Condannato uno sconosciuto per l'ultimo omicidio dei Nar - <b>FascinAzione</b>

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sabato 14 dicembre 2019

Condannato uno sconosciuto per l'ultimo omicidio dei Nar

Sono passati quasi 35 anni da quando, nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 1985, un agente della polizia stradale rimase ucciso - e un collega ferito - per mano dei terroristi. Oggi, la prima Corte d’assise di Roma ha chiuso questa terribile pagina italiana condannando al massimo della pena, all’ergastolo, Fabrizio Dante. Secondo i giudici è lui uno dei componenti il commando che quella notte uccise l’agente della polizia stradale Giovanni Di Leonardo, e ferì un agente suo collega, Pierluigi Turrigiani.
Cosa ancora più grave, la Corte ha riconosciuto l’esistenza della finalità di terrorismo dietro un omicidio volontario che all’epoca ebbe una grande eco nell’opinione pubblica. Un agguato rimasto al buio per tanti anni; fino a quando è arrivata in soccorso la tecnologia investigativa più moderna rispetto a quel 1985.
I fatti apparvero chiari agli investigatori fin da subito; stessa cosa, la dinamica. Quella notte, sull’autostrada Roma-L’Aquila, a poca distanza dallo svincolo di Castel Madama, l’attenzione di una pattuglia della Polizia Stradale fu catturata da due persone che fecero loro segno di fermarsi. L’autovettura si trovava in sosta sulla corsia d’emergenza accanto a una seconda macchina con il cofano aperto e i fari accesi. Una volta avvicinatisi, da una siepe sbucarono alcuni uomini armi in pugno. L’agente Di Leonardo, che era rimasto a bordo della pattuglia, secondo quando ricostruito, cercò di reagire impugnando la pistola, ma fu raggiunto da un colpo al torace; anche il collega Turrigiani fu ferito. I due agenti furono immobilizzati con le loro stesse manette e gettati in un canale di scolo; gli assalitori fuggirono, facendo perdere le loro tracce. Fu necessario qualche minuto perché uno dei due poliziotti riuscisse a risalire in strada, fermare un’automobilista in transito e chiamare i soccorsi. L’agente Di Leonardo morì dopo poco in ospedale; il suo collega Turrigiani rimase ferito. Secondo la ricostruzione accusatoria, l’agguato - che fu rivendicato dai Nar - sarebbe nato dalla volontà di impossessarsi delle armi degli agenti. 
L’agguato, però, sul tema della responsabilità rimase all’oscuro per tanti anni. Poi, la nuova tecnologia ha consentito di comparare due impronte, una ritrovata sull’auto della polizia stradale quel giorno e una seconda risalente al 1989, prelevata in occasione di un arresto. Di lì si è arrivati alla chiusura del cerchio; e nel dicembre di due anni fa, l’inizio del processo.
A metà novembre il pm Erminio Amelio sollecitò ai giudici una condanna all’ergastolo per Fabrizio Dante, ritenendo provata, anche sotto il profilo scientifico, la responsabilità dell’uomo nell’agguato. Successivamente il difensore, l’avvocato Massimo Biffa, ha cercato di confutare in ogni modo la tesi
accusatoria. Oggi, la camera di consiglio e la sentenza di primo grado con la condanna al carcere a vita. Certo è che la vicenda processuale non finirà qui; la difesa attenderà ovviamente le motivazioni della sentenza, ma ha già annunciato la volontà di appellare la decisione.

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