giovedì 5 marzo 2015

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Le amicizie imbarazzanti di Tosi e la sua voglia matta di mettersi in proprio

Se n'è accorto anche "La Repubblica" che il primo a sdoganare i fascisti nella Lega è il moderato Tosi, che ora si accinge a dar vita a una sua formazione funzionale all'egemonia berlusconiana del centrodestra, con tanto di servizio e fotogallery. Intanto vediamo che sta succedendo nella Liga Veneta semicommissariata
di Giuseppe Parente
E’ davvero singolare il destino di Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona.  Il suo peggiore nemico è la Lega. Da sempre. Ora, salvo sorpresa, è pronto a mollarla. Non ne può più, queste le parole confidate ad un suo fedelissimo fan.
Nella giornata di martedì  3 marzo è volato a Roma, per incontrare Angelino Alfano, per comprendere se un centro destra vero, senza l’innaturale accozzaglia salvinina, composta da una strana alleanza tra leghisti, terroni, fascisti sia possibile. D’altronde bisogna aspettare solamente il 10 maggio, anche per sapere se sarà una alleanza solo elettorale, in vista delle prossime elezioni regionali, oppure altro.
Flavio Tosi, pur avendo partecipato alla manifestazione di sabato 28 febbraio a Roma, da semplice e disciplinato militante leghista, ha incassato nella giornata di lunedì il commissariamento in Veneto, un ulteriore torto da aggiungere a quelli subiti nel passato. Come nel 2012, quando ottenne la conferma alla guida del comune di Verona con il 57% dei consensi dei cittadini scaligeri. In quell’occasione Umberto Bossi, intimò a Flavio Tosi di non presentare la sua lista civica o sarebbe stato espulso dalla Lega. Minacce che rimasero tali, in quanto l’ottimo Tosi non solo presentò la sua lista  “ Per Verona Tosi Sindaco” ma con questa civica prese il 37% dei voti mentre la Lega rimase ferma al 10%. Dopo appena un mese, dal trionfo di Verona, Flavio Tosi divenne segretario della Liga Veneta. E non erano i tempi d’oro della Lega, anzi…erano quelli dei diamanti di Belsito e della laurea in Albania, di quel finissimo intellettuale del terzo millennio che corrisponde al nome di Renzo Bossi, detto il trota.
La Lega Nord era ai minimi storici, naufragata in un mare di scandali, davvero infiniti. Cosi nei mesi che precedono le elezioni europee del 25 maggio 2014, nella Lega si parla esclusivamente in relazione a qualche guaio giudiziario di qualche esponente.  I vertici del partito chiedono a Flavio Tosi di candidarsi alle Europee per mero spirito di servizio. Da eccellente soldato politico lo fa.  Ed anche in quest’occasione fa il pieno di preferenze. Risulta essere il più votato in Veneto, forte del consenso di 83 mila elettori superato solamente da Alessandra Moretti, candidata renziana del Partito Democratico, capace di conquistare ben 130 mila preferenze.
Tosi è l’uomo d’oro della Lega. Lo sanno anche l’ex ministero Roberto Maroni e l’attuale segretario nazionale Matteo Salvini, tanto è vero che stilarono un piano per scalare il centro destra con una fondazione denominata Ricostruiamo l’Italia, il cui candidato premier era Flavio Tosi. 
Il sindaco di Verona  insieme all’ex ministro della gioventù Giorgia Meloni erano candidati ad ipotetiche e mai realizzate primarie del centro destra per la scelta del candidato premier. Poi è successo che il Matteo padano ha scoperto la televisione e nel talent show che è diventata l’italica politica è stato “nominato” nei sondaggi.
Salvini, ad un partito privo di fondi, ha tolto gran parte dell’identità storica. La secessione è ormai solo un ricordo, i terroni sono diventati potenziali amici ed elettori e persino i fascisti che nel passato volevano andare a prendere, casa per casa, sono diventati simpatici ed infine la “destra” di Casa Pound è una preziosa alleata. Cose che capitano nel carroccio, da quando è segretario Matteo Salvini,  nuovo leader dell’italica destra ed aspirante candidato premier per la coalizione di centro destra.
Ora Flavio Tosi non ne può davvero più. Lo ha confidato ad alcuni suoi collaboratori e lo dirà ai dirigenti della Liga Veneta, con cui deciderà come reagire alla sfida lanciata da Salvini. Perché il problema è Matteo, non la candidatura di Luca Zaia alla guida della regione Veneto.  Lo scontro interno,  ad detta di addetti ai lavori, sarebbe nato perché Salvini non ha rispettato i patti, decidendo di essere lui il candidato premier ed invece di parlarne con i massimi dirigenti del partito ha messo in mezzo Zaia, dando vita ad una caciara in salsa veneta.

Ora Flavio Tosi sta valutando, con il massimo scrupolo, cosa fare e dove andare e gli spiace che le conseguenze potrebbe pagarle esclusivamente Luca Zaia,  ma sono problemi di Zaia. Chi vivrà, vedrà.

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Quel "nazista di Stefano Sutti" ovvero un'occasione persa per riflettere sulle matrici culturali del fascioleghismo

Dopo l’estrema destra di Casa Pound in piazza a Roma , il convegno filo-Russia a Milano con l’avvocato neonazista. L’appuntamento con il governatore lombardo Roberto Maroni e il segretario della Lega Nord Matteo Salvini è per venerdì 6 marzo all’Hotel dei Cavalieri per il convegno “Russia Crimea. Due grandi opportunità per le nostre imprese”. Tra i relatori ecco spuntare l’avvocato Stefano Sutti, esperto dei rapporti commerciali con quell’area e autore, con lo pseudonimo di Stefano Vaj, del pamphlet razzista “Per l'autodifesa etnica totale”. La scoperta è di Sinistra Ecologia e Libertà della Lombardia che attacca: «Sutti-Vaj, il cui logo dello studio è quello delle SS, è anche il segretario nazionale di un movimento pagano-transumanista, una forma di superomismo di nazista memoria e collaboratore di due riviste di estrema destra. Chiediamo a Maroni se, dopo aver amoreggiato con omofobi e preti pedofili, ha deciso di sostenere e andare a braccetto con i nazisti di casa nostra?».

Stefano Sutti nazista? L'avvocato titolare di uno dei venti studi più accorsati di Italia? Ma non diciamo sciocchezze. 
Peccato, perché invece il convegno sull'amicizia lombardo-russa poteva essere una buona occasione per riflettere sulle matrici di quello che è ormai classificato e noto come "fascioleghismo" e che ha avuto tra i suoi incubatori esperienze di confine tra destra radicale e Nouvelle Droite (alla francese) come Orion o Terra Insubre. Se all'Espresso e negli altri giornali che hanno rilanciato l'allarme rosso si fossero presi la briga di sfogliare lo straordinario lavoro di Matteo Luca Andriola su Nuova Destra populismo e pensiero di Alain De Benoist si sarebbero resi conto che dietro il boom di Salvini c'è un più che ventennale lavorio di elaborazione, di costruzioni di piccole reti, di circolazione di idee in cui l'alter ego dell'avvocato Sutti, l'intellettuale Stefano Vaj ha rappresentato una sorta di Giovanni Battista. Un impegno facilmente tracciabile: riportare alla ribalta alcuni elementi cardinali del pensiero neodestro originale, espunti dalla vulgata buonista e rassicurante elaborata da Marco Tarchi e dai suoi sodali, costruendo un circuito che riaprisse il confronto tra destra radicale, nuova destra e populismo identitario. L'insieme (inteso in senso matematico) di questi elaborati costituisce oggi il brodo di cultura di cui si alimenta il "mostro" fascioleghista... Evidentemente il becerume del Buonanno di turno è più comodo e rassicurante rispetto alla fatica di attrezzarsi per una battaglia culturale contro il populismo del terzo millennio. E quindi, vai con la fatwa...
La fregnaccia più grossa, però, è la natura nazista del transumanismo, il movimento culturale di cui Vaj è esponente di spicco. Un movimento che nasce come progetto utopico negli anni '50, dalla fervida mente di Julien Huxley, un genetista fratello del più noto Aldous, primo direttore generale dell'Unesco, un umanista critico da sinistra del dogmatismo stalinista. Un movimento che evolve negli anni '70 verso una visione più individualista, ma comunque saldamente ancorata all'idea umanista che i progressi di scienza e tecnica consentiranno agli uomini di attingere una superiore condizione postumana, il che è esattamente l'opposto della visione ciclica e regressiva del tradizionalismo fascista che ha egemonizzato culturalmente la destra radicale italiana nel secolo breve. 
PS: Il convegno è stato rinviato per sopraggiunti impegni della delegazione governativa russa


lunedì 2 marzo 2015

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Camerati e rugbisti uniti nel ricordo di Maurizio "Roccia" Magro

In quel casino degli anni '70 poteva capitare che uno molto buono, molto mite, un pezzo di pane come si dice a Roma, però alto e con due spalle così, finisse per diventare l'icona del picchiatore, anche perché ogni volta che c'era un ragazzone grosso in piazza denunciavano lui. Si salvò da cose peggiori – le inchieste più aggressive, la latitanza – perché giocava a rugby e a un certo punto lo chiamarono in America, che allora era ancora un'avventura e non l'ordinarietà dei viaggi tutto compreso. Poi tornò e si spostò a Rovigo, sempre col rugby, e quando non ci fu più un ingaggio riapparve a Roma, ai campi dell'Acqua Acetosa, un po' sorvegliante un po' amico di tutti, e tutti gli davano una mano per affetto. «Ciao Roccia, come va?». «Eddài, non chiamarmi Roccia». Lo ripeteva ogni volta, nel tentativo inutile di levarsi di dosso il soprannome dei vent'anni. E' morto ieri a Roma, si chiamava Maurizio Magro.

Così Flavia Perina ricorda "Roccia", il picchiatore per antonomasia nella Roma degli anni '70. A rileggere l'archivio storico dell'Unità Maurizio Magro era uno degli attivisti più noti: e infatti il suo nome ritorna in numerosi episodi di aggressioni davanti alle scuole di Roma Nord, nei dossier sulla violenza neofascista, nel maxi-processo della Balduina, scaturito dall'omicidio di Walter Rossi, che vede alla sbarra 27 camerati, accusati di numerosi episodi di scontri e pestaggi. Il fior fior dell'attivismo di strada con molti che poi saranno protagonisti a vario titolo degli anni di piombo: da Mancia ai fratelli Bragaglia, da Aronica a Insabato, da Scarano a Orlandini, All'escalation successiva "Roccia" effettivamente si sottrae e infatti dalla fine del 1977 scompaiono le sue tracce nella implacabile memoria del quotidiano comunista. E quindi sì, ci viene più facile credere che gli sia stata attribuita - come sostiene la sua amica del tempo che fu - qualche cattiveria che non ha commesso, ma proprio buono come il pane, beh, "Roccia" non lo era. Almeno a prendere per buona la testimonianza di un ex pischello della Fgci, che la stessa Perina lealmente riporta:
 Pace all'anima sua ma era così buono e mite Roccia che ancora me lo ricordo tentare di sfondare con un'accetta la porta del circolo Fgci di Piazza Verdi (di cui ero segretario) difeso da quattro diciassettenni (tra cui il sottoscritto). Ogni tanto lo incontravo a Piazza della Balduina e non potevo fare a meno di ricordare quando stavo per essere "accettato" da lui.... Ma, si sa, erano anni strani. 
 Un ritratto più realistico ma altrettanto affettuoso lo offre Antonio Pannullo, che racconta sul Secolo d'Italia i funerali e tutta la sua storia: 
Ha ragione Claudio Barbaro, storico attivista della sezione Balduina del Movimento Sociale Italiano, che ha scritto un bellissimo articolo sul Tempo sulla prematura scomparsa di Maurizio Magro, militante famosissimo negli anni Settanta a Roma: oggi la martoriata destra romana è ancora più sola. Ma Maurizione è riuscito ancora una volta a riunire tutti i vecchi attivisti degli anni di piombo nella chiesta Pio X di piazza della Balduina dove, in centinaia, sono accorsi a dargli l’estremo saluto. C’erano praticamente tutti i missini di Roma Nord dove Maurizio viveva e faceva politica. Ma non solo. C’erano i suoi tanti amici, fratelli, rugbysti dellaLazio Rugby 1927: ex giocatori, giocatori, dirigenti, tutti insieme per salutare quel formidabile pilone che ha giocato per anni in serie A approdando anche alla Nazionale. Queste erano le due passioni di quella persona eccezionale che era Maurizio Magro, un colosso alto due metri e con dei muscoli da far paura: il rugby e la politica. Quest’ultima, dalla parte “difficile”, in quegli anni Settanta in cui chi la pensava come lui era emarginato, perseguitato, colpito dall’intolleranza delle sinistre estreme e ignorato dalle istituzioni, tutte, naturalmente, antifasciste. Ma Maurizio non si tirò mai indietro, né in campo né per strada. Come ha scritto qualcuno, giocare con lui era rassicurante. E aggiungerei che anche fare attivismo con lui era rassicurante. In campo come per strada, lui era il pilone che sosteneva, spingeva, resisteva, e alla fine aveva sempre una parola buona o affettuosamente ironica per tutti. Maurizio era un solitario a cui piaceva stare con gli amici: sembra un controsenso, ma non è così. Amava la compagnia, amava battersi per il suo ideale, non era un chiacchierone, alle parole preferiva i fatti. La sua zona era la Balduina, dove sempre storicamente ha abitato, e frequentava quella famosissima sezione del Msi incastonata su via della Medaglie d’Oro, più vuole assaltata, incendiata, assediata, perquisita dalla polizia, i cui iscritti sono stati arrestati più volte dopo i tantissimi disordini che si verificavano. E oggi proprio la Balduina gli ha dato il suo estremo e commosso saluto a questo figlio di Roma.





domenica 1 marzo 2015

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28 febbraio/2: l'altra piazza nera, il ricordo di Mantakas e le ragioni di una contrapposizione di fondo

Saluti romani, fiaccole  il grido "Boia chi molla". Da piazza Cola di Rienzo,a Roma, alle 18 è partito il corteo dell'estrema destra per il 40esimo anniversario dalla morte di Mikis Mantakas. Lo studente in medicina iscritto al Fuan (Fronte universitario di azione nazionale) è morto il 28 febbraio del 1975 nel corso di un'aggressione armata alla storica sede del Movimento sociale italiano di via Ottaviano da parte dei movimenti antagonisti dell'epoca. Il corteo, organizzato dai militanti di via Ottaviano 9 (che non hanno preso parte al comizio di Salvini in piazza del Popolo), ha sfilato nel silenzio più assoluto lungo via Cola di Rienzo fino a piazza Risorgimento. In testa il ritratto del giovane ucciso, dietro la bandiera greca e quella dell'Mse, l'organizzazione neofascista europea. "Il tuo ricordo non permette resa", recitava lo striscione di apertura. Sul luogo dell'omicidio, all'angolo tra via Ottaviano e piazza Risorgimento, saluti romani e "boia chi molla", gridato a più riprese prima del "presente". Al termine della commemorazione, in piazza è stato affisso uno striscione in ricordo del giovane missino: "L'Europa che lotta non dimentica i suoi martiri".
Così Repubblica.it racconta l'altra "piazza nera", i militanti neofascisti che non hanno ceduto alle sirene leghiste, in quello che passerà alle cronache come il Salvini-day. Certo, fa sorridere che il giovane autore della fotonotizia parli di "movimenti antagonisti dell'epoca". Evidentemente, mancandogli le parole giuste (antifascisti militanti, militanti della sinistra rivoluzionaria, guerriglieri rossi) ricorre a quelle di oggi, finendo per cadere nell'anacronismo. Ma questa è una pinzillacchera.
La questione più interessante è un'altra. E cioè il tentativo, nei giorni scorsi, in cui la stampa mainstream convergeva nel montare l'allarme per la "marcetta su Roma", di accreditare il memorial Mantakas come un'iniziativa anti-leghista. Una contrapposizione frontale che non era nelle intenzioni degli organizzatori. Dal suo profilo facebook, una militante forzanovista, Chiara, 
l'ha spiegata così:
C'è gente che scrive che noi di FN e altri camerati domani faremo un sit-in contro Salvini e codazzo ... E piantatela de scrive cazzate no ,capisco che non sapete neanche chi è Mantakas ,ma almeno informatevi che domani saranno 40 anni dalla sua morte e Noi saremo lì per fare il presente!
In effetti la manifestazione per commemorare Mantakas è stata l'occasione per suggellare la nuova alleanza catto-fascista:
In occasione del Presente per Miki Mantakas - ha dichiarato Roberto Fiore - a 40 anni dalla sua morte, Forza Nuova e la storica sezione di Prati, capitanata da Alfredo Iorio (protagonista nel passato anche de Il Trifoglio), stringeranno ufficialmente un’alleanza politico-militante sia a Roma che nelle altre città in cui le due realtà sono entrambe presenti. L’alleanza si può descrivere come un patto di Fede e dottrina e un chiaro segnale di unità che intende dare certezze in un momento di grave confusione politico-morale e di vero pericolo per la Patria, visto l’ incedere sotto le insegne dell’ Islam fondamentalista (ma protetto dai poteri forti internazionali) della più grave minaccia all’Italia degli ultimi 70 anni. A suggello di questo patto, nel prossimo mese, si terrà una manifestazione a Roma a cui parteciperanno, insieme alle due realtà, vari esponenti di quel tipo di politica che non si adegua più ai vecchi schemi, né è interessata ad ennesime riedizioni di progetti falliti da tempo.
Non c'erano solo loro ieri, in piazza, ma anche la rete di sigle movimentiste che ruotano intorno al "vitalismo stradaiolo" di Giuliano Castellino e i vecchi militanti, da Avanguardia a Militia, che la testimonianza della "memoria nera" non la incasellano solo nei "giorni dei morti".  
Eppure, per una volta, la stampa mainstream l'aveva ingarrata, per altro senza coglierne il senso profondo. E a capire le ragioni radicali di questa contrapposizione ci aiuta un'antica militante della fascisteria di Roma Nord, Flavia Perina, che dai giorni di piazza Risorgimento e della Balduina ne ha fatta di strada:
Le coincidenze che fanno pensare, come quella dei quarant'anni di Miki il greco, lo straniero ammazzato a via Ottaviano quando si diceva "Dove è la nostra idea, là è la nostra patria", che sono oggi, 28 febbraio, e ci sarà gente che andrà a ricordarlo tornando da una piazza che non vuole stranieri e che la Patria la pensa come una riga sulla carta geografica, un confine difeso da un muro. Senza giudizi su nessuno, solo sui tempi incattiviti della crisi e il ripetersi della storia in farsa. (So che è criptico, ma va bene così).





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28 febbraio, ma chi ha vinto la sfida della piazza (oltre il Viminale)?

Un flop o un successo? Chi ha vinto la sfida della piazza (oltre il Viminale, che ha saputo gestire perfettamente una giornata che si annunciava assai perigliosa?)Il risultato politico del Salvini day fa discutere due icone della sinistra giornalistica, l'arcinoto Gad Lerner e il più raffinato (ma forte influencer nei social network) Alessandro Gilioli (aka @piovonorane, dal nome del suo blog dell'Espresso network, che rappresenta un punto di riferimento ineludibile per l'analisi di quello che si muove a sinistra del Pd, anche al livello dell'immaginario). 
 Dalle colonne della Repubblica il popolare conduttore televisivo non ha dubbi:
Il camaleonte verdenero ce l’ha fatta. Al termine della sua notevole esibizione di maschia oratoria fascioleghista condita di turpiloquio e sottolineata –lo spiega lui stesso- da un “linguaggio del corpo che è importante”, con ricambio mirato di t-shirt pro-benzinaio veneto che ha ucciso il rapinatore a favore di felpa “Marò liberi subito”, piazza del Popolo lo incorona capo di una nuova destra nazionale. Se non Duce, almeno ducetto. Glielo concede il portavoce di CasaPound, Simone Di Stefano: “Questa è la più bella piazza che io abbia mai visto a Roma. Oggi nasce un grande fronte politico che riconosce in Matteo Salvini il suo unico leader”. Stampato su uno striscione di fronte al palco, Mussolini fa il saluto romano e dice: “Salvini ti aspettavo”.

E del resto la leadership di una nuova destra populista e antisistema non può che nascere in piazza, a partire da una sintesi riuscita:
La piazza leghista che si riscalda nell’attesa del gran finale, è già inebriata dall’amalgama a cui Salvini la destina: integrare al suo interno una porzione rilevante della destra romana. Li riconosci per le bandiere tricolori o per gli striscioni “Roma con Salvini”, segnali di una forza attrattiva reale esercitata su una Forza Italia in disgregazione. Per lo più sono ex missini, dallo stato d’animo un po’ interdetto.
C'è anche qualche bandiera con la croce celtica, prontamente segnalata nelle fotogallery dei liveblog. Ad essere attratti dal progetto frontista ci sono anche gli identitari di Foro 753, transfughi da tempo della destra sociale di Alemanno, con forti legami con i francesi del Bloc identitarie, i fascioleghisti d'oltrealpe.  In questo scenario l'aggressività militante di CasaPound è solo la ciliegia sulla cassata. Il n.2 del movimento, Simone Di Stefano, riconosce esplicitamente la leadership di Salvini, il capo lo "sdogana" dandogli spazio sul palco, alla faccia di tutti quegli che da settimane gli davano il tormento ("E CasaPound?"). In questo il leader della nuova destra nazionale si è confermato "uomo d'onore". Non è una problema, aveva ripetuto senza tentennamenti e un problema non è stato.
Secondo Lerner questa svolta non sarà indolore:
Precipita così nell’irrilevanza lo scontro politico veneto fra Zaia e Flavio Tosi. Qui, con la benedizione di Marine Le Pen, si annuncia la prossima cacciata del governo Renzi e l’inizio di un’offensiva continentale contro Bruxelles, figuriamoci se qualcuno si abbassa a trattare di beghe locali. In piazza, i veneti sembrano tutti convinti che alla fine Tosi si adeguerà e rientrerà nei ranghi. Ma il non detto di quella lacerazione è un sintomo: cambiare pelle alla Lega, pur nell’ebbrezza del successo, non sarà faccenda indolore. Perché da quasi tre decenni il Carroccio è composto da un delicato equilibrio di localismi, e quindi il leghismo che diventa partito nazionale snatura un modo di essere leghisti di territorio che è stato anche un patrimonio di militanza, oltre che di clientele. 
Ma il pericolo, conclude Lerner, resta forte:
Quando lo speaker alla fine grida “Siete in centomila, fatevi sentire!”, l’avrà anche sparata grossa. Ma l’energia sotterranea della destra italiana ieri si è davvero condensata in piazza del Popolo, sviluppando una capacità d’attrazione sui delusi di Forza Italia e del M5S che potrebbe dare esiti sorprendenti. Il ducetto camaleontico Salvini sospinto da una corrente reazionaria fino a Palazzo Chigi? Oggi ci appare assurdo, ma provate a contare quante volte il nostro paese si è già misurato con esiti assurdi. A Roma il fascioleghismo ha celebrato il suo battesimo ufficiale. Sottovalutarne il pericolo equivarrebbe a ignorare la storia d’Italia.
Di tutt'altro avviso Gilioli, che riflette sulla contrapposizione tra le due piazze e conclude che il vincitore del 28 febbraio è Renzi, che può dormire sogni tranquilli vista la vocazione minoritaria dei due fronti di opposizione:
Da un lato il flop di Salvini, perché di flop si è trattato; nel senso che dopo una preparazione di settimane e una quantità infinita di teaser televisivi, il capo del Carroccio non è riuscito ad andare oltre la somma aritmetica dei leghisti venuti dal nord con le camicie verdi e dei fascisti romani che ruotano attorno a Casa Pound. In sostanza, c'erano i militanti di un partito in visita e quelli di una nicchia in accoglienza. Punto, fine. Due recinti che si sono mescolati tra loro, ma che non sono usciti da se stessi. Ovviamente non è detto che andrà sempre così, ma ieri è andata così. Contemporaneamente, in un un'altra zona della città, sfilava quella che dovrebbe essere l'altra area politica anti Renzi, cioè l'opposizione di sinistra. E anche qui, le solite cerchie: militanti storici della sinistra radicale e degli antagonisti romani, uniti (di nuovo!) contro qualcuno (Salvini, nel caso) anziché per per qualcosa - e nessuna contaminazione al di fuori della propria nicchia. Ovviamente, da persona di sinistra, il flop di Salvini mi rallegra; e la marginalità identitaria dell'altro corteo mi rattrista. 

sabato 28 febbraio 2015

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28 febbraio/1 Ma perché la sinistra radicale si oppone frontalmente a Salvini che vuole mandare a casa Matteo Renzi?

Lo spettacolo si annuncia interessante, anche se molti elementi concorrono a rafforzare il senso di una minestra scaldata. Una polizia inetta e timorosa nei confronti della teppa hooligan ieri ha ritirato fuori i muscoli contro gli antifa mobilitati per il pericoloso Salvini. Giusto per riscaldare l'atmosfera, per portarla alla temperatura di un non tranquillo pomeriggio di paura. A questo scopo i diretti interessati concorrono avvitati in una coazione a ripetere degna di migliori obiettivi. E invece niente, finiscono per giocare una partita a scacchi mica male: CasaPound annuncia un presidio per stamattina alle 10 nella piazza da cui partirà qualche ora dopo il corteo #maiconsalvini e i compagni, pronti, giocano di anticipo, prima occupando ieri la chiesa di piazza del Popolo e poi tozzandosi con la polizia a piazzale Flaminio, luogo ideale per disturbare il raduno fascioleghista. Seguiremo in giornata le vicende di cronaca. Intanto proviamo a ragionare e a porci qualche domanda politica. Anzi, una, semplicissima. Perché la sinistra radicale italiana, che tanto si esalta per i successi di Tsipras e Syriza, ha scelto la strada della contrapposizione frontale all'astro nascente della nuova destra antieuro, invece di cavalcarne la tigre, in funzione dell'attacco al nemico principale che è, in questa fase, senza se e senza ma, Matteo Renzi?
Una risposta convincente ce la dà il professore Francesco Erspamer, che insegna Letteratura Italiana ad Harvard, e che, grazie alla lunghezza prospettica offerta dalla distanza, riesce a mettere a fuoco le questioni politiche essenziali con lucidità e disincanto. Ripubblico quindi la sua riflessione, ripresa dalla sua pagina facebook, come se fosse una "lettera da lontano":
Dunque Salvini si appresta a marciare su Roma con lo slogan "Renzi a casa". Che è quello che da tempo avrebbe dovuto fare e dire la sinistra: ma pazienza, già lo sapevamo che i suoi dirigenti mancano di lucidità e di coraggio e che alle piazze preferiscono i talk show, per non dire del loro attaccamento alla poltrona. Salvini, che non è particolarmente abile o intelligente però infinitamente più di loro, propone la creazione di un fronte antirenziano: e anche questa è una mossa che la sinistra avrebbe dovuto fare per prima, se invece che combattere i mulini a vento di un fascismo ormai scomparso e marginalizzato fosse stata in grado di accorgersi che oggi il suo vero e unico avversario è il neocapitalismo liberista, nemico della democrazia e dei lavoratori tanto quanto il fascismo storico o l’integralismo religioso ma in modi diversi, e molto più potente e invasivo anche se meno brutale. Così lontane sono ormai le anime belle della sinistra dalla prassi reale della lotta politica e così fedeli, più che a ideologie da tempo abbandonate, ai loro rassicuranti dogmi e pregiudizi, che neppure si accorgono che sarebbe loro interesse alimentare qualsiasi opposizione a Renzi e cercare di radicalizzarla per poi approfittarne. Strategicamente, Salvini può essere utile e comunque, visto che c’è, bisogna provare a servirsene. Capisco che non si voglia marciare insieme a lui sotto le bandiere della Lega ed è giusto che non si smetta di rimarcare le fondamentali differenze fra i suoi obiettivi e i nostri, fra la nostra ideologia e la sua; però sabato la sinistra dovrebbe o stare a guardare o, meglio, fare una manifestazione concorrente, anch’essa per mandare a casa Renzi; di certo non una manifestazione contro chi manifesterà contro Renzi. 

giovedì 26 febbraio 2015

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Gli inciuci della destra nelle primarie campane del Pd: e Paolucci sbatte la porta sdegnato


di Giuseppe Parente
Dopo solo quattro rinvii, alla fine domenica 1 marzo gli elettori campani di centro sinistra potranno liberamente votare alle primarie, indicando il loro candidato governatore alle prossime elezioni regionali previste per la fine di maggio, in 602 seggi, sparsi nelle cinque provincie. Certificato elettorale, documento di identità e contributo di due euro (per i non iscritti al partito). I candidati sono cinque, ma a lottare per la vittoria sono due: Andrea Cozzolino, eurodeputato, storico pilastro del bassolinismo e Vincenzo De Luca, sindaco decaduto di Salerno (e subito reintegrato dal Tar) già candidato governatore per la coalizione di centro sinistra alle elezioni regionale del 2010, pesantemente sconfitto dal candidato di centro destra, Stefano Caldoro.
Ed era proprio questo scontro che il gruppone anti primarie voleva impedire e superare con la candidatura di un terzo super partes individuato nella figura di Gino Nicolais. Il tentativo è miseramente fallito per cui uno dei due sarà il candidato governatore per la coalizione di centro sinistra.  Andrea Cozzolino, ad onore del vero, fu già protagonista di primarie indecenti nel 2011, per la scelta dei candidato sindaco. Un voto annullato grazie ad un cocktail davvero letale composto dai seguenti ingredienti: brogli, soccorso azzurro, eccessivo ricorso al voto di immigrati di varia etnia, inquinamento criminale.
L’incognita De Luca, al momento, sembra la più rischiosa. La sua condanna, per abuso d’ufficio, potrebbe azzopparlo subito, qualora dovesse diventare governatore della Campania, grazie agli effetti della legge Severino: ma la Serracchiani ha già annunciato che si correrà ai ripari, con un intervento di modifica della norma antisindaci. Il bacino elettorale di De Luca è la città di Salerno, la sua immensa e variegata provincia, ma sono molti i sindaci dell’avellinese e del napoletano che fanno campagna elettorale per lui.  Cozzolino gode invece dell’appoggio dei giovani turchi di Orlando e di Orfini, oltre che di una importante rete di relazioni sul territorio, come hanno dimostrato le ultime elezioni europee, dove è stato il candidato più votato a Napoli. Buon terzo posto per l’ex delfino di Fausto Bertinotti, da poco approdato nel Pd, Gennaro Migliore su cui potrebbero confluire voti di elettori tendenzialmente renziani. La cinquina degli aspiranti governatori è completata dal socialista di osservanza bassoliniana Marco Di Lello e da Nello Di Nardo, candidato dell’Italia dei valori, orfana del suo leader storico Antonio Di Pietro.
L’amara verità è un’altra. Matteo Renzi non ha fortuna con le primarie al sud, in Calabria il suo candidato ha clamorosamente perso, in Puglia ha subito lo sceriffo Emiliano e probabilmente subirà anche in Campania?
Secondo alcune indiscrezioni, provenienti da un noto politico campano del pd : negli elenchi degli elettori iscritti ci sarebbero centinaia di nomi di stranieri. Questo è il reale pericolo, per cui nella giornata di lunedì 2 marzo, uno dei due sconfitti, Cozzolino o De Luca ma anche lo stesso Renzi potrebbero chiedere l’annullamento del voto per le truppe cammellate di migranti. Uno storico elettore del pd, simpaticamente mi ha parlato di rom-dem.  La sceneggiata potrebbe essere ancora lunga, ed ha avuto una nuova puntata nella giornata di mercoledì 25 febbraio, con il clamoroso addio dell’eurodeputato Massimo Paolucci al Pd. Un addio polemico, ad alta voce, con una nota diffusa alla stampa che riporto integralmente.
 “Tutti vedono le fotografie riportate dai giornali. Tanti, navigando sulla rete, hanno "scoperto" fotografie imbarazzanti. Tanti sanno che le nostre prossime primarie saranno un replay peggiore di quelle svolte nel 2011. Tanti sanno che si va incontro a un disastro annunciato. Tanti, sanno che sotto gli occhi di tutti, si stanno spendendo montagne di soldi. Tanti sanno che sotto i nostri occhi si definiscono accordi con interi settori del centrodestra, con i protagonisti della stagione cosentiniana". 
 "Tutti, tanti, sanno ma nessuno interviene. Un clamoroso scaricabarile. Alla pochezza e alla miseria campana - continua Paolucci - si somma una sconcertante irresponsabilità del Pd nazionale, che da mesi si ostina a lasciare incancrenire una situazione divenuta ormai insostenibile. Una cosa è sostenere l'autonomia del partito locale, altro è girare la testa dall'altra parte".
"Io non posso nè voglio tacere. Non posso accettare  che il prossimo presidente della Regione Campania sia scelto con il voto determinante del centrodestra. Non posso accettare la perdita di autonomia politica del mio partito".

Accuse davvero pesanti, quelle lanciate dall’eurodeputato Massimo Paolucci che, per amore della verità, nei mesi scorsi si era battuto, come un leone, per il superamento delle primarie e per l’imposizione di un candidato unico, capace di fare sintesi, tra le diverse anime del Partito Democratico e le diverse forze del centro sinistra. Un candidato che doveva essere prima l’ex deputato di Sinistra Ecologia  e Libertà, poi “leopoldino” Gennaro Migliore, infine Gino Nicolais, ex assessore con Bassolino, poi ministro e ora presidente del Cnr. 
E del resto di ingaggi di quadri storici della destra con i contendenti del centrosinistra c'è abbondante traccia nelle polemiche di questi mesi: dal lavorio del consigliere regionale Carlo Aveta (eletto nella lista della Destra di Storace e passato al gruppo misto: vedi foto) per dare vita a una lista di supporto a De Luca al sostegno annunciato per il sindaco di Salerno di una frangia del meridionalismo radicale, quella che fa capo a Nando Dicé, 'dominus' di Insorgenza. Quanto alla "denuncia" di Paolucci, il riferimento esplicito è a imbarazzanti supporter di Cozzolino (vedi foto).

mercoledì 25 febbraio 2015

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Tosi critica Salvini su CasaPound ma dimentica tutti i suoi ingaggi con la fascisteria

Il sindaco di Verona, Flavio Tosi, ha sciolto la riserva. Per non prestare il fianco alle polemiche interne alla Lega "farà l'impossibile per esserci" alla manifestazione nazionale di Roma. Intervistato da Repubblica tv, l'oppositore di Salvini ha ribadito le sue divergenze sull'eccessiva caratterizzazione di destra della Lega, a partire dall'alleanza di CasaPound. Peccato che il primo a flirtare con l'estrema destra sia stato proprio lui, dai rapporti con La Destra e Fiamma Futura, alla scelta di designare un leader storico della scena skin come Andrea Miglioranzi, capogruppo consiliare della lista Tosi, come rappresentante del Comune all'Istituto storico della Resistenza (designazione ritirata dopo l'ovvio putiferio). Per finire con il fatto che il leader locale di CasaPound, Marcello Ruffo, è consigliere della circoscrizione del centro storico, eletto nella Lista civica per Verona, meglio nota come Lista Tosi.

lunedì 23 febbraio 2015

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Meloni-Salvini: prove tecniche di Fronte nazionale. E i dubbi di Gabriele Adinolfi

di Giuseppe Parente
Dopo mesi di immobilismo politico, condito da troppe chiacchiere e zero opposizione al governo Renzi, quel che resta dell’italica destra, orfana di Alleanza Nazionale, finalmente si smarca da Silvio Berlusconi.  L’occasione per tornare ad essere identitari e sovranisti è la grande manifestazione di piazza contro le politiche del governo Renzi, organizzata dalla Lega Nord per l’Indipendenza della Padania e dalla sua costola centro meridionale denominata Noi Con Salvini, e per questo nobile obbiettivo la destra italiana, composta da diversamente berlusconiani, riorganizza le proprie fila.
In un moneto di forte crisi economica, in un contesto politico alquanto complesso come quello italiano, nasce un ideale fronte anti Renzi composto dalla Lega Nord, da Noi Con Salvini, da Fratelli di Italia Alleanza Nazionale e da un nutrito gruppo di associazioni culturali tra cui spicca l’associazione di promozione sociale Casa Pound.
Anche se, ad onore  del vero, per molti militanti di destra sarebbe auspicabile la nascita di un fronte nazionale per l’Italia sul modello vincente francese, brillantemente guidato da Marine Le Pen. Ma come dice un antico proverbio: chi si accontenta gode, anche perché siamo di fronte ai primi passi di una svolta, ritenuta da molti militanti di destra indispensabile per eleminare ambiguità e trasformismi, contro il partico unico del politicamente corretto e per rilanciare un movimento autenticamente identitario e sovranista.
Nell’attesa che i tempi maturino per la nascita di una grande destra, Matteo Salvini, questa volta senza felpa di ordinanza, ma con semplice t-shirt riportante la scritta Renzi a casa insieme a Giorgia Meloni, segretaria nazionale di Fratelli d’Italia Alleanza Nazionale, lancia un accorato appello alle altre forze politiche: “ si unisca a noi chi vuole mandare a casa questo governo”. L’alleanza tra i due movimenti, è contro le politiche che sta portando avanti il governo Renzi, un governo definito amico dei poteri forti ed agli ordini della Merkel.
 Una alleanza che non terminerà la sera del 28 febbraio, ma andrà avanti nel tempo. Infatti il 7 marzo, a Venezia ci sarà un’altra manifestazione del fronte anti Renzi, mentre tra aprile e maggio ci sarà un grande evento politico al quale parteciperà anche Marine Le Pen.  
Questo ideale fronte anti governativo lancia poche idee ma chiare: nessuno inciucio con la sinistra, no all’immigrazione incontrollata e senza regole, no alle politiche di austerity imposte dalla troika, si alla salvaguardia degli interessi nazionali, si all’aliquota fiscale unica, si alla crescita ed allo sviluppo. Un programma politico, che potremmo definire, senza ombra di dubbio, di destra. Di non facile realizzazione in alcuni suoi punti, ma comunque ambizioso.
Dopo aver raccontato, nei giorni scorsi, ai lettori di fascinazione i dubbi e le resistenze alla “svolta a destra” di Matteo Salvini, nel profondo nord leghista, ascoltando e riportando fedelmente dichiarazioni di storici militanti ed elettori della Lega della prima ora, non posso non registrare alcune perplessità e resistenze da parte di Gabriele Adinolfi, scrittore ed intellettuale vicino a Casa Pound, che riporto integralmente.  
L'altro giorno ho criticato la scelta poco ambiziosa di Salvini di allearsi al centrosud con una manica di trombati incapacitanti, probabilmente a causa di  un'insufficiente fiducia nel proprio personale carisma. Ne è nato un dibattito non propriamente circoscritto, il quale, more solito, è andato un po' in tutte le direzioni eccetto le essenziali.  Da questo dibattito sono nati però degli spunti interessanti che vado a riprendere,  dopo aver ribadito quello che realmente ho inteso dire nell'articolo. E cioè:   
1. Salvini è il soggetto populista di oggi e non se ne può non tenere conto. Se i criteri sono politici, con lui ci si deve rapportare. Come rapportarsi dipende dalle valutazioni: sostenendolo, andandogli dietro, affiancandolo, aggredendolo in pressing, muovendosi a strappi, contrastandolo, sfidandolo: fate vobis.   
2. Il raggio di azione e di consenso di Salvini, specie dopo l'alleanza con gli elefanti del cimitero, è tra un terzo e la metà di quello berlusconiano: siamo quindi in presenza di un fenomeno minore, per quantità, qualità e portata d'azione, rispetto a Berlusconi. Ma tant'è: i falliti della destra 22 anni dopo proveranno a cavalcare l'unico cavallo che c'è.   
A questo punto ho suggerito che qualsiasi azione si compia in rapporto con Salvini (ovvero in qualsiasi dei posizionamenti più su espressi) vada incentrato sulla battaglia allo Ius Soli e  sull'immigrazione,  debba volgere alla costituzione del contropotere, non si debba far distrarre da sirene elettoralistiche tecnicamente impossibili e, soprattutto, debba qualificarsi ideologicamente perché, dicevo, bisogna fascistizzare le destre europee invece di farsi sfascistizzare da loro come invece accade.  Le destre populiste europee sono catalizzatrici di una psicologia reazionaria che, la storia insegna senza alcuna eccezione, è portatrice di fallimenti cocenti e propedeutica sempre alle accelerazioni della finanza che pure vorrebbe contestare. Lo è sempre, meno quando alla sua testa si pone una dirigenza rivoluzionaria che indirizza la psicologia a rettifica (cesarismo, bonapartismo, fascismo ecc).  Ho concluso con una provocazione dialettica, non poi così infondata: la necessità di assumere una mentalità evoleninista: ovvero idea del mondo evoliana e metodologia politica scientifica.

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Catania in crisi, strutture sociali sotto attacco dei predatori. Una riflessione del Cervantes

Ci sono coincidenze che hanno un sapore strano: a distanza di pochi giorni tre differenti luoghi animati da attività sociali diverse vengono scassinati e derubati.
In ordine cronologico: tra la notte del 4 e 5 febbraio – in un momento in cui lo Spazio Cervantes si trovava incustodito in occasione delle festività agatine- viene violato da ignoti e derubato dell’intera attrezzatura della sala prove “Riot”; nella notte del 9 febbraio un’altra associazione subisce un furto: vengono trafugati vari beni tra cui anche parte della cassa di Officina rebelde; il 16 febbraio un muro del campo San Teodoro viene sfondato, il bar depredato. Viene rubato “tutto quello che potevano rivendere” si legge nei giornali.
In poco più di una settimana, in tre diverse zone della città con peculiarità diverse, in tre luoghi adibiti a finalità diverse (forse unica cosa comune attenzione al sociale e alla città), vengono derubati. Un atto già da se infame perché a danno della comunità cittadina: con azioni più o meno discutibili, magari non condivisibili ma sicuramente rispettabili perché differenti dalla chiacchierata davanti a un caffè, queste realtà facevano e fanno qualcosa.
Non ci interessa esprimere solidarietà, ne tantomeno mettere sullo stesso piano tre realtà per natura, obiettivi e identità diverse bensì vogliamo promuovere un momento di riflessione: il problema è comune.
Se ancora qualcuno non si è reso conto, Catania è crollata in una crisi morale prima ancora che culturale ed economica senza precedenti: i valori morali, un’etica, un codice di comportamento, sono scomparsi. Non esistono più. Prendiamo spunto da azioni del genere che qualcuno scusa in quanto dettati dalla fame, per invitarvi ad aprire gli occhi e magari fare un giro nelle numerose sale da gioco presenti in città per verificare –qualora ce ne fosse bisogno- come vivono i nostri giovani. A che cosa aspirano? Al degrado.
Non c’è nessuno slancio alla bellezza, nessuna formazione di identità, nessuna voglia di riscatto. Il degrado che noi percepiamo non è certo classista. A livelli differenti ci rendiamo conto che colpisce tutti. Con responsabilità diverse ne siamo forse tutti colpevoli.
La soluzione? Siamo sicuri che non siano certo i facili slogan a cui la nostra –ahinoi- amministrazione ci ha abituati. La soluzione non può che partire da ognuno di noi –ogni singolo- che può e deve ricominciare a sentirsi l’obbligo, prima ancora che il diritto, di combattere questo nulla che avanza con la forza e l’intransigenza dell’esempio e dell’interventismo sociale.
Per chi vuole, ci vedremo in una delle nostre barricate. Forse a combattere insieme, forse da avversari. Sicuramente per la nostra città.
FONTE: Spazio Libero Cervantes

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