giovedì 29 ottobre 2015

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40 anni fa l'omicidio Zicchieri, la testimonianza di Marco Lucchetti

Oggi è il quarantennale dell'assalto al Msi Prenestino e ci sembra interessante ricostruire il contesto storico, pubblicando le pagine dedicate all'episodio nel mio "Guerrieri". Della morte di Mario Zicchieri ci siamo già occupati in altre occasioni: può essere utile richiamare  qui l'intervista del 2012 di Marco Lucchetti, l'amico rimasto ferito dal commando delle FCA. Perché in quell'occasione aveva individuato con esattezza i responsabili e smentito la versione (che io invece ritengo verosimile) della mancata volontà omicida.

"Sono sicuro che sia stata un’azione programmata. Non un’iniziazione per entrare nelle Brigate Rosse come molti hanno voluto sostenere. O, cosa ancora più ridicola, una gambizzazione. Dalla 128 sono scesi due uomini: uno biondastro e uno moro. Erano Germano Maccari e Valerio Morucci (entrambi condannati per il sequestro ed omicidio Moro ndr). Avevano due fucili a canne mozze, da caccia, calibro 12. Non una doppietta, ma un sovrapposto ed un semiautomatico. Ci hanno scaricato addosso complessivamente 5 colpi: 2 a Mario e 3 a me. Lui è stato raggiunto da 18 pallettoni, io da 27. Hanno sparato ad altezza d’uomo. Mi sono salvato solo perché ero un po’ più alto di lui e grazie agli scalini del marciapiede e della sezione. Mario è morto dissanguato perché è stato preso all’inguine".

Questa, invece, è la sua testimonianza in occasione dell'inaugurazione dei giardini Zicchieri, qualche anno fa, da parte della giunta Alemanno.

La guerriglia rossa contro Lotta Popolare
In questo clima politico sempre più militarizzato anche la vicenda di Lotta popolare, che pur sembrava promettere importanti sviluppi, finisce per avvitarsi sulla questione della violenza politica. Il leader riconosciuto del gruppo è ormai Paolo Signo relli, l’ordinovista rientrato nel Msi, che a partire dalla disponibilità ad offrire la sua rete di solidarietà per i latitanti ha ripreso i rapporti con Clemente Graziani, ed è pubblicamente impegnato nella costruzione della frazione movimentista del Msi, che si sta allargando dalla periferia romana alla Sicilia e alla Liguria. Anni dopo, il pubblico ministero che indaga sulla (seconda) ricostruzione di Ordine nuovo, nella requisitoria individua tre fondamentali direttrici di movimento per Lp:
canalizzare e aggregare i settori giovanili più altranzisti del mondo missino, fortemente critici dell'atteggiamento morbido del partito; rivolgere un'attenzione più marcata al sociale rispetto a tesi più propriamente politiche; proporre temi populisti in funzione antiborghese e con l'intento di sollecitare le spinte ribellistiche specie degli strati sociali territorialmente "ghettizzati"; superare i particolarismi ideologici, con conseguente rifiuto di strutture rigidamente organizzate; creare, infine, poli di dibattito intesi a ricongiungere elementi rivoluzionari di diversa estrazione. [relazione Pellegrino]

A far precipitare la situazione, a fine ottobre, è la richiesta di rinvio a giudizio di Lojacono (latitante) e Panzieri (detenuto) per l'omicidio Mantakas. Un commando delle Formazioni comuniste armate, il gruppo di ex militanti di Potere operaio che qualche mese dopo andranno a fondare la colonna romana delle Brigate Rosse, decide l'immediata ritorsione: poiché il segretario del Msi Prenestino, il leader di Lotta popolare, Luigi D'Addio è uno dei testi di accusa aprono il fuoco con un cannemozze contro i ragazzini che stazionano davanti alla sezione. Probabilmente non volevano uccidere ma un sedicenne, Mario Zicchieri “Cremino”, morirà dissanguato per la rottura dell'arteria femorale. Anni dopo i pentiti accuseranno del delitto Germano Maccari, ma il braccio destro di Valerio Morucci, che ancora non era stato individuato come il “quarto uomo” nella prigione del popolo di via Montalcini dove era sequestrato Aldo Moro, se la cava con un'insufficienza di prove. Dal suo canto Lojacono, un altro fedelissimo di Morucci, è al suo fianco la mattina del 16 marzo 1978 a via Fani. “Cremino” era uno dei tanti attivisti del movimento: mentre i militanti del Fdg esprimono la propria rabbia accorrendo a via Gattamelata e scontrandosi con la polizia, i dirigenti battono i pugni sul tavolo del partito. Il secco no di Almirante alla rappresaglia segna lo strappo definitivo. Qualcuno fa comunque di testa sua. Nelle forme e nei modi già delineati dopo l'omicidio Mantakas: il commando armato entra in azione il giorno dopo a San Lorenzo, il quartiere più “rosso” della capitale, dove hanno la sede nazionale tutti i gruppi della sinistra extraparlamentare. Nei pressi della direzione di Lotta Continua, i giustizieri credono di individuare un suo odiatissimo quadro: ma è solo un poveraccio che ha la sfortuna di somigliargli. Così Antonio Corrado sarà uno dei tanti morti per sbaglio in quegli anni feroci. Intanto lo scontro con il vertice del partito precipita: per i funerali di “Cremino” si fa capire garbatamente ai leader che è meglio che non si presentino in chiesa. Tutti i militanti del Fronte - anche i fedelissimi di Almirante come Gianfranco Fini e Maurizio Gasparri - portano al braccio la fascia di Lotta popolare. Un breve saluto è concesso solo a Pino Romualdi , il leggendario capo del Senato, il direttorio clandestino che gestì la terribile transizione dalla disfatta dell'aprile 1945 alla fondazione del Movimento sociale, garantendo la continuità morale e politica con il fascismo repubblicano. Ai primi di novembre un corteo rabbioso di migliaia di attivisti punta sulla sede nazionale di via delle Quattro Fontane per occuparla simbolicamente. La polizia lo blocca all'altezza del Viminale ma gli scontri sono violenti e lunghi. La reazione della leadership missina è rapida e decisa: espulsi subito i quadri intermedi di Lotta popolare, D'Addio, Sabatini e Sgrò, processo politico in comitato centrale per i due dirigenti nazionali Signorelli e Guida. Il primo dei due fissa la conclusione della vicenda (Rao 1999: 175), con l'unanime sentenza di espulsione, a maggio 1976 ma da tempo è già altrove, a far altre cose.
Per Sergio Mariani, al confino dal 1976 al 1977, e poi segretario provinciale del Fdg romano nel 1979, nasce allora una struttura paramilitare che poi innerverà la rete dello spontaneismo armato: 
Dopo la morte di “Cremino”, sedici anni appena compiuti, furono costituite numerose sigle per l’autodifesa delle nostre sedi che subivano quotidiani attacchi da parte degli ultrà di sinistra. La strategia rossa era quella di distruggere prima le sedi di periferia per poi passare al centro. La direzione nazionale del partito, preoccupata dalla situazione voleva chiudere la sezione perché era sua intenzione proseguire la politica della grande destra lanciata da Almirante nei primi anni ’70. Noi ci opponevamo. Ormai era guerra. Ci trovavamo in trincea.  [Baldoni: 246n]

2 commenti:

  1. Mah .... la confessione, certo assai tardiva, di Savasta ... che effettivamente veniva dal Comitato Comunista Centocelle come gli altri citati .... ma che, come del resto anche Maccari e Seghetti, non ha mai fatto parte delle Fca .... che peraltro mai si sono occupate di fascisti e che firmano la loro prima azione, contro il petroliere Theodoli, solo un anno dopo ... rimette molto in discussione la testimonianza e l'analisi di questo articolo ... il "milieu" del commando è senz'altro quello di Centocelle ... ma non solo non c'entrano un tubo le Fca che forse all'epoca nemmeno ancora esistevano .... ma anche il presunto riconoscimento dei tre lascia molto perplessi ... se lo sparatore, come sostiene lui stesso, era Savasta, questo non somiglia nemmeno da lontano a Maccari ... e se gli attentatori erano tre ed uno era Savasta ... almeno uno degli altri tre indicati non c'entra invece nulla ....

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  2. Ho appena letto da un post di Rao la cosiddetta testimonianza di Savasta ... che indubbiamente è assai diversa da quella riportata a vario titolo dai media ... lui non ammette minimamente di aver partecipato all'azione ... dice solo che Seghetti e Maccari gli dissero di stare quel pomeriggio, senza nulla fargli sapere dell'eventuale motivo, in una casa davanti ad una radio che intercettava le comunicazioni della polizia ... e che in realtà non intercettò proprio nulla ... cosa avrebbe dovuto fare comunque anche se le intercettazioni avessero funzionato proprio non si capisce ... non è che all'epoca c'erano i cellulari per avvisare chissà chi ... comunque lui indica, molto "de relato", glielo avrebbe confidato Seghetti, in una azione del Lapp l'azione contro Via Gattamelata .... cosa che mi lascia alquanto perplesso, a quanto ne so il Lapp all'epoca si era sciolto .... e comunque non parla minimamente di Morucci come possibile partecipante all'azione .... francamente, la storia mi lascia notevolmente perplesso .... comunque, mi scuso, per quanto erroneamente detto precedentemente ... Savasta non ha in realtà "confessato" proprio niente .... rimangono comunque tutte le perplessità del caso, fatta salva la assoluta buona fede, sulla testimonianza di Lucchetti ... che del resto già il tribunale della repubblica ha ritenuto non attendibile in ben tre gradi di giudizio ... e comunque è proprio il post di Rao a dire una cazzata, quando si lamente del mancato intervento della magistratura dopo la pubblicazione nel suo libro della presunta "confessione" di Savasta ... nessuno, infatti, vedi caso Freda e Ventura per Piazza Fontana, può essere ri-processato per un reato da cui è stato assolto in via definitiva ... e comunque Savasta parla comunque di tre componenti del commando, due dovrebbero essere per deduzione Maccari e Seghetti, che gli dissero di stare davanti alla radio ( a che scopo ? per cosa fare mai ?), il terzo invece, non meglio identificato, sarebbe poi morto in un incidente stradale ... Morucci semplicemente proprio non c'è ....

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