembrava gliene fregasse qualcosa: al Giulio Cesare si arrivò a confermare il diktat che uccidere un fascista non è reato. Il 5 febbraio, improvvisamente, la polizia sgomberò la sala d’attesa dell’ospedale, e poco dopo fu chiaro il perché: era arrivato, inaspettato, il presidente della Repubblica Sandro Pertini, che con uno dei gesti impulsivi per cui era famoso, aveva deciso di andare a trovare quel ventenne che stava morendo. I ragazzi erano tutti nel cortile, ma una di loro, una delle militanti più attive, Marina, si lancia sulle scale e intercetta Pertini; il servizio d’ordine prova a fermarla ma è lo stesso presidente che ordina di lasciarla passare. Marina urla in faccia al vecchio partigiano: «Questo è il frutto dell’odio che avete alimentato per quarant’anni! Ci stanno ammazzando tutti!». Pertini la guarda in faccia, resta a capo chino in silenzio, le posa una mano sulla spalla e si allontana. Il suo gesto ebbe più valore di mille discorsi: alla visita del presidente seguì quella del sindaco comunista di Roma, Ugo Vetere, il telegramma di solidarietà alla famiglia da parte di Enrico Berlinguer, allora segretario del più grande partito comunista d’occidente, e un articolo come quello scritto da Giuliano Ferrara su Repubblica: «… Se questo ragazzo scelse di dirsi fascista e concepì per la sua vita futura di vivere da fascista, ebbene, aveva il diritto di scegliere e di vivere così».
Il Fronte: «Con Paolo Di Nella è morto un combattente»


Ancora il ricordo di Giulio: «Dieci febbraio 1983, ore 5,00. Camera mortuaria del Policlinico. Il corpo di Paolo è avvolto in un sudario bianco, stretto in vita da una sottile fettuccia che mette in risalto la figura sottile e slanciata, distesa e quasi inarcata in una compostezza scultorea. Il volto, chiuso e concentrato in una intensità sconvolgente, rivela ancora il soffio di vita che lo animava fino a poche ore prima. Un giglio bianco infilato nella fettuccia – omaggio di una infermiera che aveva saputo che proprio quel giorno Paolo avrebbe compiuto vent’anni – sigilla una immagine di incredibile purezza». Il Fronte emise di lì a poco questo comunicato: “Con Paolo di Nella è morto un combattente per il proprio popolo, un nazional-rivoluzionario. Nessuno si permetta di offendere questo martire con inutili isterismi: l’unica vendetta è continuare la sua lotta contro il sistema che lo ha assassinato”. Ciò mise la parola fine agli anni di piombo. Al suo funerale, quando la bara avvolta nella bandiera con la croce celtica uscì dalla chiesa di piazza Verbano, a migliaia salutarono Paolo Di Nella col braccio teso. Il volantino di rivendicazione dell’assassinio viene ritrovato il 14 febbraio, in una cabina telefonica di piazza Gondar, a pochissimi metri da dove Paolo è stato aggredito. È firmato da Autonomia Operaia: “La soppressione di un fastidioso nemico politico rientra in un preciso programma dell’Autonomia operaia che ora si avvale della collaborazione di altri comitati” e definisce l’aggressione una “gloriosa azione politica”. L’ultimo atto della vicenda avviene nel dicembre del 2008, il papà di Paolo è morto e la famiglia ha deciso di farli riposare insieme. La bara di Paolo viene lentamente tirata fuori e appaiono ancora quei colori: il rosso, il bianco, il nero; per venticinque anni la bandiera con la celtica ha riposato insieme a Paolo. La bara di Paolo viene messa vicino a quella del padre, si stende di nuovo sopra la sua bandiera, e c’è una piccola scritta: “Caduto per la Rivoluzione”.

Fini, mossa kamikaze. Stavolta lo rifà davvero: con quali uomini ritorna


(G.p) Votare bene al Referendum per scegliere quale Repubblica, non quale Governo. Questo è il titolo, di un interessante convegno, organizzato a Roma, dall'associazione culturale Libera destra, vicina all'ex presidente della Camera dei deputati nonché ultimo segretario di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini. All'incontro sono previsti interventi del professore Giuseppe Consolo, del prof Antonio Baldassarre e di esponenti politici di primo piano del centro destra quali il senatore Roberto Calderoli e gli onorevoli Raffaele Fitto, Renato Brunetta, Fabio Rampelli.
Il quotidiano Libero, con un interessante articolo, che proponiamo per intero, vede dietro l'organizzazione di un convegno culturale, su di un tema, destinato ad occupare spazio importante nella agenda politica italiana, un possibile ritorno di Gianfranco Fini in politica, con un nobile obiettivo da perseguire, la rifondazione della destra.



Una nuova minaccia incombe sulla politica italiana: domani alle 17 l'associazione Liberadestra ha organizzato un convegno a Roma in vista del referendum di ottobre sulla riforma costituzionale. Il nome dell'associazione potrebbe dire poco, ma la memoria dovrebbe tornare se ricordiamo che Liberadestra è l'associazione di Gianfranco Fini, convinto a tornare in politica sull'onda del dibattito, tutto da fare, sul voto previsto per ottobre. "Non sfugge che si tratta di un tema importante - scrive Fini nella lettera di invito che qualche fortunato ha ricevuto, riportata dal Tempo - e destinato a occupare l'agenda politica dei prossimi mesi, che il centrodestra deve affrontare consapevole della rilevanza che esso ha specie dopo la decisione di Renzi di considerarlo un passaggio decisivo addirittura per la sua carriera politica". Per buona parte dei militanti di destra, scrive Antonio Angeli, Fini era e resterà il "traditore" che ha fatto sbriciolare la destra italiana, per qualche altro è pur sempre quello che ha sdoganato il Movimento sociale italiano, portando fino ai banchi del governo. L'elemento chiaro ai più è l'obiettivo di Fini si è messo in testa con il suo convegno: rifondare la destra italiana. Resta da capire a questo punto con chi: "Forse con Gianni Alemanno - scrive il Tempo - che sta lavorando alla 'sua' An, Azione nazionale. C'è chi dice che nel progetto potrebbe esserci anche Francesco Storace, anche se i più smaliziati sostengono che quello che si è rotto tra i due non c'è colla che lo possa riparare. Certamente - conclude Angeli - tutto a spese della futura mamma Giorgia Meloni, i due non si sono mai potuti vedere. Ma Giorgia un partito ce l'ha. Gianfranco, ancora lo deve trovare".

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