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24 gennaio 1975: Mario Tuti uccide due poliziotti


Nell’inverno 1975, sulle truppe sparse della destra radicale, come trent’anni prima sulle armate di Salò allo sbando, soffia impietoso il vento del Nord. Il militante nazionalrivoluzionario, «soldato politico povero ma potente» ha perso tutti i punti di riferimento strategici e i supporti logistici. I servizi segreti americani squassati dal Watergate e dal senso di colpa nazionale per la sporca guerra (e la disfatta) in Vietnam sono in stallo. Potenti lobby transnazionali - a partire dalla Trilateral - hanno deciso di puntare sulla svolta democratica in atto alla periferia del dominio Usa. I regimi autoritari del nord Mediterraneo sono stati appena travolti dal crollo dell’impero (il Portogallo) e dal fallimento di avventure neocoloniali (la Grecia a Cipro) oppure si avviano all’eutanasia (Spagna) per l’incapacità di riprodurre una classe dirigente. 

Il disfacimento è in ugual misura prodotto di una dinamica interna e del mutato contesto internazionale. Per i “combattenti anticomunisti” il colpo è durissimo. Le ultime manovre golpiste hanno sfasciato la rete militante. Da una parte, sotto la pressione del movimento scatenato dalle stragi di Brescia e dell’Italicus, la magistratura perseguita gli extraparlamentari. Dall’altra le bande armate sono scaricate dalle forze che le avevano suscitate e usate. 

L’esito del referendum sul divorzio liquida le velleità della destra democristiana di regolare i conti con la sinistra e il conflitto operaio per via autoritaria. Andreotti, l’espressione più lucida di questo disegno reazionario, sacrifica col consueto cinismo i suoi uomini compromessi nelle “trame nere” sull’altare della nascente solidarietà nazionale. Il caso più clamoroso è quello di Guido Giannettini, il giornalista del Secolo d’Italia infiltrato dal Sid nella cellula nera veneta (anche se Freda sostiene il contrario). Quando le indagini sulla strage di piazza Fontana stanno per raggiungerlo, è aiutato ad espatriare dalla frazione filoisraeliana dei servizi segreti: scaricato dagli amici - e senza fondi - l’“agente doppio” si consegna. Dopo anni di carcere e una condanna in primo grado all’ergastolo, Giannettini collaborerà con i giornali di Ciarrapico, l’editore amico di Andreotti. 

Cresciuti in un clima di contrapposizione frontale ai comunisti degli apparati, abituati ad ampie coperture giudiziarie e poliziesche, ordinovisti e avanguardisti sono in affanno. In Toscana, all’inizio del 1975, si conclude la vicenda dell’ultimo manipolo del partito armato del golpe. Il tessuto militante, esteso in numerose province, si avvale delle più variegate protezioni e solidarietà: missini e massoni, 007 e generali di polizia danno una mano alle teste calde. 

Anche dopo le stragi di Brescia (28 maggio 1974: 8 morti) e dell'Italicus (4 agosto: 12 morti) sono continuati i sabotaggi delle linee ferroviarie. Solo una soffiata fa scoprire un gruppo attivo e pericoloso, che finirà per rappresentare, nella figura del suo leader, il punto di rottura tra la vecchia guardia golpista e la generazione della “lotta armata” al sistema. 

La superficialità con cui è perquisita la casa di Mario Tuti, il capobanda controllato da giorni, provoca la morte di due agenti e la nascita della leggenda. Per una nuova leva militante Tuti non sarà l’ultimo bombarolo ma il primo combattente che ha dichiarato guerra allo Stato. Aldilà degli esiti processuali, tutti assolti per la strage dell’Italicus, un’inchiesta parlamentare conclude che la loggia P2 era il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale: e ciò in incontestabile contrasto con le proclamate finalità statutarie dell’istituto. 
[Gli imputati erano] istigati, armati e finanziati dalla massoneria, che dell’eversione di destra si sarebbe avvalsa nell’ambito della cosiddetta “strategia della tensione”. 
Per Tina Anselmi, presidente della commissione, questa agenzia a metà strada tra la lobby affaristica e l’avamposto della “sicurezza” atlantista è gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può considerarsene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale. Le indagini del giudice bolognese Vito Zincani evidenziano gli stretti rapporti tra la cellula nera aretina e il Msi. La trama delle protezioni ha continuato a funzionare e le attenzioni degli inquirenti si sono concentrate sui settori più autonomi. Il diverso trattamento riservato a Cauchi (collaboratore dei servizi segreti, in contatto con il capostazione del Sid di Firenze, il colonnello Federigo Mannucci Benincasa grazie ad un ortopedico intimo di Gelli) è emblematico. Informato del fatto che per il suo confidente è scattato un provvedimento cautelare, l’ufficiale, invece di adoperarsi per la cattura, contatta il magistrato, il giudice aretino Marsili e fissa addirittura un appuntamento. Ma in quelle ore decisive Cauchi ha avuto modo di organizzarsi l’espatrio e così dopo un ultimo abboccamento telefonico interrompe i contatti. 
Cauchi, latitante, si rifugerà in Spagna, dove si distinguerà negli scontri di Montejurra e in azioni di controguerriglia nei convulsi mesi della transizione postfranchista. È tra gli ordinovisti che si arruolano con Delle Chiaie: fermato e subito rilasciato a Barcellona, seguirà “caccola” in America Latina, dove si rifarà la vita, con una compagna che gli darà due figli. Arrestato nel 1993, le autorità argentine negheranno l’estradizione per la natura politica dei reati. L’ufficiale è l'unico condannato nel processo per i depistaggi sulle stragi a 4 anni e mezzo per calunnia nei confronti di Gelli mentre è prescritto il favoreggiamento di Cauchi. 



Venticinque anni dopo i fatti darà una spiegazione alla Commissione stragi il senatore a vita Paolo Emilio Taviani, il leader della Resistenza bianca, all’epoca ministro degli Interni: 
Nel periodo dello sfascio del Sifar e della confusione del Sid erano stati assunti come agenti di complemento parecchi confidenti, veri e propri “servizi paralleli”, spesso equivocati con Gladio, mentre con essa non avevano nulla a che vedere. Quando, dopo lo scioglimento di Ordine nuovo, le questure e alcuni settori dell’Arma rettificarono la loro azione, alcuni di questi agenti si trovarono diffidati e respinti. A mio sommesso parere stanno qui le schegge impazzite che imperversarono soprattutto in Toscana. Mario Tuti, che quando fu scoperto uccise due poliziotti, era un tipico esponente di queste schegge, di estrema destra, impazzite. 
A mettere nei guai Tuti è un dipendente di Gelli, impiegato alla Lebole di Arezzo, Maurizio Del Dottore: 
Ho sempre avuto la passione per le indagini e così quando il maresciallo Franco Cherubini dei carabinieri del nucleo investigativo di Arezzo mi chiese di collaborare con lui, lo feci di buon grado e sarei stato sul punto di fornirgli informazioni sul conto di Luciano Franci. Fui convocato in Questura, fornii tutte le informazioni in mio servizio che permisero di ritrovare gli esplosivi che Franci aveva occultato nella chiesetta abbandonata. 
La caduta dell’arsenale del Fronte nazionale rivoluzionario e l’arresto dei bombaroli Luciano Franci e Pietro Malentacchi impediscono un attentato contro la Camera di commercio di Arezzo. La sera del 24 gennaio 1975 una pattuglia composta da tre esperti sottufficiali, il brigadiere Leonardo Falco, gli appuntati Giovanni Ceravolo e Arturo Rocca, si reca a casa di Tuti, un geometra dipendente del Comune di Empoli ben stimato (il cardinale Florit lo ha raccomandato per un posto in banca alla Cassa di risparmio). È noto per le simpatie neofasciste e per la collezione di armi. I tre poliziotti non sembrano preoccuparsi e prima di notificargli l’ordine di arresto cominciano a controllare la regolarità dei documenti per ciascun pezzo. Quando Ceravolo scende in auto a contattare la centrale per chiedere istruzioni Tuti entra in azione. Alla fine due muoiono mentre Rocca resta gravemente ferito. 
Nel venticinquesimo anniversario Anna Falco costruisce un sito web in onore del padre e rilancia dubbi e sospetti. Ricorda infatti che il brigadiere era andato disarmato in compagnia dei colleghi con cui aveva in programma una cena. Subito dopo la tragedia - secondo la donna - alcuni agenti si precipitarono a casa per recuperare la pistola invitando la famiglia a tacere su questo particolare. 

Tuti riconferma la sua versione: “Era una guerra. Chi è venuto a prendermi aveva le armi spianate. Ho reagito”. Evidentemente la cellula nera, proseguendo la campagna contro la sicurezza dei trasporti (dopo gli attentati alle ferrovie era in programma un dirottamento aereo) si era dimostrata refrattaria agli ordini di rientrare nei ranghi. Dopo il fallimento dei progetti golpisti gli sponsor politici non avevano più interesse a mantenere alta la tensione col terrorismo nero. Gli sparsi manipoli del partito armato del golpe non hanno tutti la stessa prontezza di riflessi. A febbraio, in meno di due settimane, sono compiuti undici attentati su obiettivi indiscriminati a Viareggio, mentre Tuti è latitante a un tiro di schioppo, in Lucchesia. I carabinieri arrestano tre ragazzotti ed escludono le finalità politiche ma non si accorgono che uno dei tre, Aurelio Martinelli è un amico della banda monarco-fascista responsabile dell’efferato rapimento di Ermanno Lavorini, trovato cadavere nella Pineta di Viareggio. 

Dieci giorni dopo, la campagna terroristica riparte a Savona (già ripetutamente colpita a novembre): stavolta ci scappa il morto. In Liguria e in Versilia erano stati attivi il Fronte nazionale e la Rosa dei venti. La fuga di Tuti finisce in Costa Azzurra dopo sei mesi: “venduto” dall’amico Mauro Mennucci, è ridotto in fin di vita in una sparatoria che sembra un tiro al bersaglio. 

In mezzo c’è una latitanza precaria, con i camerati che lo scaricano (il dirigente toscano di On, Mauro Tomei, gli promette soldi e documenti che non arrivano mai) o cercano di specularci sopra (Marco Affatigato che lo ha ospitato a Lucca vende le sue foto e un memoriale fasullo alla stampa). Il fucile della strage è abbandonato al deposito bagagli della stazione di Firenze: per dormire è costretto a girare mezz’Italia in treno. Trova comunque il tempo di andare a Torino per tentare di uccidere Luciano Violante, il magistrato che sta indagando sul “golpe bianco” e gli intrecci tra Sogno, Cavallo e gli ordinovisti piemontesi (episodio a cui fa cenno nell'intervista concessami nel 2004 per il dvd "I colori del nero", ndb). 

Ai “bischeri e bischeroni” che l’hanno mollato giura vendetta. Invia una memoria difensiva in cui accusa Peppino “l’impresario” (l’ex marò Pugliese, affittuario della villa in Corsica in cui riparano Graziani e Concutelli) di non avere onorato gli impegni, causandone l’arresto. Tuti racconterà al processo per l’Italicus come aveva deciso di ammazzare Tomei: 
Sapevo che era a Bastia, mi comprai un fucile e progettai una bella vendetta corsa. Poi, dovetti rinunciare. Ma gli infami che non conoscete sono tanti. Li conoscerete a posteriori, domani o fra dieci anni. Il nostro era un ambiente inquinato, c’era gente che faceva il doppio gioco, infiltrati, scartine. 
Per l’occasione fornisce un primo elenco di bersagli. Per l’unico effettivamente colpito, Mennucci, la Corte d’Assise di Pisa escluderà la sua responsabilità come mandante. In realtà l’atteggiamento di Tuti - isolato in carcere, l’Fnr distrutto - è stato a lungo simile a quello di chi grida di notte nel bosco per farsi coraggio: in Francia era giunto ad attribuirsi la mancata strage di Incisa Valdarno (il 12 aprile 1975 un’esplosione trancia due metri e mezzo di binario ma il treno non deraglia) per avallare una posizione di forza inesistente e scongiurare l’estradizione. 

Anche quando l’assoluzione per l’Italicus gli risparmia il marchio di stragista, Tuti continua a negare di aver partecipato anche solo al disegno strategico e agli atti preparatori: 
Proprio le molteplici infiltrazioni del nostro gruppo sia con le loro vere e proprie istigazioni e poi con le loro abbondanti dichiarazioni processuali (largamente integrate dal “contributo” di parecchi membri) confermano in pieno l’assoluta mancanza di una qualsiasi volontà e programma stragista... per non parlare dell’assoluta incapacità a “reggere” alle inevitabili conseguenze di un simile misfatto (...) E lo stesso volantino di rivendicazione di quello che doveva essere l’ultimo attentato della serie, l’ultimo gradino dell’escalation, l’attentato notturno alla Camera di Commercio di Arezzo per farne andare in frantumi le vetrate, mi pare confermi in pieno la nostra precisa volontà di fare semplici gesti dimostrativi. 
Tuti - che i suoi ergastoli (per i due poliziotti uccisi) se li sarebbe presi e che per l'Italicus è stato assolto con formula ampia - ha qualche ragione di denunciare le caratteristiche di giustizia sommaria dei primi processi contro il terrorismo nero: 
Se ho forse una colpa semmai è di non aver voluto rispondere e spiegare chiaramente le cose al processo d’Arezzo. Ma da un lato c’era anche, oltre all’atteggiamento del “duro e puro” rivoluzionario, la rabbia per lo scherzo che mi stavano facendo di processarmi senza estradizione (...) e poi francamente non immaginavo certo che la montatura giornalistica del Fianchini avrebbe potuto avere delle conseguenze (ancora non avevo nemmeno una comunicazione giudiziaria per l’Italicus) (...) Certo però quella condanna a 20 anni (e 17 anni per Franci) per un attentato di cui avevo avuto notizie solo dopo la sua esecuzione è stata alla base di un’indegna montatura.

FONTE: umt, Guerrieri, Immaginapoli, 2005 

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