lunedì 30 marzo 2015

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La lezione francese: tanti voti ma zero tituli. La maledizione del Front national

Dopo il primo turno delle amministrative in Francia grande è stata l'indignazione nella fascisteria per il racconto che la stampa mainstream italiana ha offerto, occultando omogeneamente il dato del Front National come primo partito. Purtroppo per loro, però, le elezioni in Francia non funzionano come il campionato di calcio ma come quello di basket, con la regular season e i play off. Non ti serve a nulla fare un sacco di punti se poi perdi i confronti diretti decisivi.
Così è stato ieri. Pur essendo arrivato in finale in circa la metà dei dipartimenti, il partito lepenista ha chiuso il "torneo" con "zero tituli". Perché ha funzionato in maniera feroce il dispositivo dell' unita repubblicana: la destra di Sarkozy ha fatto il pieno (70 vittorie su 101) perché ha potuto beneficiare del riversaggio dei voti della sinistra contro i candidati frontisti e viceversa, la sinistra ha battuto regolarmente i lepenisti perché ha goduto del supporto dell'elettorato gollista.
La crescita elettorale degli ultimi anni, favorita da un'intelligente opera di sdemonizzazione, non ha risolto il problema di fondo che ha segnato la storia del Front negli ultimi vent'anni, e cioè la sostanziale inutilità dei voti raccolti per la permanenza della conventio ad excludendum.
Non sono del tutto convinto che si possa immediatamente convertire la dinamica politica francese in italiano e non è proprio esatta la proporzione Salvini: Le Pen = Berlusconi: Sarkozy ma sicuramente il mix destra identitaria forte e aggressiva-crescente frantumazione e crisi di leadership del centrodestra rafforza l'egemonia neocentrista di Renzi.  

domenica 29 marzo 2015

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L'equo Viminale: caricati a Brescia i camerati, a Torino gli antagonisti

Botte in piazza, a destra e a sinistra. La polizia del neodemocristiano Angiolino Alfano non fa distinzioni ma equanimamente tiene a bada con le maniere forti neofascisti facinorosi e antagonisti aggressivi. Nel primo caso gli incidenti si sono verificati a Brescia (vedi foto Corriere) , dove era in programma una manifestazione di Cgil, centri sociali e associazioni in favore dei migranti che da una settimana protestano per la decisione della locale questura di negare in massa i permessi di soggiorno (circa l'80% di no). Un paio di centinaia di militanti nazionalisti hanno partecipato a un corteo alternativo promosso dal coordinamento "Brescia ai bresciani". Quando un gruppetto di una quarantina di militanti ha tentato di deviare per puntare su piazza della Loggia dov'era il concentramento pro-migranti la polizia è intervenuta con cariche di alleggerimento per impedire il contatto.


Dinamica simile a Torino, dove il corteo antagonista del cartello "Mai con Salvini" da piazza Castello ha imboccato via XX settembre per puntare verso la manifestazione del Carroccio è stato bloccato e caricato dai celerini. Due i feriti (un dimostrante e un passante che è stato travolto: vedi la foto del soccorso) otto i fermati (sei uomini e due donne). Il leader della Lega ne ha chiesto esplicitamente l'arresto:
Spero che gli 8 fermati di oggi restino in carcere qualche settimana così la prossima volta ci pensano prima di manifestare violentemente. La prossima volta che verrò a manifestare a Torino voglio poterlo fare in tranquillità, con voi e noi qui dal palco a dirci le cose che vogliamo, senza questo brutto clima. Un clima di tensione che non vorrei invece facesse comodo a qualcuno, alla sinistra, a Renzi, a Chiamparino o certi media per contrastare la Lega che sta crescendo.

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Né libri né spettacoli teatrali, contro la diffusione della cultura gay Forza Nuova in piazza a Milano e a Bologna


La chiamano "ideologia gender" e hanno fatto della lotta alla sua diffusione un tema centrale dell'agenda politica. Due le iniziative provocatorie, nel week end, promosse da Forza Nuova a Milano e a Bologna. Nel capoluogo lombardo, dopo gli avvertimenti di prefetto e questore, hanno rinunciato all'annunciato rogo di libri in piazza, che tanto scandalo aveva scatenato. Un pomeriggio ad alta tensione, comunque, in piazza Oberdan. Qui, la presenza dei militanti di Forza Nuova, che si sono limitati a distribuire il loro materiale propagandistico a favore della famiglia tradizionale, compreso un elenco di 25 libri da "mettere al rogo", ha mobilitato un centinaio di poliziotti in tenuta antisommossa per tener a distanza i trecento militanti di associazioni della comunità Lgbt e della sinistra, uniti nella contestazione dell'iniziativa. Alcuni gay e trans hanno attraversato il cordone di sicurezza per discutere al gazebo con i militanti forzanovisti. La manifestazione si è conclusa senza incidenti.
A Bologna, invece, un presidio con preghiera di riparazione per lo spettacolo "blasfemo" del Cassero è stato organizzato da Forza Nuova insieme agli cattolici integrali di Christus Rex, un circolo veneto che ha una consolidata pratica comune con il movimento nazionalrivoluzionario sul fronte della tutela della famiglia e della morale tradizionale. Due le richieste al termine del rosario recitato in latino: la chiusura dello storico circolo lgbt e il taglio dei finanziamenti pubblici per l'Arci Gay

mercoledì 18 marzo 2015

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L'ex carabiniere Manni si dissocia: ho divulgato un'ideologia aberrante, mi vergogno

Stefano Manni si dissocia. Il quarantottenne ascolano, arrestato lo scorso mese di dicembre con l'accusa di essere a capo di una presunta organizzazione terroristica di matrice fascista, dalla sua cella del carcere dove è rinchiuso, ha scritto di suo pugno una lettera definita da lui stesso una "presa di coscienza e dissociazione". Su due fogli a righe scritte in stampatello, Manni si rivolge "a tutte quelle persone che, in questi mesi hanno avuto modo di conoscere la vicenda giudiziaria" che lo vede coinvolto. "Una vicenda - scrive il quarantottenne ascolano - per la quale provo profonda vergogna". Poi, torna a ripercorrere quelle che sono state le sue azioni nel corso degli ultimi anni e che lo hanno portato dietro le sbarre con l'accusa di aver messo in atto una pericolosa attività eversiva. "Ho per mesi divulgato una ideologia aberrante - si legge nella lettera - fondata sugli ideali fascisti, del disciolto movimento politico Ordine nuovo, sulla soppressione della libertà tutelata dalla Costituzione, minacciando di usare violenza quale via di lotta politica (violenza nel concreto mai usata e che mai avrei usato), divulgando ideali razzisti". Ma, di contro, Stefano Manni sostiene di non aver mai voluto in alcun modo che quanto sostenuto si traducesse in azioni concrete. "Mi sono sempre adoperato affinché non venisse mai commessa alcuna azione concreta, ancorché banale, riuscendoci appieno. Ciò perché mai convinto intimamente di tale aberrante ideologia". Una lunga premessa per arrivare a sostenere quelle che sono le sue intenzione e che ha avuto modo di maturare in quasi tre me si di detenzione. "Da tale pensiero e da tale ideologia, fascista ed ordinovista, mi dissocio in modo fermo e deciso così come mi - in egual misura - mi dissocio da tutti coloro che hanno assunto e assumono, hanno condiviso e condividono tali posizioni, abbandonando tutti coloro che in tale deleteria ideologia si riconoscono". Prima di concludere, Manni scrive di essere convinto che non è seguendo "pericolose derive antidemocratiche" che si risolvono i problemi della nazione e, per questo motivo, esorta tutti a rifuggire le "ideologie lontane dalla legalità, dal rispetto della costituzione" ed anche a ripudiare "la violenza come forma di lotta politica e sociale, che non porta e non porterà alcun beneficio". 

FONTE: Corriere Adriatico

giovedì 12 marzo 2015

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Galmozzi: la distruzione delle targhe espressione di un antifascismo tracotante e pavido

A costo di farmi un sacco di nemici voglio tornare su quella che pare stia diventando una moda: la distruzione di targhe. Alcuni compagni hanno mosso validamente una serie di rilievi etici contro queste pratiche ma io penso che non ci sia solo questo. Nel vuoto politico e identitario sì va affermando da tempo un antifascismo sgangherato e gaglioffo, applicato a obiettivi riprovevoli e risibili, un antifa in cui la tracotanza verbale è pari solo alla pavidità pratica. Ai propositi sanguinari esibiti consegue soltanto che negli ultimi dieci anni, per dire, non ricordo una sola, una sola, sede fascista chiusa o un solo, un solo, fascista che abbia preso uno schiaffo. Anzi, ogni volta che si sono incontrati per caso i balenti antifa le hanno prese. Allora viene spontaneo un consiglio ai ragazzi del CS : una canna e una birretta e lasciate stare le cose serie.

Così Enrico Galmozzi, fondatore di Prima Linea, commenta su facebook l'episodio di Genova, il corteo antileghista nel corso del quale è stata distrutta le due targhe della strada dedicata a Ugo Venturini, il primo missino ucciso in scontri di piazza negli anni '70.
Il gesto è stato rivendicato, a mezzo social network, dal collettivo universitario Re Up: «Il perché per noi è semplicissimo - si legge sulla pagina Facebook - stiamo subendo una neutralizzazione del passato o una sua criminalizzazione volta a rendere docile una parte di storia che ha ancora molto da insegnare. Questo riguarda la lotta partigiana così come le lotte degli anni '70. Quella targa era per noi una provocazione e doveva essere tolta» .
 CasaPound ha chiesto in una nota «che la storia di Ugo Vetturini venga ricordata, e la targa riposizionata al più presto», attaccando il rettore di Genova sul fatto «che l’università continui a dare in uso una sua aula pubblica al collettivo, che si vanta di simili azioni nella totale impunità».

mercoledì 11 marzo 2015

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Salvini espelle Tosi : la Lega alla prova Veneto si spinge ai limiti dell’autolesionismo

di Giuseppe Parente
Matteo Salvini,  nuovo leader dell’italica destra ed aspirante candidato premier ad ipotetiche primarie del centro destra  espelle dalla Lega Nord per l’indipendenza della Padania, il suo più forte competitor,  Flavio Tosi, sindaco di Verona. Finisce nel peggiore dei modi l’estenuante braccio di ferro, che proseguiva già da alcuni mesi tra il leader del Carroccio ed  il sindaco scaligero nonché potente ed influente segretario della Liga Veneta Tosi.
La decisione del  comunista padano è arrivata nella tarda serata di martedì 10 marzo, alcune ore dopo l’ultimatum inflitto al sindaco di Verona, in virtù del quale o lasciava la fondazione “Ricostruiamo il paese” oppure era fuori dal Carroccio. Una pesante fatwa accompagnata dal commissariamento della Liga in Veneto e dalle imposizioni meneghine, in forza delle quali liste, candidati ed alleanze venivano decise in via esclusiva a via Bellisario. Imposizioni alle quali, per amore della verità, Tosi ha ribadito sempre alla stessa maniera :”  se non togliete il commissariamento e restituite alla Liga Veneta il diritto di decidere candidati, liste ed alleanze io sono pronto ad uscire dal partito, candidandomi anche contro l’attuale governatore regionale il leghista Luca Zaia.
Per evitare di consegnare il Veneto al centro sinistra, la diplomazia leghista si è mossa, ricevendo dal sindaco scaligero solo dei no, costringendo quindi Matteo Salvini ad espellere dalla Lega  Flavio Tosi, anche in considerazione del fatto che non si può lavorare ad un progetto ed a un movimento alternativo alla Lega alimentando beghe, correnti, fazioni.
La risposta di Flavio Tosi non si è fatta attendere. In una nota, diffusa alla stampa, ha dichiarato: “Salvini mente sapendo di mentire, mai avrei pensato di vedere nella Lega il peggio della peggiore politica, con Caino che si traveste da Abele”.
La decisione di Salvini di espellere dalla Lega il sindaco Tosi, molto amato dal popolo leghista, specie nel Veneto, mette a rischio la tenuta del Carroccio. Lo affermano, in maniera chiara, i numeri.
Secondo un ultimo sondaggio elettorale,  il governatore uscente Luca Zaia ha un vantaggio di 9 punti sulla candidata renziana Moretti, ma se Tosi dovesse scendere in campo, candidosi alla carica di governatore del Veneto gli scenari cambierebbero e non di poco, forte di un consenso vicino al 10%.
Ipotesi ormai obbligati per Flavio Tosi che ha convocato per il pomeriggio di mercoledì 11 marzo una riunione di fedelissimi per decidere le mosse politiche da adottare.  Tosi non parte solo. E’ in buona compagnia, forte del neonato gruppo in seno al consiglio regionale Veneto e  di tanti consiglieri provinciali e comunali pronti a seguirlo in questa nuova battaglia.  La prima battaglia di una lunga guerra che il combattivo Flavio Tosi non vuole perdere.

martedì 10 marzo 2015

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Tafferugli all'Università di Torino tra Fuan e Askatasuna. Fermati due antagonisti

Tensioni questa mattina all'Università di Torino, alla Palazzina Einaudi, tra gli studenti aderenti al Fuan, impegnati in un volantinaggio, e un gruppo di militanti dei centri sociali, intervenuti per impedirlo. Si sono verificati tafferugli ed è stato necessario l'intervento delle forze dell'ordine. Due antagonisti sono stati fermati dalla polizia. 
A sostegno del Fuan è sceso in campo Maurizio Marrone, consigliere regionale di Fratelli d'Italia - Alleanza Nazionale in Regione Piemonte:
Una vergognosa azione mafiosa, ormai gli autonomi di Askatasuna sono come cosa nostra. Hanno oltraggiato addirittura la targa intitolata al giudice vittima di mafia Paolo Borsellino posta dal FUAN e malmenato uno studente che, assistendo allo scempio, ha protestato contro un gesto così meschino: sono mafiosi, apologeti della mafia e irrispettosi della memoria di un eroe italiano che ha pagato con la vita la battaglia contro la mafia! Esigo una netta presa di posizione di condanna dell'Assessore regionale all'Università Cerutti e del Rettore Ajani, ricordando loro la responsabilità di garantire l'agibilità all'interno dell'Ateneo alle liste di studenti universitari candidati agli organi rappresentativi, impedendo simili sfregi mafiosi nella nostra Università.


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domenica 8 marzo 2015

Il saluto romano, la sentenza di Livorno e la libertà di odiarsi in curva

La sentenza del Tribunale di Livorno che assolve quattro ultras veronesi colpevoli di aver compiuto il gesto del saluto romano allo stadio sta sollevando un polverone insensato. Il giudice non riscrive la norma né contraddice le più recenti pronunce della Cassazione. Semplicemente ha deciso che, nelle determinate circostanze, il fatto non costituisce reato. A determinare la pronuncia ha concorso sicuramente la decisione della Procura di contestare la legge Mancino (contro le discriminazioni razziali) e non la più vecchia e "solida" legge Scelba (contro la ricostruzione del partito fascista). Perché la legge introdotta più di vent'anni fa sull'onda emotiva delle prime insorgenze anti-immigrati prevede alcune condizioni specifiche perché il braccio teso costituisca reato:
1. rappresentare un pericolo pubblico (cioè favorire l'adesione all'ideologia fascista)
2. costituire un atto discriminatorio in base alla religione, la razza e la nazionalità.
Il fatto che quei saluti romani fossero rivolti a una tifoseria decisamente avversaria e massicciamente antifascista ha scongiurato il primo caso  mentre il fatto che sia veronesi che livornesi, per quanto si schifino a vicenda, hanno in comune razza (caucasica), religione (cattolica) e nazionalità (italiana) ha convinto il giudice a escludere la seconda ipotesi.
A ben vedere, del resto, dopo il pavido tentativo di introdurre sanzioni sportivi per atti di "discriminazione territoriale" oggi qualsiasi tifoseria può tranquillamente intonare cori propiziatori per il risveglio del Vesuvio ma guai a imitare le scimmie per provocare Balotelli e Gerzinho...
All'epoca, quando ci occupammo della vicenda oggetto della sentenza controversa, la discussione si polarizzò, piuttosto che sul procedimento penale sulle rispettive cattiverie delle due tifoserie, con i veronesi pronti a lanciare cori dileggiatori sul povero Morosini, morto in campo a Pescara pochi mesi prima e i livornesi svelti a rilanciare con l'apologia delle foibe. Ma tra bianchi, cattolici, italiani, evidentemente, va bene così ...

sabato 7 marzo 2015

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6 marzo 1978: Franco Anselmi, il primo caduto dei Nar in combattimento

Franco Anselmi, ucciso a tradimento il 6 marzo 1978 in una rapina in armeria, è il primo caduto dei Nar. Nella prima edizione di Fascisteria così ne raccontavo la storia

Seguiamo questo lungo filo rosso di sangue partendo proprio da Franco Anselmi, ucciso a 22 anni, mentre scappava dopo l’assalto all’armeria Centofanti. Era considerato il vecchio del gruppo. Proveniente dalla Magliana, Anselmi ha un lungo curriculum di attivista e squadrista. Amico di Mantakas, è al suo fianco quando i compagni lo ammazzano davanti alla sezione del Msi di Prati. L’anniversario dell’omicidio sarà una data di culto: il giorno della vendetta, della caccia al rosso (ovvero di capelloni, drogati, finocchi e “zellosi”). Il memorial day diventerà poi il 7 gennaio, data del massacro di Acca Larentia. Anselmi non ne avrà il tempo ma i suoi 28 febbraio, per vendicare l’amico, se li è fatti tutti alla grande. Da quella mattina maledetta in via Risorgimento, comunque, non si separerà mai dal passamontagna intriso del sangue di Mikis. A scuola al Liceo Privato Tozzi è compagno di banco di Valerio: ha due anni in più ma li ha persi perché dopo un pestaggio è rimasto tre mesi in coma e ha dovuto fare una lunga riabilitazione, portandosi dietro un abbassamento della vista, che gli frutterà l’affettuoso nomignolo dell’orbo di Urbino, l’università dove è iscritto. Fioravanti spiegherà che la frustrazione accumulata per i continui rinvii del processo contro il responsabile della menomazione (figlio di un notabile dc) scatenerà l’escalation militare del gruppo. Il primo anniversario Anselmi lo celebra con i Fioravanti e Alibrandi, accoltellando due compagni del Tacito. Partecipa al raid di Sezze, nel maggio 1976, quando il deputato missino Saccucci e i suoi guardaspalle per sfuggire alla contestazione antifascista si allontanano sparando dalle auto e uccidono un giovane comunista. Dopo la distruzione del MSI di Monte Mario partecipa al presidio e con Valerio e un altro camerata spara sui compagni del Fermi: uno è colpito tre volte. Frequenta le sezioni di Monteverde e della Montagnola, dove spicca la figura di Dario Pedretti, responsabile dei Volontari nazionali, ed è tra i componenti del primo gruppo di fuoco di quelli che dopo la sua morte, Francesca Mambro chiamerà Nuclei armati rivoluzionari, i NAR. Partecipa agli attacchi ai giornali, le prime azioni di guerriglia urbana della banda: alla redazione romana del Corriere della sera con una molotov colpisce un custode, scatenando il più feroce dileggio.
I morti di Acca Larentia offrono altro sangue al suo passamontagna, ma Franco non sa che il prossimo sarà il suo. Avrà appena il tempo di “onorare la memoria” di Miki, ammazzando il 28 febbraio 1978 un poveraccio che non ci azzeccava niente, poi la fine. Per il terzo Mantakas–day la banda decide il salto di qualità: questa volta per la vendetta ci vuole il morto. Ci hanno già provato nel pomeriggio, sparando su un gruppo di compagni al Portuense. Tre i feriti: uno si è salvato solo perché è finito il caricatore. Ci riprovano la sera, dopo il solito appuntamento al Fungo dell’E.U.R.. Partono in otto: i Fioravanti, Anselmi, Alibrandi, Pedretti e tre personaggi minori, Massimo Rodolfo, Paolo Cordaro, Francesco Bianco. Il bersaglio: i compagni del Don Bosco, a Cinecittà. Le tre auto puntano su una palazzina occupata a via Calpurnio Fiamma: secondo una voce dal carcere è la base rossa dei killer di Acca Larentia. Grande è la delusione nel commando quando scoprono che la polizia ha appena sgomberato l’edificio. Che fare, allora? Semplice: un bel tiro al bersaglio agli “zellosi” di don Bosco, piazza dei compagni nel ghetto di Roma sud. Il gruppo di fuoco è composto da Anselmi e dai Fioravanti. Sparano su un gruppetto intorno a una panchina. Cristiano va a segno ma gli si inceppa la pistola, una scacciacani calibro 6 modificata artigianalmente. Franco colpisce un altro che cade a terra e Valerio, che non è ancora riuscito a fare fuoco per un difetto del revolver, non si perde d’animo. 
Si mette a cavalcioni del secondo ferito e da distanza ravvicinata gli spara due colpi alla testa che lo uccidono. Quindici anni dopo racconterà in televisione il suo primo omicidio, ma Minoli quella volta non si è documentato bene e così quando Valerio, peccando di omissione, ammette che la sua vittima aveva avuto il tempo di guardarla negli occhi e di capire che con Acca Larentia non c’entrava, l’intervistatore non gli chiede conto della feroce determinazione criminale contro un innocente. L’attentato è ripetutamente rivendicato ma la stampa – puntando sui piccoli precedenti di Roberto Scialabba, un ladro politicizzatosi in carcere – preferisce parlare di un regolamento di conti tra spacciatori. Solo Lotta continua rivendica la militanza della vittima e la matrice fascista del delitto. Dopo la caccia grossa, che è andata bene nonostante la qualità disastrosa dell’armamento – due pistole difettose su tre – la banda si pone il problema di evitare rischi inutili: gli “zellosi” del Don Bosco non erano armati e non hanno reagito ma la prossima volta si potrebbe non avere la stessa fortuna. I giovani guerrieri sono persone semplici: loro girano armati sempre e quindi pensano che anche i compagni lo facciano. Non riuscendo a procurarsi armi decenti sul mercato clandestino, decidono di andarsele a prendere dove ce ne sono in abbondanza, in armeria. Il colpo è organizzato in quattro giorni, sotto casa. La sera del 5 si rapinano le auto, sulla Laurentina, il pomeriggio del 6 si passa all’azione in via Ramazzini a Monteverde Nuovo. Poco dopo le 16 Valerio e Franco entrano a volto scoperto nell’armeria Centofanti, tengono sotto tiro i titolari, due fratelli, e sottraggono undici pistole e due canne per pistola. Fuori, con compiti di copertura restano Cristiano e Alibrandi. Quando entra un cliente, quest’ultimo lo segue e dà man forte ai due. Anselmi si attarda a rapinare i beni personali dei presenti, per accreditare la pista dei tossici, si “ingarella” a discutete con uno che non vuole mollare una catenina ricordo di famiglia, alla fine gliela lascia ed è così l’ultimo a uscire. L’armiere Daniele Centofanti, l’uomo della discussione, gli spara alla schiena: Cristiano è già in macchina, Valerio è appena salito a bordo con la borsa delle armi, Anselmi cade sulla porta del negozio e anche Alibrandi è ferito. L’autista, Francesco Bianco, terrorizzato tenta di partire: alla fine, nell’orgasmo della fuga, lascerà un’impronta digitale a bordo. Cristiano e Valerio gli puntano la pistola alla nuca e lo costringono a tornare indietro. Sparano all’impazzata per scendere dall’auto senza danni e portare in salvo Franco ma appena lo toccano si accorgono che è inutile. Ancora spari per evitare sorprese e la fuga. [Questa versione dei fatti è quella offerta da Valerio Fioravanti in "A mano armata" di Giovanni Bianconi. Nel "Piombo e la celtica" di Nicola Rao Francesco Bianco respinge le accuse di vigliaccheria che attribuisce al malanimo di "Giusva", ndb]  
Pochi minuti dopo un secondo inutile tentativo di soccorso, da parte di Dimitri accorso in moto con un camerata appena saputo della sparatoria. Il giorno dopo cominciano le minacce a Centofanti. Valerio telefona “C’è la tua 44 magnum che ti aspetta”. L’8 è fatto ritrovare a un giornalista dell’Ansa un volantino del Direttivo rivoluzionario in “onore e gloria” del camerata Anselmi: “ha concluso nell’unica maniera possibile una vita dedicata all’anticomunismo militante. Si distingueva per la sua lealtà, per il suo coraggio, per la sua generosità. Condanniamo Danilo Centofanti alla pena di morte per aver colpito alle spalle Franco (...) Onore al camerata Franco Anselmi. Siamo pronti a seguirti. Tremino i codardi, i corrotti, le spie”. Nella prima categoria è da inserire anche Paolo Cordaro, che ha partecipato ai sopralluoghi, ha fornito le armi prelevandole dalla collezione del padre, e avrebbe dovuto portare via dal luogo della rapina uno dei partecipanti ma, terrorizzato, molla Alibrandi ferito – costringendolo a fuggire a piedi – se ne scappa e dà così, ingloriosamente, l’addio alle armi [A sua volta Paolo Cordaro avrà un tragico destino: morto annegato in mare, probabilmente in un attacco di pirati al suo yacht, ndb]
Un “coccodrillo” meno ampolloso del volantino lo pronuncerà in uno dei tanti processi Valerio, dieci anni dopo: “Mi legai a Franco in maniera molto particolare perché era un ragazzo che a me piaceva moltissimo. In termini romantici era sicuramente uno dei migliori, uno dei ragazzi più generosi. Non c’era niente di spirituale né di intellettuale: era semplicemente un ragazzo dal cuore d’oro (...) la classica persona che pur avendo già pagato molto, quando c’era da ripartire ripartiva; che pur avendo già avuto conseguenze gravissime per il suo impegno politico non era rifluito nel privato, non aveva paura. E’ questo che ti colpisce”. Del commando fa parte l’intero gruppo di fuoco del Don Bosco, tranne Pedretti, eppure l’armiere è convinto di riconoscerlo tra i rapinatori, prima in foto, poi di persona, ma la mancanza di riscontri porterà al proscioglimento. Dell’assoluta inattendibilità dei testimoni di fatti di sangue dà prova anche il proprietario della Taunus rapinata, che riconosce in foto sia Anselmi sia Bianco. Lo smentirà Cristiano Fioravanti: erano stati lui e Bianco a rapinarla. I funerali diventano una manifestazione di massa. I Fioravanti non vi partecipano per evitare le foto della Digos ma se li fanno raccontare dei camerati: “Era bellissimo, c’erano almeno mille persone. C’era pure un sacco di polizia, ma nessuno si curava di dare il proprio volto, non abbiamo avuto paura. Avevamo le bandiere, abbiamo gridato gli slogan

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Lo sceriffo Salvini: basta eccessi colposi di legittima difesa. Il giustiziere Stacchio: non in nome mio



di Giuseppe Parente
Matteo Salvini, nuovo leader dell'italica destra ed aspirante candidato premier ad eventuali primarie del centro destra, nel celebre comizio di sabato 28 febbraio ha illustrato, in pompa magna, il  decalogo del perfetto odiatore che a un certo punto recita" per noi non esiste eccesso di legittima difesa. Se entri in casa mia a piedi, devi sapere che puoi uscire steso. Applausi scoscianti da parte della folla, composta da leghisti della prima ora, di provenienza lombardo-veneta, di meridionali convertiti al verbo leghista  ed aderenti alla lista Noi con Salvini, vecchi missini, giovani nostalgici della destra di governo incarnata dalla fu Alleanza Nazionale e giovani aderenti all'associazione di promozione sociale Casa Pound.
L'eroe di questi giustizieri, in servizio permanente effettivo, si chiama Graziano Stacchio, di professione benzinaio, che lo scorso 3 febbraio, ha ucciso un rapinatore, di etnia rom.
Da quel giorno, questo onesto lavoratore, otre che ai propri tormenti interiori, ha dovuto subire molestie di numerosi elettori e militanti leghisti in calore, capitanati dal leader maximo Matteo Salvini di cui è stato costretto a subire l'abbraccio con relativo selfie, rilanciato immediatamente sui social network e pubblicato il giorno dopo sui principali quotidiani nazionali.
Eppure ascoltando, con la massima attenzione, le interviste rilasciate da Stacchio, tutto mi sembra tranne che uno spietato pistolero che tanto eccita il felpato Matteo. Anzi pronuncia parole davvero degne, piene di buon senso. Per esempio : "non sono un eroe né un modello da imitare, né tanto meno un simbolo". Lo dico subito: "la gente non deve sparare in mio nome, né in Veneto, né in Sicilia. Solo l'idea mi fa paura". Se i complici del rapinatore l'avessero lasciato, afferma Stacchio, lo avrei provato a salvare perché la vita vale più di tutto. .. Ora sarebbe fantastico che, nella prossima comparsata televisiva, Salvini indossasse una felpa  con su scritto :" la vita vale più di tutto" firmato Graziano Stacchio.
Vorrebbe dire che la grande lezione di civiltà, impartitaci dal benzinaio Stacchio è stata compresa davvero da tutti.

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