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lunedì 16 luglio 2018

Varese, busta con proiettili e minacce davanti alla sede della Lega

Una busta, contenente due proiettili e minacce nei confronti della Lega, è stata trovata nel pomeriggio di ieri all'ingresso della sede del partito di piazza del Podestà, a Varese. 
Lo ha comunicato il commissario della sezione, Andrea Gambini, che in una breve nota, diffusa alla stampa, ha dichiarato: " Noi non intendiamo assolutamente farci intimidire da quest'ennesimo atto di intimidazione che riceviamo.Un atto intimidatorio che vuole colpire la Lega e il nostro leader Matteo Salvini, ministro dell'Interno, che sta dimostrando giorno dopo giorno di avere a cuore l'interesse dei cittadini italiani.
 Se sono ridotti a questi meschini atti intimidatori conclude Gambini, è un segnale in più che siamo sulla strada giusta.
E di "ennesimo atto intimidatorio" parla anche Paolo Grimoldi, segretario della Lega Lombarda e deputato della Lega il quale ricorda che "un episodio analogo, nella stessa sede, era accaduto anche un anno fa" e aggiunge che "da tempo denunciamo il clima di pesante intimidazione intorno al nostro movimento in Lombardia: nell'ultimo biennio sono state aggredite e danneggiate numerose nostre sezioni in tutto il territorio lombardo, il tutto nel più totale silenzio del Pd e dalla sinistra". 
Grimoldi infine, lancia un appello a tutte le forze politiche affinché stigmatizzano questi continui episodi di violenza di cui la Lega è vittima: perché il silenzio rimbomba ed è complice di chi alla democrazia preferisce la violenza, di chi vuol fermare la battaglia per il cambiamento di un movimento democratico e pacifico come la Lega

Per costruire il polo sovranista Alemanno lancia per settembre la rete della destra diffusa

Domenica 15 luglio presso l'auditorium di via Rieti, a Roma, si è svolta l'assemblea del Movimento nazionale per la sovranità guidata dall'ex sindaco di Roma nonché leader della destra sociale in Alleanza Nazionale prima, nel Popolo delle libertà poi, formazione politica alleata alle politiche di domenica 4 marzo con la Lega 3.0 nazionalista e sovranista di Matteo Salvini.
Nel corso del suo intervento, Gianni Alemanno, segretario del Movimento nazionale per la sovranità ha annunciato ai partecipanti che, a fine settembre, insieme al cantiere aperto da Viviana Beccalossi, al Patto Federativo di Silvano Moffa, cercheremo di dare vita ad una rete della destra diffusa che offra una casa comune a tutte le persone di destra che vogliono costruire il Polo sovranista.
E' necessario, secondo Alemanno, che all'interno dello schieramento che sta prendendo forma attorno al Segretario della Lega Matteo Salvini, ci sia una forte e chiara rappresentazione della destra sociale e nazionale.
 Per questo, ricorda Alemanno, lanciamo un appello a tutti gli uomini e le donne che vengono dall'esperienza della destra per ritrovarsi in una forma organizzativa aperta che non escluda nessuno ma che permetta di superare ogni pregiudizio e chiusura, in nome della sovranità nazionale e popolare.

Spagna, in mille in piazza per dire no al trasferimento delle spoglie di Francisco Franco

Le spoglie di Francisco Franco non si toccano. Questo era il grido di battaglia di un migliaio di persone che si sono radunata sul sagrato della monumentale basilica di "Valle de los Caidos"(la valle di coloro che cadevano) situata a quasi 50 km della capitale Madrid ove riposano le sue spoglie.
La protesta si scaglia contro la decisione del nuovo governo socialista del premier Sanchez di spostare il corpo del generalissimo dal mausoleo e trasferirlo altrove.
Le persone che hanno preso parte alla sentita manifestazione contro la decisione del governo socialista hanno risposto all'appello lanciato dal Movimento per la Spagna, organizzazione politica nazionalista che ha definito ’adunata di cittadini un "pellegrinaggio nazionale" contro la riesumazione, invitando inoltre a partecipare a una messa nella Basilica del Valle per difendere che il regime di Franco "non è residuo" e che "metà della Spagna non vuole che Franco venga riesumato o la Valle dei Caduti venga profanata e derubata".
Il gruppo di nostalgici franchisti considera la decisione di riesumare il dittatore da parte del governo spagnolo come una "infamia" e ha lamentato che "per molti decenni non sono stati all'altezza del compito" di difendere Franco.
Il mausoleo ospita i corpi di circa 27.000 combattenti di Franco e di circa 10.000 oppositori repubblicani, motivo per cui Franco, che lo inaugurò il 1 ° aprile 1959, lo presentò come un luogo di "riconciliazione".
Nonostante la protesta di stamane, il premier Sanchez sembra essere convinto nel spostare i resti di Franco in un altro luogo, e ad oggi non è stata ancora resa pubblica la data ufficiale del trasferimento della tomba del tanto acclamato generale spagnolo.

domenica 15 luglio 2018

Alemanno: sostegno sovranista al governo del cambiamento Lega Cinque Stelle

Il Movimento nazionale per la sovranità si schiera, senza se e senza ma, con il governo del cambiamento Lega Movimento Cinque stelle. 
Lo afferma chiaramente Gianni Alemanno, nel corso del suo intervento all'assemblea nazionale del movimento, dal quale arriva un forte incoraggiamento a continuare sulla linea tracciata in queste prime settimane.
E' chiaro che il Governo Conte sta affrontando una sfida quotidiana con i poteri forti come per esempio la battaglia del ministro dell'interno Salvini per bloccare i flussi migratori.
Lotta, precisa Alemanno, che viene sabotata non soltanto dalle Organizzazioni non Governative ma anche da apparati istituzionali.
Anche Luigi Di Maio, ha denunciato le manovre dei funzionari per approvare un accordo di libero scambio come il CETA contrario al nostro interesse nazionale e per sabotare, ad ogni costo, il Decreto Dignità.
Per questi motivi, l'esecutivo Lega Cinque Stelle, fa sostenuto, precisa Alemanno, per realizzare la sua funzione storica e politica, creando una vera discontinuità rispetto ai poteri forti del passato.
Dopo questo governo, ne è sicuro Alemanno, nascerà attorno alla figura di Matteo Salvini un nuovo schieramento che prenderà l'eredità politico culturale del vecchio centro destra, ma è fondamentale che tutto questo avvenga dopo aver voltato pagina rispetto alle condizioni di colonia che l'Italia, nostro amato paese, ha vissuto fino ad ora.





La destra sovranista in marcia verso le elezioni europee

E' da qualche minuto iniziata, presso l'Auditorium di via Rieti 13 a Roma, l'assemblea e la direzione nazionale del Movimento nazionale per la sovranità, formazione politica guidata dall'ex sindaco di Roma, nonché leader della destra sociale, in Alleanza Nazionale prima, nel Popolo delle libertà poi, Gianni Alemanno, alleata alle scorse elezioni politiche con la Lega di Matteo Salvini. Un'occasione per tracciare un primo bilancio del lavoro del governo Lega-Movimento Cinque Stelle e per avviare una riflessione sul futuro della destra valutando, con il massimo scrupolo e la massima attenzione, nuovi progetti di aggregazione all'interno del Polo Sovranista e del centro destra.
La nostra assemblea, dichiara Gianni Alemanno, si svolge in un momento in cui possibile fare anche una prima valutazione del lavoro del governo giallo-blu ma anche nel momento di massima crisi del centrodestra tradizionale. Lanceremo dei progetti concreti e delle proposte programmatiche per rafforzare la presenza politica della destra anche in vista delle prossime elezioni europee”.
I lavori, guidati dal presidente nazionale Roberto Menia, saranno aperti di Alemanno e proseguiranno con il dibattito cui parteciperanno il senatore Claudio Barbaro, l'onorevole Silvano Moffa e altri esponenti del mondo associativo e politico della destra diffusa.

Torre Annunziata, Fratelli d'Italia attacca: la Lega stampella del Pd

La presenza della Lega in consiglio comunale, in maggioranza, alleata con il Partito Democratico a Torre Annunziata, popoloso comune di oltre 42 mila abitanti  della città metropolitana di Napoli e'diventato un caso politico di respiro regionale.
Infatti, da alcuni giorni, la Lega può contare su un nuovo rappresentante in consiglio comunale. Si chiama Mario Iovane, eletto in una lista civica di ispirazione centrista a sostegno della coalizione di centro sinistra, con sindaco Vincenzo Ascione espressione del Pd.
A rigor di logica vuol dire, caso più unico che raro, che la Lega governerà niente poco di meno con il Partito Democratico.
Una vicenda, quella della innaturale alleanza tra Lega e Partito Democratico che rischiava di passare sotto traccia, complice l'estate, il caldo afoso, i silenzi assordanti delle forze d'opposizione, Cinque Stelle compresi, se non interveniva la dottoressa Carmela Rescigno, responsabile enti locali di Fratelli d'Italia, in provincia di Napoli che in una nota, diffusa alla stampa, critica apertamente questa scelta.
 Evidentemente, serietà, coerenza e lealtà non sono valori riconosciuti nel patrimonio politico della Lega Nord”:  tuona Carmela Rescigno, in merito all'ipotesi dell'adesione al 
 al Carroccio nel Comune di Torre Annunziata del consigliere comunale Mauro Iovane. “Iovane precisa Rescigno sostiene il sindaco Vincenzo Ascione, noto esponente del Pd napoletano. La Lega si ritroverebbe così ad essere, in provincia di Napoli, la “stampella” di un’amministrazione di sinistra”. “Evidentemente il tradimento del patto con gli elettori è una costante della Lega. Visto che anche sul piano nazionale, dopo le elezioni, la Lega, conclude l'esponente del partito guidato da Giorgia Meloni,  ha preferito rompere l’alleanza con il centrodestra e andare al governo con il Movimento Cinque Stelle.

sabato 14 luglio 2018

14 luglio 1948 lo studente di destra Antonio Pallante spara a Palmiro Togliatti

Alle ore 11,45 del 14 luglio di settant'anni fa, lo studente di destra, militante del Blocco Democratico Liberal Qualunquista, gruppo di scissionisti del Fronte dell'Uomo Qualunque attenta alla vita di Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista.
Il leader comunista stava uscendo da Montecitorio, quando il giovane Pallante gli sparò 3 colpi di pistola. Erano passati 3 mesi dalle prime elezioni politiche della storia repubblicana, in cui la Democrazia Cristiana aveva sconfitto il Fronte Popolare ( alleanza politico elettorale tra comunisti e socialisti) ed il clima politico e sociale in Italia era molto teso.
 Togliatti sopravvisse, ma l’attentato ebbe comunque grosse conseguenze: in tutta Italia furono organizzati scioperi e cortei di protesta e per qualche giorno sembrò che stesse per iniziare una guerra civile, o una rivoluzione comunista. Nei giorni successivi ci furono violenti scontri tra la polizia e i manifestanti: morirono in tutto 30 persone e altre 800 furono ferite.
Pallante era uno studente di giurisprudenza fuoricorso di 24 anni. Durante la campagna elettorale per le elezioni del 18 aprile 1948 aveva militato per il Blocco Democratico Liberal Qualunquista, un piccolo partito nato da una scissione del movimento antipolitico Fronte dell’Uomo Qualunque, quello  Anni dopo, raccontando dell’attentato a Togliatti, Pallante disse che in quel periodo era animato da un «nazionalismo portato all’estremo».
Pallante acquistò una pistola e andò a Roma da Randazzo, in Sicilia, dove viveva con la famiglia, con il preciso obiettivo di uccidere Togliatti: già il 13 luglio, il giorno prima dell’attentato, aveva tentato di farsi ricevere dal segretario del PCI nella sede del partito, in via delle Botteghe Oscure. Non essendoci riuscito, era andato a Montecitorio per assistere a una seduta parlamentare, grazie a due permessi speciali ottenuti da un deputato democristiano e da uno comunista. Voleva infatti vedere dal vivo Togliatti, per assicurarsi di riconoscerlo prima di sparargli.
Quello stesso giorno il deputato socialdemocratico Carlo Andreoni, in un editoriale del quotidiano l’Umanità molto critico nei confronti di Togliatti, aveva dato al segretario del PCI del traditore e aveva scritto che la maggioranza degli italiani avrebbe dovuto avere il coraggio di «inchiodarlo al muro», «e non solo metaforicamente».
La mattina del 14 luglio, un mercoledì, Pallante si mise ad aspettare Togliatti in via della Missione, dove si trova un’uscita secondaria di Montecitorio, quella che Togliatti era solito utilizzare. Alle 11.45 Togliatti uscì dal palazzo insieme a Nilde Iotti, deputata e sua compagna. Iotti raccontò in seguito che Pallante sparò quattro colpi: dopo i primi tre Togliatti cadde a terra, e il quarto fu sparato quando già era disteso. Solo tre proiettili comunque lo colpirono: uno lo prese alla nuca, ma non gli sfondò la calotta cranica perché i proiettili non erano di buona qualità.

Ricordando Ciccio Franco leader dei boia chi molla e missino fuori dal coro

Sabato 14 luglio, in occasione del quarantottesimo anniversario della Rivolta di Reggio, il Comitato 14 luglio che raggruppa diverse associazioni culturali, movimenti e partiti che si adoperano affinché questa ricorrenza non cada nell'oblio, ha organizzato diverse iniziative per celebrare degnamente questo anniversario e per onorare anche la memoria delle cinque vittime (Bruno Labate, Angelo Campanella, Carmine Iaconis, Vincenzo Curigliano e Antonio Belotti) ed i centinaia di feriti nel corso di questa protesta.
Nella mattinata, intorno alle ore 10,30 al Monumento ai Moti di Reggio c'è stata la deposizione di una corona di fiori in memoria dei caduti a cura dell'amministrazione comunale alla stele dedicata al senatore Ciccio Franco e la deposizione di un omaggio floreale in piazzetta Martiri della Rivolta alla quale hanno partecipato militanti e simpatizzanti di partiti, movimenti politici, associazione riconducibili al variegato mondo della destra, dalla comunità di Avanguardia Nazionale, ad Azione Identitaria, passando per Fiamma Tricolore, Movimento nazionale per la sovranità.
In ricordo di Ciccio Franco, sindacalista rivoluzionario, senatore del Movimento Sociale Italiano, uno dei leader della rivolta di Reggio insieme al marchese Fefé De Zerbi pubblichiamo le pagine a lui dedicate del libro del collega Giorgio Ballario  Fuori dal Coro, di cui consigliamo una attenta ed approfondita lettura, edito da Eclettica Edizioni.


Boia chi molla è il grido di battaglia!». Uno slogan familiare, risuonato negli ultimi decenni in mille piazze d’Italia, e pure nelle curve di molti stadi, dove il tifo si è fatto sempre più politicizzato. Una frase antica, se è vero che il primo «Boia chi molla!» sarebbe stato urlato sulle barricate degli insorti della Repubblica Partenopea del 1799 e poi durante le Cinque Giornate di Milano, nel 1848; fino a giungere nelle trincee della Prima guerra mondiale, diventando motto degli arditi. Dopo il 1943 viene adottato dai militi della Rsi, per testimoniare la fedeltà all’alleato germanico; e Roberto Mieville, poi deputato dell’Msi, ricorda che lo slogan era usato anche dai prigionieri del famigerato “Fascist Criminal Camp” di Hereford, in Texas, dove vennero rinchiusi fino al 1946 i fascisti irriducibili. Eppure, malgrado una tradizione più che centenaria, il grido di ribellione resterà forse per sempre appiccicato addosso ad un uomo dall’aspetto – piccolo, tracagnotto, colpito da precoce calvizie – e dal nome tutt’altro che marziali: Ciccio Franco. Era il leader dei Moti di Reggio del 1970, il capopopolo che per otto mesi tenne in scacco il governo democristiano guidato da Emilio Colombo e la politica 90 calabrese, fino ad allora egemonizzata dal duopolio dei ras locali Giacomo Mancini (Psi) e Riccardo Misasi (Dc). Nato nel 1930, Francesco Franco detto “Ciccio”, sindacalista della Cisnal e poi deputato dell’Msi per cinque legislature, è morto stroncato da un ictus il 16 novembre del 1991. Figura discussa e controversa, per molti anni è stato considerato un personaggio fondamentale per il riscatto della politica calabrese e meridionale oppure un masaniello da strapazzo, pericolosamente contiguo al terrorismo e agli ambienti della ‘ndrangheta. Alcuni anni fa, però, il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti gli ha intitolato l’Arena dello Stretto, definendolo «Un modello per la destra di oggi» e ricordando l’episodio dei Moti come «Un’esperienza di popolo sintomatica». Parole che hanno suscitato l’ira e le proteste del centrosinistra calabrese. A quasi cinquant’anni di distanza, la Rivolta di Reggio resta ancora un avvenimento simbolo della storia d’Italia del Dopoguerra. Perché in quegli otto mesi di insurrezione di un’intera città erano – e per certi versi sono ancora – condensate tutte le contraddizioni di un sistema politico bloccato, clientelare, fondato sull’enorme potere di pochi boss politici locali (in questo caso calabresi) che influiscono sulle decisioni del governo centrale. L’insurrezione reggina è stato un episodio storico, politico e sociale tipicamente legato alla realtà della Calabria; ma al tempo stesso - in quegli anni burrascosi di terrorismo, stragi e violenza politica - si trasformò in un caso nazionale e divenne il paradigma di un intero Paese. Le premesse sono note: con l’istituzione delle Regioni, Reggio aspirava a diventare capoluogo del nascente ente amministrativo calabrese, che invece venne assegnato a Catanzaro. Pare che la decisione sia stata presa nel corso di una cena a Roma, alla quale parteciparono i “padroni” della politica calabrese: i cosentini Giacomo Mancini, segretario del Psi, e il Dc Riccardo Misasi, ministro per il Commercio con l’estero, e il catanzarese Ernesto Pucci, sottosegretario agli Interni e dirigente della Coldiretti. I tre scelsero Catanzaro come capoluogo, 91 assegnarono a Cosenza la sede universitaria e riservarono a Reggio generiche quanto fumose iniziative industriali. Che la notizia della spartizione decisa a cena sia vera o no, di fatto gli indirizzi politici nazionali sancivano una certa emarginazione della città dello Stretto, che pure era la più antica e importante della regione. All’inizio la rivolta fu un fenomeno trasversale, tant’è vero che la protesta nacque su iniziativa del sindaco democristiano Piero Battaglia con la proclamazione di uno sciopero cittadino, che ben presto sfociò nell’interruzione della linea ferroviaria, nella serrata dei negozi e nell’innalzamento di barricate. «Non fu una sommossa fascista – sostiene il giornalista Domenico Calabrò, che ha pubblicato il libro Reggio Calabria: dalla rivolta alla riconciliazione - un mese prima si votò in città e l’Msi prese appena tre consiglieri comunali, con il 5% dei voti totali. Si trattava di un’anima popolare che lottava non solo per avere il “pennacchio” del capoluogo, ma perché volevano toglierci l’unica cosa che avevamo. In quei giorni nessuno ascoltò la città e anziché dialogare mandarono i carri armati. Poi è vero che rimase solo la destra, perché gli altri partiti scapparono, dopo avere ricevuto l’ordine dai calabresi di Roma, politici come Mancini e Misasi». Renato Meduri, ex senatore di An, all’epoca era uno dei “boia chi molla” di Reggio e spiega così l’ascesa di Ciccio Franco e della destra reggina: «La verità è che quando cominciarono ad arrivare i primi ordini di comparizione scapparono tutti, soprattutto dopo il disastro ferroviario di Gioia Tauro, che secondo qualcuno venne causato da una bomba di matrice terroristica. Quando il 28 luglio 1970 i dirigenti del comitato annunciarono il proprio scioglimento, nella piazza nacque il Comitato d’Azione per Reggio capoluogo, che si riunì per la prima volta nella sede della Cisnal di cui era segretario Ciccio Franco. Fu allora che la destra prese le redini della rivolta, perché era l’unica parte politica che non aveva avuto paura della persecuzione giudiziaria». In un primo tempo il segretario missino Almirante, che tendeva 92 ad accreditarsi come uomo d’ordine, storse un po’ il naso per quella rivolta di strada che stava assumendo connotati violenti; ma ben presto il partito decise di cavalcare la rivolta, appoggiando esplicitamente i “boia chi molla” di Reggio. E forse non è un caso che alle elezioni politiche del ‘72, cioè un anno dopo la conclusione dei moti calabresi, la “fiamma” sfiorò il 9% dei consensi, il suo massimo storico. A Reggio furono otto mesi di scontri, con i carri armati in strada (le vecchie foto in bianco e nero sembrano scattate a Belfast o nella Santiago del golpe Pinochet) e la popolazione reggina dietro le barricate, a resistere in una città isolata dal resto del Paese. Una resistenza non proprio “gandhiana”: al termine si contarono sei morti e migliaia di denunce e secondo il Ministero dell’Interno tra luglio 1970 e ottobre 1972 vennero compiuti 44 attentati dinamitardi a tralicci, rotaie e stazioni ferroviarie. Ciccio Franco fu arrestato, insieme con altri leader della rivolta, e accusato di gravissimi reati, compresa la complicità in alcuni attentati ai treni in vista di una manifestazione sindacale contro i Moti di Reggio. Ma alla fine fu assolto ed eletto in Senato con una specie di plebiscito. Così lo ricorda Meduri: «Era un uomo generosissimo, che non amò mai il denaro: se aveva mille lire le divideva con tutti. Un uomo incredibile, di un coraggio inesauribile e di una cultura classica. E, soprattutto, di grandi ideali e dotato di un carisma fortissimo». La battaglia di Franco e dei “boia chi molla” non restituì a Reggio il capoluogo, ma se non altro fece “dirottare” sullo Stretto la sede del Consiglio regionale.



Rovigo, assolti i secessionisti che volevano occupare con un Tanko piazza San Marco

Il tribunale di Rovigo ha assolto tutti i secessionisti lombardo veneti che erano accusati di associazione sovversiva per aver programmato l'occupazione di piazza San Marco a Venezia a bordo di un carro armato artigianale.
Gli imputati, in origine erano 46. Per 15 era stata già pronunciata una sentenza di non luogo a procedere in udienza preliminare.
Per gli altri 31 oggi è arrivata l'assoluzione.
Nell'aprile del 2014 furono 24 i "serenissimi", tra bresciani e veneti, che vennero arrestati nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Brescia: dopo aver realizzato il carrarmato artigianale il gruppo avrebbe voluto occupare Piazza San Marco a Venezia in nome della secessione.
In sede processuale è stato modificato il capo d'accusa, diventato associazione sovversiva, e trasferito il processo a Rovigo per competenza territoriale perché il Tanko era stato realizzato in un capannone di Scodosia, nel Padovano.
A Brescia, a febbraio, era arrivata la condanna per Michele Cattaneo: due anni, senza la sospensione della pena, per associazione sovversiva. Il trentottenne bresciano aveva costruito il cannoncino poi montato sul carrarmato artigianale. Cattaneo aveva scelto il rito abbreviato.