martedì 9 gennaio 2018

7-10 gennaio 1978. Acca Larentia. I giorni della rabbia e il punto di non ritorno

Infuriano le polemiche dopo la clamorosa autodifesa del "capitano Sivori", l'ufficiale dei carabinieri prosciolto dall'accusa di aver ammazzato Stefano Recchioni. Secondo il generale, invece, il militante di Colle Oppio fu ucciso da un colpo sparato alla sue spalle da un provocatore che voleva innalzare il livello dello scontro. Poiché la memoria è labile mi sembra opportuno ripubblicare il capitolo dedicato da "Guerrieri" (Immaginapoli, 2004) alla strage, ai giorni della rabbia, alle sue conseguenze nella vita di tanti giovani


Intorno alle 18,20 di sabato 7 gennaio 1978 un commando dei Nuclei armati per il contropotere territoriale attacca a raffiche di mitraglietta cinque militanti del Fdg che escono alla spicciolata dal Msi Appio Tuscolano, in via Acca Larentia, per recarsi al Teatro Centrale a vedere un concerto degli Amici del vento. Vincenzo Segneri, ferito al braccio, riesce a rientrare, spingendo a terra gli altri due camerati che lo seguivano e chiudendo la porta blindata. Restano al suolo gli studenti diciannovenni Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta. Il primo, colpito alla testa, muore subito, l’altro, che ha tentato un’inutile fuga lungo la rampa di scale che porta a via Cave, in ospedale. Il padre si suiciderà qualche tempo dopo. In meno di un’ora centinaia di neofascisti inferociti accorrono sul luogo. Una cicca gettata su una pozza di sangue da un teleoperatore strafottente – impegnato nelle riprese sulla disperata fuga di Ciavatta – innesta scontri furiosi. Alcuni militanti pestano il malcapitato, altri prendono a calci una civetta dei carabinieri, che reagiscono con un fitto lancio di lacrimogeni. Anche il segretario nazionale del Fronte, Gianfranco Fini, è ferito a una gamba da un candelotto. Dalla parte in cui sono radunati i giovani missini si sentono degli spari, i carabinieri rispondono. Un altro militante, Stefano Recchioni, muore (dopo due giorni di agonia), ucciso da una pistolettata in fronte: la versione corrente è che sia stata sparata dal capitano Eugenio Sivori, in preda a raptus: quando la sua arma si inceppa si rivolge all’autista per farsi dare la sua e riprende il fuoco. Molti non sanno che l'ufficiale è stato prosciolto al termine di un'istruttoria anomala in cui non è sentito neanche un testimone. A raccogliere il ferito e a imporre alla polizia di portarlo d'urgenza in ospedale per un disperato tentativo di salvarlo è un 'vecchio' (ha 35 anni) quadro avanguardista, Bruno Di Luia. Al fianco della vittima c’è una delle socie fondatrici dei Nar, Francesca Mambro. Sua la sigla, sua la telefonata per rivendicare l’assalto al Corriere della Sera, pochi giorni prima. Più di dieci anni dopo, intervistata da Sergio Zavoli, racconterà in televisione: 
Io posso ricordare il colore degli occhi della prima persona che mi è morta vicino, per esempio: azzurri, molto belli, che però si sarebbero chiusi. Era Stefano Recchioni. 
Seguono tre giorni di guerriglia urbana a macchia di leopardo, con accoltellamenti, pullman incendiati, negozi devastati, conflitti a fuoco con la polizia (i carabinieri sono tenuti prudentemente fuori). Solo il gruppo di Monteverde spara 300 colpi. Il primo scontro è al termine della manifestazione di protesta convocata per la mattina di domenica 8 con Fini e Buontempo. I militanti tornano alla spicciolata alla sezione ma a via Cave lo scontro è inevitabile. Più violenti gli incidenti del 10, che infiammano un’ampia zona dell’Appio e del Tuscolano: a gettare benzina sul fuoco è la morte di Recchioni in ospedale. Il giorno dei funerali Francesca Mambro è lì, puntuale, per gli scontri: è tra i 37 fermati per blocco stradale. Tutti saranno assolti (tranne uno). Lei sarà l’unica testimone di accusa contro lo sparatore. Molti quadri del Msi, pavidi, si rifiutano di deporre contro le forze dell’ordine per non pregiudicare i rapporti con i “corpi sani dello Stato”.  I giorni della rabbia, dopo l’assalto a una sezione di periferia da parte di una scalcagnata e feroce banda del partito armato, segnano una storica rottura. La fondatrice dei Nar la descriverà così in una udienza processuale:
per la prima volta e per tre giorni i fascisti spareranno contro la polizia. E questo segnò un punto di non ritorno. Anche in seguito, per noi che non eravamo assolutamente quelli che volevano cambiare il Palazzo, rapinare le armi ai poliziotti o ai carabinieri avrà un grande significato. Che lo facessero altre organizzazioni era normale, il fatto che lo facessero i fascisti cambiava le cose di molto, perché i fascisti fino ad allora erano considerati il braccio armato del potere.
Per Francesco Storace, che diventerà allora segretario giovanile della sezione martire subendo pochi mesi dopo un attentato a colpi di pistola, mentre attacca manifesti davanti alla sede: 
Acca Larentia costituiva un autentico baluardo contro i gruppuscoli di estrema sinistra che tentavano di conquistare Roma sud. Colpire Acca Larentia significava per i rossi paralizzare l’attività dei nostri militanti. Per qualche tempo, subito dopo la strage, sono stato l’unico ad andare ad affiggere i manifesti, sempre da solo. 
Guido Zappavigna, segretario del Fuan romano, racconta così il punto di non ritorno:  
Quei tre morti significavano l’attacco contro un quartiere proletario, da parte dei comunisti, ma anche da parte dello Stato. Con Bigonzetti e Ciavatta non si era voluto colpire il fascista pariolino, con le scarpe a punta, ma il fascista povero, che faceva militanza nei quartieri poveri. Sì, perché noi stavamo cominciando a cambiare. Ricordo che quando nel 1972 mi iscrissi al Msi parlavamo di patria, avevamo ideali validi, però non facevamo altro che andare nelle fabbriche, nelle scuole a picchiare la gente che non la pensava come noi. Eravamo sempre con il manico dei picconi in mano e il casco in testa a difendere le nostre sezioni. Poi le cose erano cambiate... Acca Larentia fu un colpo terribile. Tutti noi, dopo quel giorno, avremmo voluto prendere le pistole in mano. Non per vendetta. Ma perché si voleva arrestare la nostra crescita e il nostro senso di impotenza aumentava. Solo i più decisi hanno fatto la scelta delle armi. Io non l’ho fatta, però li capisco.      
Per Peppe Dimitri, uno che quella scelta l’ha fatta, pagando un altissimo prezzo personale: 
la lotta armata è cominciata proprio dopo Acca Larentia. Quel giorno è come se fosse crollata per noi qualsiasi tipo di speranza. A quel punto la cultura subalterna, la riserva indiana che noi eravamo si sente espulsa dal mondo. Lì scattano soprattutto dinamiche psicologiche individuali e collettive, tre ragazzi di destra uccisi. Ma due li hanno eliminati i nostri antagonisti di sempre. Il terzo è stato ucciso dallo Stato. A quel punto ci sentiamo davvero soli contro tutti   
Anche Paolo Lucci Chiarissi – oggi è uno dei tanti ex guerriglieri neri rientrato in Alleanza nazionale, anche se trascorre lunghi periodi all’estero come agronomo esperto di cooperazione allo sviluppo – rivendica la scelta generalizzata delle armi: 
Da Acca Larentia in poi le armi non sono più episodiche, diventano un fatto quotidiano. Tutti hanno sparato allora, tutti in quegli anni sanno cos'era una pistola. I vecchi fascisti, le madri, tutti solidarizzano con noi, perché erano stati uccisi dei camerati. Era crollato il Campo Hobbit, il nuovo obiettivo era sparare alla polizia”.  
A differenza della sinistra dove l’esito combattente è spesso il prodotto di un lungo percorso di dibattito e di militanza politica, la scelta delle armi a destra nasce dal combinato perverso di un quadro politico sociale problematico e di spinte e pulsioni esistenziali. Scrive Chiara Stellati nel suo volume su Franco Giorgio Freda: 
Sdegnati di essere considerati il braccio armato dello Stato; insofferenti rispetto alla retorica nostalgica missina, che sfrutta per fini elettorali il sangue dei giovani camerati caduti ma soffoca le energie rivoluzionarie in nome dell’”ordine borghese”; sospettosi di ogni organizzazione del proprio ambiente, per le notizie che in quel periodo si diffondono riguardo a collusioni con i servizi segreti in nome di ipotesi golpiste; traumatizzati dal fuoco incrociato che li rende vittime dello Stato da una parte e dei “rossi” dall’altra, anche per i giovani di destra inizia la violenta e cieca contrapposizione frontale al sistema. 
Molti dirigenti giovanili capiscono le ragioni politiche del partito e, sia pure con grande sofferenza, rifiutano la “via più breve”. Maurizio Gasparri, allora segretario romano, ricorda:
C’erano ragazzi distrutti dalla rabbia e dal dolore che si radunavano spontaneamente e che altrettanto spontaneamente alcune volte decidevano di rispondere con la violenza alla violenza. Il giorno di Acca Larentia … Almirante venne da solo con la sua 126, senza scorta, per dare la sensazione fisica di chi dice “io mi espongo ai rischi quanto voi”. Ricordo il caos totale, i nostri militanti che reagivano in maniera violenta, i disordini, i lacrimogeni. Come si poteva fermare tutta questa spirale? Non credo ci fossero delle soluzioni. Anche perché se qualcuno di noi si azzardava a dire ai più facinorosi: “ma cosa state facendo?”, correva il rischio serio di vedersi puntare contro una pistola dai suoi stessi militanti. 
Anche per Fini è
Acca Larenzia e la sua tragedia lo spartiacque, un punto di svolta per la nascita di gruppi armati di destra. Perché, intendiamoci bene, prima di allora qualche fenomeno la avevamo avuto. A parte le cose macchiettistiche, come il cosiddetto golpe Borghese del dicembre 1970, ci sono stati gli anni in cui c’era chi pensava al colpo di Stato, circolavano vecchi cialtroni che poi finivano per diventare informatori del ministero dell’Interno. Ma è dopo via Acca Larentia che alcune frange minoritarie fanno il salto. C’è chi dice: “Difendiamoci prima che ci ammazzino tutti”. Ma questo senza un preciso progetto politico.                                   
Secondo Croppi sono evidenti le responsabilità del Msi nella deriva lottarmatista
Negli anni 1976-78 l’estremismo di destra più predisposto alla violenza non possiede una vera coscienza di sé. Esistono ancora i margini per un recupero alla lotta politica non violenta. Da parte della destra istituzionalizzata, purtroppo, c’è una sostanziale incapacità a comprendere questi fenomeni. Poi, all’improvviso, dopo Acca Larentia, il radicalismo più spinto fa un salto di qualità, tenta di darsi una propria ideologia e una ragione, e inizia un’opera di proselitismo. Si passa così a un’indicazione politica: lo spontaneismo armato. 
La strage divide, per la prima volta, anche l’estrema sinistra. Mentre Daniele Pifano per i Volsci conferma lo stereotipo rozzo dei compagni che non piangono per i fascisti, per Oreste Scalzone "questo non è antifascismo. E’ da condannare lo sparare alla cieca, senza progetto". E così i Nuclei la settimana dopo si giustificano imbarazzati con un secondo volantino: 
Il fatto che questa azione sia stata fatta da una componente del movimento e non dal movimento intero non colloca questa componente al di fuori dal movimento… Dal dibattito emergono due gravi carenze: la prima è una carenza di valutazione rispetto all’azione e a quello che rappresenta …La seconda è il dato di fatto della totale impreparazione del movimento rispetto all’antifascismo militante. 

0 commenti:

Posta un commento