Bertolussi: ma Peteano non è una strage minore
In occasione del 44esimo anniversario, pubblico l'introduzione della vecchia (anno accademico 2013-14) tesi di laurea in Lettere di Veronica Bertolussi all'Università di Udine: La strage di Peteano e la strategia della tensione. Una tesi fondata su un'ipotesi forte: contestare la sua marginalizzazione nella narrazione mainstream dello stragismo neofascista, assestata sull'asse Milano-Brescia-Italicus-Bologna
Per approfondire
- La cronaca della strage
- Cicuttini, l'autore della strage
- La copertura dei carabinieri
- Il dirottamento di Ronchi - La testimonianza di Vinciguerra
- Il ruolo del Sismi nelle stragi
- "L'ergastolano": la stroncatura - Il faccia a faccia Vinciguerra vs Morando
La strage di Peteano del 31 maggio 1972 non è considerata una di quelle stragi che hanno segnato drammaticamente gli anni Settanta in Italia.
Della strage di Peteano si parla soltanto con riferimenti piuttosto sbrigativi. Dobbiamo porci a questo punto un interrogativo: esistono stragi maggiori e minori, e quindi esistono vittime maggiori e minori, colpevoli maggiori e minori? A questo interrogativo cerca di rispondere la mia tesi.
La classificazione di “strage minore” in riferimento a Peteano è, a mio avviso, errata. Eppure, questa sottovalutazione ha finito col dominare tutta la sua storia. Nella stesura di questa tesi di laurea, infatti, ho dovuto fare i conti proprio con questa marginalità, che appariva tale nel contesto degli anni Settanta e della strategia della tensione, che, invece, sono stati oggetto di una copiosa serie di trattazioni, tra saggi, articoli, documentari e testimonianze dirette come dimostra la ricchissima bibliografia.
La strage di Peteano è stata da subito circoscritta al territorio goriziano, tenuta lontana dalle cronache e ancora più lontana dagli avvenimenti che per primi avevano scosso l’opinione pubblica e la vita civile degli italiani. Perché? Secondo il giudice istruttore Felice Casson, perché era tutt’altro che locale, per nascondere la strategia della tensione e perché collegata con Gladio, struttura clandestina paramilitare sorta per contrastare la minaccia comunista.
Oggi, la sua importanza è ormai nota, ma relegata a poche righe in volumi che trattano altri argomenti. Nessuna monografia dunque, solo cenni qua e là che, tuttavia, ne riconoscono l’importanza e che, per questo, meritano di essere citate.
Così Giovanni Pellegrino, già presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo:
«Nei primi anni Settanta, gli strateghi della tensione abbandonano l’opzione militare. Ma i loro soldati, la manovalanza delle reti clandestine, continuano ad aspettare una nuova chiamata alle armi e nell’attesa si mantengono attivi. Quando però qualcuno comincia a capire che la chiamata non ci sarà più, reagisce e uccide. È quel che accade nella campagna di Peteano, vicino Gorizia, dove tre carabinieri, richiamati sul posto da una telefonata anonima, muoiono nell’esplosione di una 500 imbottita di tritolo. Una trappola. Per una dozzina di anni le indagini e i procedimenti giudiziari ignorano i veri colpevoli, focalizzandosi invece su una varietà di indiziati e imputati che non hanno nulla a che fare con il crimine. Tra l’altro, all’inizio viene imboccata una pista rossa legata a Lotta Continua, che poi viene abbandonata per la sua palese inconsistenza. Soltanto nel 1984 la responsabilità dell’attentato viene confessata da Vincenzo Vinciguerra, un militante di Ordine Nuovo che, dopo essere stato latitante prima in Spagna e poi in Argentina, si è costituito nel 1979 ed è già in carcere per un’altra accusa. Da detenuto, dunque, Vinciguerra confessa spontaneamente l’attentato di Peteano, senza ripudiare il suo passato, rivendicando anzi con orgoglio la propria qualità di soldato politico. Egli afferma di confessare allo scopo di “fare chiarezza”, avendo compreso che tutte le precedenti azioni della destra radicale, incluse le stragi, in realtà erano state manovrate dallo stesso regime che si proponeva di attaccare. Dichiara infatti Vinciguerra: “Mi assumo la responsabilità piena, completa e totale dell’attentato, che si inquadra in una logica di rottura con la strategia che veniva allora seguita da forze che ritenevo rivoluzionarie, cosiddette di destra, e che invece seguivano una strategia dettata da centri di potere nazionali e internazionali collocati ai vertici dello Stato…” L’unico fatto realmente rivoluzionario, secondo Vinciguerra, è proprio quello di Peteano, “azione di guerra contro lo Stato (nelle persone dei carabinieri) e non contro la folla, in maniera indiscriminata”».
Nel capitolo dedicato a terrorismo e servizi segreti nell’area lombardo-veneta, così scrive di Peteano Mimmo Franzinelli:
«In area ordinovista matura un sanguinoso attentato contro i carabinieri, che segna un salto di qualità nell’eversione nera. Il 31 maggio 1972 una telefonata alla caserma di Peteano di Sagrado (Gorizia) informa che nei pressi del confine italo-jugoslavo è parcheggiata un’automobile sospetta; viene disposto un controllo: l’apertura del cofano della FIAT 500 uccide tre carabinieri e neferisce un quarto in modo grave. L’Arma riserva a sé le indagini e taglia fuori sia la polizia sia i servizi segreti. L’indomani giunge da Milano il generale Palumbo, che sottrae l’inchiesta a Gorizia per affidarla al suo uomo di fiducia, il colonnello Dino Mingarelli, comandante della Legione di Udine. Mingarelli ricusa la collaborazione della questura, imbocca la pista della sinistra extraparlamentare e individua i colpevoli in alcuni militanti di Lotta continua: strategia investigativa priva di riscontri e affondata in istruttoria. Sfumata la matrice politica, il volenteroso ufficiale imbastisce quella comune e dopo alcuni mesi arresta sei malavitosi – altro teorema travolto dalle risultanze processuali. I depistaggi sono agevolati dal perito balistico Marco Morin, ordinovista doc, che sostituisce l’esplosivo dell’eccidio con “innocua” dinamite di provenienza cecoslovacca. È il consueto copione inscenato dopo ogni strage: occultamento delle prove, ideazione di piste false, favoreggiamento e fuga dei colpevoli, maratona giudiziaria dagli esiti insoddisfacenti. Nel frattempo gli assassini si godono la vita a Madrid, nella comunità dei fuoriusciti fascisti dove, in “due gaie serate del solstizio d’inverno 1976, nasce l’inno del Movimento politico Ordine nuovo”.
Un fattore imprevedibile dirada le omertà e chiarisce le responsabilità. Vincenzo Vinciguerra, coinvolto nell’eccidio, matura una profonda crisi esistenziale e ideologica; l’estate del 1979 si distacca dai suoi camerati, nauseato dal complotto con segmenti dello Stato e dalla strategia omicida di cui solo ora intravede l’assurdità. Convinto dall’esperienza “che le stragi sono funzionali al potere e non ad una posizione politica”, si costituisce per scontare una pesante condanna per dirottamento aereo; dopo quattro anni di reclusione confessa la propria implicazione a Peteano. È processato col suo complice Carlo Cicuttini, ex segretario di una sezione missina della Valle del Natisone: al loro fianco siedono i depistatori, ovvero il sullodato Mingarelli (nel frattempo promosso generale), il colonnello dei carabinieri Antonino Chirico e alcuni loro collaboratori, cui i giudici contestano la falsificazione delle prove onde “assicurare l’impunità ai responsabili della strage”. Il 25 giugno 1987 la Corte d’assise di Venezia infligge l’ergastolo ai due esecutori e pene dai tre ai dieci anni agli ufficiali dei carabinieri.
Vinciguerra spiega la sanguinosa imboscata di Peteano come “atto di guerra che, se il regime politico non fosse intervenuto per occultarne la matrice fascista, avrebbe potuto interrompere il processo di identificazione fra neofascismo e istituzioni militari, in particolare i carabinieri”; in sostanza gli attentatori volevano dimostrare ai vertici dell’Arma che i veri fascisti non si lasciano strumentalizzare e colpiscono gli infidi “protettori”. Motivazioni fumose e di dubbia efficacia sul piano pratico, poiché a pagare sono un brigadiere e tre carabinieri. L’attentato di Peteano è uno dei rari casi in cui lo stragismo viene smascherato e condannato dal livello degli esecutori a quello dei depistatori, con sentenza definitiva».
Infine, così Giorgio Boatti nel suo volume dedicato alla strage di piazza Fontana:
«Per la strage di Peteano del 31 maggio 1972 i due responsabili, Vincenzo Vinciguerra e Carlo Cicuttini, aderenti a Ordine Nuovo, vengono a lungo sottratti all’azione della giustizia per i depistaggi operati da due ufficiali dei carabinieri, il generale Mingarelli e il colonnello Chirico, diretti superiori delle vittime. I due ufficiali, assieme a un sottufficiale loro sottoposto, vengono successivamente condannati in via definitiva per i reati commessi».
Questi sono tre esempi di come la strage di Peteano venga sempre considerata. Una considerazione che mette in evidenza la particolarità del soldato politico Vinciguerra e ne sottolinea il comportamento di rottura, e insieme evidenzia le condanne dei (soli) Mingarelli e Chirico.
La strage di Peteano può essere però assunta come chiave di volta dell’intera strategia della tensione, generando quella particolare situazione in cui Vinciguerra, volendo svelare e rompere tale struttura trova, invece, copertura. Questo episodio, per il quale i colpevoli sono certi e indubitabili, è infatti non solo l’ideale rappresentazione del modus operandi celato dietro la strategia della tensione, ma anche la chiave di interpretazione della stessa.
Scopo di questa tesi è, infatti, giungere alla definizione della strage di Peteano come interna o esterna alla strategia della tensione attraverso l’analisi di tutte le sue fasi investigative (pista rossa, pista gialla e pista nera), con un’attenzione particolare verso l’attività di depistaggio così come è emersa dalla sentenza della Corte di Assise di Venezia e il ruolo di Vincenzo Vinciguerra nella lotta contro il sistema che ha gestito la strategia della tensione stessa.
Le fonti primarie della presente tesi sono state due: il volume a cura di Gian Pietro Testa, La strage di Peteano, e il volume curato da Giovanni Salvi, La strategia delle stragi: dalla sentenza della Corte d’Assise di Venezia per la strage di Peteano.
Il volume di Testa è stato essenziale per ricostruire gli avvenimenti relativi alla pista gialla, ovvero la pista investigativa che voleva attribuire la strage a una matrice apolitica come quella della delinquenza comune goriziana, una tesi fallace ma portata avanti con ostinazione fino alla Cassazione. Se la ricostruzione di Testa da una parte è precisa e puntuale, dall’altra, risalendo al 1976, risente della mancanza di uno sguardo a lungo termine che copra non solo l’intera vicenda giudiziaria a carico dei goriziani, ma che prosegua fino all’individuazione della vere responsabilità.
In soccorso a questa mancanza, tuttavia, accorre il volume curato da Salvi, che riporta i passi essenziali della sentenza di primo grado, spaziando dalla pista gialla a quella nera, di marca neofascista, senza dimenticare la pista rossa, a carico di anarchici e comunisti, e ponendo l’accento sui numerosi episodi di deviazione attuati da magistrati, forze dell’ordine e personalità politiche.
Nell’ambito giudiziario si trovano altre tre fonti.
La prima è la sentenza della Corte di Assise di Appello di Venezia del 5 aprile 1989 relativa alla strage di Peteano, poi annullata dalla Cassazione, emblematica di tante sentenze assolutorie di cui è costellata la storia processuale dei processi relativi alle stragi compiute nell’ambito della strategia della tensione e di quelli legati ai maggiori misteri italiani.
Seconda fonte di notevole importanza, soprattutto alla luce dei depistaggi tesi a impedire il suo collegamento con le indagini relative a Peteano, è la sentenza della Corte di Assise di Appello di Trieste del 9 giugno 1976 relativa al fallito dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari, a carico di Vincenzo Vinciguerra e Carlo Cicuttini, già responsabili della strage di Peteano ma mai indagati prima. Sono il dirottamento e il relativo processo a indurli alla latitanza, ritardando di anni delle indagini che, se compiute nell’immediatezza del fatto, avrebbero non solo risparmiato anni di processi al gruppo dei sei goriziani accusati ingiustamente, ma avrebbero anche portato subito i colpevoli dietro le sbarre.
Ultima fonte di grande importanza è la sentenza-ordinanza del giudice Guido Salvini del 1995, relativa all’eversione nera. Se da una parte questa sentenza è utilissima per una ricostruzione puntuale del terrorismo di marca neofascista rappresentato dai gruppi Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e La Fenice, dall’altra è utile per comprendere l’attendibilità di Vincenzo Vinciguerra, responsabile della strage di Peteano, e la sua lotta politica.
Una – forse inusuale e inaspettata – fonte è lo stesso Vincenzo Vinciguerra. Questi, infatti, in carcere ha scritto due volumi, uno sulla sua vita e sulla lotta politica che ancora oggi sta conducendo, Ergastolo per la libertà. Verso la verità sulla strategia della tensione, e l’altro all’insegna della ricerca della verità storica dietro la strage di Peteano e della denuncia di chi ha cercato ha cercato di nasconderla, La strategia del depistaggio. Altra fonte inesauribile di notizie sui fatti più o meno misteriosi della storia d’Italia, ma non solo, sono i suoi saggi, disponibili online sul sito www.archivioguerrapolitica.org.
Da considerare anche due documenti audiovisivi. Il primo è il documentario girato da Cristian Natoli, Per mano ignota. Peteano una strage dimenticata, che ricostruisce la vicenda attraverso le interviste a coloro che l’hanno vissuta in prima persona: dallo stesso giornalista Gian Pietro Testa agli avvocati difensori dei goriziani innocenti Livio Bernot, Nereo Battello e Roberto Maniacco, da due dei sei goriziani, Furio Larocca e Maria Mezzorana, al giudice istruttore salito all’onore delle cronache proprio con l’istruttoria veneziana del processo di Peteano, Felice Casson.
L’altra fonte, ripresa anche nel documentario, è l’intervista rilasciata da Vincenzo Vinciguerra al programma La notte della Repubblica, programma diretto da Sergio Zavoli, nella puntata dedicata alla strage di piazza della Loggia a Brescia, importante ancora una volta per inquadrare il “personaggio” Vinciguerra, la sua figura di soldato politico e la sua lotta contro il sistema per il raggiungimento della verità storica dietro la strategia della tensione.


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