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10 settembre 1976/1: muore Gianni Nardi. Un mistero che non c'è

Una delle copertine di Playmen con fotoreportage di Lady Golpe, Donatella Di Rosa con il marito, Gianni Nardi



I primi di ottobre 1993 una bella donna di trentasei anni, Donatella Di Rosa, conquista finalmente le prime pagine dei quotidiani nazionali. Fino a quel momento è riuscita a far parlare di sé solo i giornali del Friuli, dove vive. È da quasi un anno che insieme al marito Aldo Michittu, un tenente colonnello dell’esercito di stanza nella base di Campoformido (Udine), combatte una crociata personale contro il generale Franco Monticone, amico del marito, nonché suo ex amante.

In prima battuta, i due coniugi si limitano ad accusare Monticone di trafficare armi ed esplosivo. Poi, in un secondo tempo – perché la loro è una denuncia fatta con il contagocce –, sostengono che sta meditando un colpo di Stato. Afferma Michittu:

La situazione politica stava deteriorandosi progressivamente, e si sarebbero create le condizioni per una sostituzione della classe politica con degli uomini nuovi appoggiati da una élite militare. Il Monticone non mi disse mai nomi specifici ma chiaramente mi fece capire che apparteneva a questa élite interessata a «fare pulizia nel Paese».

Monticone non è un generale qualsiasi. È il capo della Forza di intervento rapido, un insieme di corpi d’élite di recente costituzione, tra cui la Folgore, di cui è stato il comandante, pronta a proiettarsi in qualsiasi situazione d’impiego.

In quel travagliato inizio di anni Novanta, nel vuoto di potere aperto da Tangentopoli e nella cupa eco delle bombe di mafia, il golpe militare è un’ipotesi che mette più inquietudine che sconcerto. Anche perché il giudice Pier Luigi Vigna, protagonista di inchieste scottanti, presta fede alla denuncia della Di Rosa. E lo stesso fa un Tribunale militare, competente per accuse avanzate contro personale in servizio.

Così Monticone viene sospeso in attesa di chiarimenti, mentre in segno di protesta si dimette addirittura il capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Goffredo Canino. Uno scossone di proporzioni mai viste scuote le alte e spesso irremovibili gerarchie dell’esercito, superiore a quello seguito alla ben più grave tragedia di Ustica.

Ma perché questa storia di corna – e, come vedremo, anche di denaro – travalichi i suoi debiti confini e diventi un caso nazionale, non basta la complicità dei mass media. Occorre che sia aggiunta un po’ di carne al fuoco. L’elemento che fa saltare i telex e correre le rotative è la denuncia che al progetto aderisce il celebre estremista di destra Gianni Nardi. Non è morto come tutti pensano in un incidente d’auto in Spagna nel 1976, ma è vivo e trama nell’ombra con i generali felloni. La Di Rosa può dirlo con certezza, perché lei e il marito lo hanno frequentato e ospitato in casa fino a un paio di anni prima.

È una notizia sconcertante, ma non per i nostri servizi segreti. Rapporti del SISMI e del SISDE, ovviamente non pubblici, da anni si interrogano sulla reale sorte di Nardi. Una segnalazione del 1979, per esempio, lo colloca in Spagna, in Tarragona, dove vivrebbe sotto la falsa identità di Ricardo Pisan Ferrer.

Nel 1983 il centro SISDE di Ancona indaga su un articolo pubblicato dalla pagina di Ascoli Piceno de Il Messaggero, dal titolo «Gianni Nardi è morto?» La redazione ha ricevuto una telefonata di una giornalista del New York Times, Cornelia Freeland, che ha registrato voci di un Nardi vivo negli Stati Uniti e in Canada, a Ottawa. E si è informata se ci sono indagini in corso su funzionari di polizia italiani che avrebbero favorito l’estremista. Il controspionaggio non tarda ad acclarare che non esiste nessuna Cornelia Freeland tra i giornalisti di New York, ma continua a seguire con interesse il caso.

Generali che complottano nell’ombra. Traffici internazionali di armi. Un uomo pericoloso che ha simulato la sua morte e sta per colpire. Sono gli ingredienti perfetti di un caso destinato a tenere banco per mesi, soprattutto se a raccontarne i retroscena è una bella donna dagli occhi azzurri – ma si tratta di lenti a contatto colorate –, che mischia con abilità seduzione e mistero.

Intanto emerge che la conoscenza tra Michittu, Monticone e Nardi data alla fine degli anni Sessanta, quando il primo era un sergente, il secondo un capitano e Nardi un brillante ufficiale di complemento, tutti della Folgore, tutti e tre a Pisa presso la scuola di paracadutismo dell’esercito. Uscito sesto dalla scuola di fanteria su oltre quattrocento allievi, Nardi era il pupillo di Monticone, al punto che lo avevano soprannominato «Montichino».

Frequentando Nardi, l’allora ventisettenne Michittu era diventato l’amante di sua madre, Cecilia, vedova di Euste, facoltoso industriale aeronautico, morto nel 1950, quando Gianni aveva solo quattro anni. Questa «Mrs. Robinson» facoltosa e possessiva – tale almeno appare nel racconto di Michittu – era stata molto generosa nei confronti del giovane sottufficiale. Per tutti i diciotto anni di durata della loro relazione, interrotta dalla decisione di lui di sposare la Di Rosa, lo aveva foraggiato, consentendogli di non toccare lo stipendio e di accantonare un tesoretto di circa mezzo miliardo di lire.

Cecilia riteneva che Michittu potesse svolgere un ruolo contenitivo nei confronti del figlio, un estremista e fanatico di armi da fuoco, coinvolto in imprese pericolose già prima del servizio militare. Così Michittu l’aveva aiutata a proteggere Gianni in diverse occasioni, nascondendo armi prima che i carabinieri le trovassero, occultando esplosivo nella legnaia della sua casa o accompagnando lei e i suoi amici in misteriosi appuntamenti. Stando al suo racconto, la cosa più curiosa che si era trovato a fare era accompagnare un amico distinto di Cecilia all’appuntamento con una brunetta ambigua, che lo attendeva su una Porsche nera con a bordo un dobermann.

Michittu non era l’unico ad aiutare Nardi. Del cerchio magico dell’estremista facevano parte anche personaggi strani, come il misterioso padre Ramón, che da un convento all’Eur aiutava i fascisti a espatriare in Spagna, e un certo Marchesi, alto ufficiale dei carabinieri amico di Cecilia, che avvisava delle perquisizioni prima che avvenissero e dava informazioni sulle indagini in corso.

Nel settembre 1976 era arrivata dalla Spagna la triste notizia che Nardi era morto in un incidente d’auto a Palma di Maiorca. Michittu racconta che quando Cecilia partì per la Spagna era convinta che il figlio fosse deceduto. Nel 1978 però, quando le acque si erano calmate, gli aveva confessato che era vivo. Era troppo compromesso dalla sua fama, gli disse la donna, e fingere di essere morto era stato l’unico modo perché suo figlio potesse rifarsi un’esistenza tranquilla. In seguito Michittu aveva visto diverse volte Gianni quando rientrava in Italia sotto falso nome, e dopo il matrimonio con Donatella l’aveva anche ospitato in casa. L’ultima volta che l’avevano incontrato era stato nel 1991.

Secondo la Di Rosa, Nardi non aveva fatto niente di diverso dal Mattia Pascal dell’omonimo romanzo di Pirandello. Nel suo caso, aveva approfittato di un vero incidente d’auto in cui era morto un suo amico, forse sudamericano. A coprire tutto erano stati uomini della Guardia Civil, foraggiati generosamente. Nella corrotta Spagna dell’immediato postfranchismo espedienti del genere erano tutt’altro che infrequenti. Sempre alle Baleari un amico di Nardi aveva fatto la stessa cosa prima di lui, approfittando dell’incidente di un subacqueo.

Il riferimento era a un estremista amico di Nardi, il lodigiano Antonio Maino, che l’Interpol cercava inutilmente da tempo. Neanche due mesi prima dell’incidente di Nardi, nelle acque di Cala Figuera, la cittadina dove risiedeva Nardi a Maiorca, la marina militare spagnola aveva recuperato il cadavere di un subacqueo in avanzato stato di decomposizione, privo della testa e di un braccio. Ciò nonostante Giuseppe, il fratello di Antonio, aveva riconosciuto il cadavere e ottenuto in tempi sospettosamente rapidi un certificato di morte. Era anche questa una coincidenza?

L’Ufficio affari riservati era a conoscenza di un episodio altrettanto inquietante, e per certi versi premonitore. Il 23 gennaio 1974, sulla statale 7, nei pressi di La Bussière, nella regione francese del Centro, un’amica francese di Nardi, tale Yvette Bromont, era stata trovata carbonizzata all’interno della sua auto, una Fiat 128. Era uscita di casa dopo un diverbio con Antonio Nuvoli, il marito da cui stava per divorziare, e sembra che stesse dirigendosi dalla madre che abitava nel Puy-de-Dôme. Poteva essere solo una coincidenza. Ma in questa vicenda cominciavano a essercene troppe, anche per i più scettici.

Mentre fa queste rivelazioni clamorose, comunque, Michittu ha un’orgogliosa certezza, e la proclama ai giornalisti. Il suo amico e camerata Gianni Nardi non lo lascerà solo in questo momento difficile in cui sta sfidando l’establishment:

Nardi non accetta gli schiaffi, ama la sfida e il rischio. Per questo sono convinto che si farà vivo, in barba a chi dichiara che le nostre affermazioni sono servite ad avvertirlo di mettersi al sicuro. Sa che siamo soli. Sa che il generale Monticone e gli altri alti ufficiali sono intoccabili.

Grazie al clamore suscitato dalla denuncia, e ampliato a dismisura dai compiacenti media, le autorità spagnole acconsentono a un approfondimento delle indagini. Il 16 ottobre 1993 una delegazione italiana, di cui fa parte il capitano del ROS Massimo Giraudo, raggiunge il cimitero di Campos, a Maiorca, dove, alla presenza di magistrati spagnoli e giornalisti in fervida attesa, verrà esumata la salma della discordia.

Finalmente la procedura ha inizio. Gli operatori issano in superficie la bara, che è in ottime condizioni, e aprono la lamina di zinco, anch’essa intatta, se non fosse per alcune piccole feritoie su un lato che per un attimo attirano l’attenzione del capitano Giraudo. All’interno c’è un corpo perfettamente mummificato. È una buona notizia, perché significa che si possono prelevare impronte digitali molto nitide. Vengono trovati anche un paio di guanti di tipo chirurgico, cotti dal calore, e quattro fogli strappati da un bloc notes, con tracce nere di inchiostro. Forse sono le prove del prelievo delle impronte.

Giraudo chiede alle autorità spagnole il permesso di scattare delle foto e di acquisire gli atti relativi all’incidente automobilistico, che nessuno in Italia ha mai visto. A entrambe le richieste, però, riceve una inesplicabile risposta negativa. In attesa che i tecnici spagnoli prelevino le impronte e le confrontino con quelle di Nardi portate dall’Italia – tecnici italiani faranno in parallelo un confronto analogo –, Giraudo ne approfitta per raccogliere alcune testimonianze.

In mancanza della documentazione, per fare un po’ di luce sull’incidente occorre la memoria del viceconsole Carlo Montalto. Il diplomatico ricordava bene quel caldo pomeriggio del 10 settembre 1976 quando, nel piccolo cimitero di Campos, era arrivato il cadavere di un uomo sulla trentina. I documenti dicevano che si chiamava Arnaldo Costa-Viña, e che era boliviano. Ma era deceduto a bordo di una Fiat 127 targata Vicenza.

L’incidente era avvenuto al chilometro 34 della statale 717, in prossimità dell’abitato Santanyí, in un punto chiamato curva de la muerte. Tra le molte vittime di quel luogo pericoloso c’era anche Juan March, il ricchissimo finanziere nato nelle Baleari che durante la guerra civile aveva appoggiato la causa franchista.

La salma misurava circa 170 centimetri, aveva capelli corti, indossava una camicia blu, un paio di jeans, degli stivali di cuoio marrone. Con sé aveva l’orologio, una pipa, del tabacco e 2.984 pesetas. Per qualche ora il corpo era stato tenuto in fresco con del ghiaccio, poi, non essendo stato reclamato da nessuno, era stato messo in una bara a buon mercato e interrato in una fossa comune.

Il 16 settembre Montalto andò sul luogo dell’incidente, e poi si recò al cimitero, dove incontrò un gruppo di italiani. Tra essi c’erano l’avvocato di famiglia, il principe del foro di Perugia Fabio Dean, ed Emanuele Nardi, cugino di Gianni. Il riconoscimento del cadavere, che a causa del caldo era ormai in putrefazione, fu fatto unicamente dall’avvocato e dal cugino. Cecilia e la figlia Alba, invece, non se la sentirono. L’atto non ebbe neppure i crismi dell’ufficialità, perché in quel momento non era presente la Guardia Civil.

Solo con fatica Montalto ottenne il permesso di scattare una foto al corpo, prima che un becchino prendesse le impronte del pollice e dell’indice dalla mano sinistra per conto della polizia spagnola. Il viceconsole chiese insistentemente alle autorità locali i documenti relativi all’incidente per la sua relazione da spedire in Italia, ma non ricevette mai niente. 

Montalto apprese che la madre di Nardi aveva disposto che la salma fosse trasferita in Italia. Perché questo fosse possibile, era necessario imbalsamarla. Così un preparatore si era occupato del cadavere, iniettando al suo interno circa sette litri di un liquido apposito. Poi lo aveva chiuso in una cassa di ottima qualità, di quelle destinate a ricevere le spoglie delle persone benestanti. La salma, però, non era mai partita per l’Italia. Dieci giorni dopo l’incidente fu seppellita nel cimitero di Campos, e vi fu collocata una lapide con il nome di Nardi. La madre, evidentemente, aveva cambiato opinione. Sul certificato di morte il nome di Costa-Viña venne barrato con un tratto di penna e sostituito da quello dell’italiano. E con questo, per gli spagnoli il caso era definitivamente chiuso.

La signora Pilar Moreno Virosella aveva affittato a Nardi un bell’appartamentino a Cala Figuera. Il giovane italiano, molto discreto e solitario, vi era rimasto un mese. Prima di sparire, le aveva detto che sarebbe partito presto. Quando Giraudo le mostra una foto di Nardi, Pilar lo riconosce immediatamente, avvalorando un fatto che nessuno aveva mai messo in dubbio, e cioè che nel settembre 1976 Nardi viveva alle Baleari.

Il tecnico della Scientifica Joaquin Pablos Martín ricorda bene di aver preso le impronte al cadavere. Un’operazione del tutto inutile, perché non aveva nulla con cui compararle. Si era limitato a spedire le impronte a Madrid, come da prammatica, e naturalmente non ne aveva saputo più niente. All’epoca qualcuno gli aveva sicuramente mostrato un ritratto di Nardi, ma lui non si ricordava se aveva scorto una somiglianza con il cadavere. Anche il suo collega Nicolas Sastre rammentava quel cadavere, perché era immerso in uno strano liquido denso e gelatinoso. Forse era il liquido usato per l’imbalsamazione, ma lui non lo sapeva. A sua memoria, il volto era molto deformato.

Sono entrambi ricordi divergenti dalla testimonianza del cugino di Nardi, Emanuele, che con l’avvocato Dean aveva eseguito l’unico riconoscimento di cui siamo a conoscenza. Secondo lui il volto «presentava due grossi lividi alle tempie, evento, mi fu detto, che consegue a un violento colpo di frusta e alla frattura della spina dorsale, ma era intatto».

Un altro che non si era dimenticato di quel lontano giorno di settembre era il camionista coinvolto nell’incidente, José Esteva Ferriol, la cui testimonianza rivela dettagli inquietanti. Aveva riportato danni per 200.000 pesetas, ma l’assicurazione gliene aveva liquidate solo 100.000. In quella maledetta curva era successo tutto in un attimo. La Fiat 127 aveva urtato il suo camion Barrientos e poi era andata a sbattere contro un muretto di pietra.

Dopo l’impatto José si era avvicinato all’auto. Al posto di guida c’era un uomo sui trent’anni, esanime, la testa reclinata a destra, senza nessuna evidente ferita esteriore. Poi era arrivata la Guardia Civil, ed era stato un agente a confermare a José che il conducente dell’auto era morto.

Mentre le forze dell’ordine espletavano le formalità, dalla stessa direzione della Fiat 127 era arrivata un’auto da cui era sceso uno strano uomo sulla trentina, in camicia e cravatta. Si era guardato intorno e poi aveva tempestato José di domande: se l’automobilista fosse deceduto, se il camion fosse di sua proprietà, persino se la polizia avesse prelevato qualche oggetto dall’auto. L’uomo parlava uno strano spagnolo, e sembrava straniero. Dopo quella volta, José non l’aveva più visto. In mancanza di documentazione, è ormai impossibile chiarire chi fosse e se avesse una qualche implicazione nella vicenda.

Intanto, già in serata, a conferma che gli spagnoli hanno fretta di chiudere il caso, a Giraudo arriva la risposta dai dattiloscopisti. Le impronte prelevate collimano con quelle prese a Nardi in Italia al momento dell’arresto. Per Donatella Di Rosa e Michittu l’esito della prova significa l’arresto. Con la stessa rapidità con cui gli si è dato ascolto, ora il loro racconto viene destituito di qualsiasi fondamento, benché, come sempre in questi casi, sia un impasto indiscernibile di verità e calcolate menzogne.

La donna però non ha nessuna intenzione di lasciare la luce dei riflettori. Ormai ribattezzata «Lady Golpe», ventitré giorni dopo, quando esce dal carcere fiorentino di Sollicciano, cerca disperatamente di tenere viva la sua effimera popolarità approfittando di trasmissioni di grande richiamo, scrivendo un libro e anche posando nuda per Playmen, la rivista patinata di Adelina Tattilo. Scelte che demoliscono anche l’ultimo residuo della sua credibilità, insieme alla scoperta che nel 1986 è stata segnalata per truffa, che in un’occasione ha anche fatto finta di avere una sorella gemella e che ha usato nomi falsi.

Così, mentre i Michittu da accusatori diventano imputati, viene ristabilita l’onorabilità di Monticone e degli altri accusati, che non avrebbero né trafficato né tentato il golpe. Il golpe in effetti c’è stato ma, come ha osservato acutamente una saggista, «non da parte di poveri e sempliciotti soldati agli ordini di un potere fantasma, bensì di colei che parla con gli occhi. Un colpo di stato mediatico che prevede la manipolazione dei mezzi di comunicazione». Anche perché nella primavera del 1995 il test del DNA dimostra in modo inconfutabile l’identità della salma. Non c’è più alcun dubbio. Gianni Nardi è morto, e il suo corpo è sepolto nel cimitero di Campos.

Questo, in fondo, era il mandato della delegazione italiana. Rispondere alla semplice e ovvia domanda: Gianni Nardi è ancora vivo? Il presupposto dato per scontato dall’indagine, naturalmente, era che il corpo contenuto nella bara fosse lo stesso che era stato interrato nel 1976. Ma, alla luce della mancanza di collaborazione degli spagnoli, del rifiuto di consegnare una documentazione apparentemente banale come quella del sinistro e delle ambigue testimonianze raccolte dalla delegazione italiana, questo presupposto è del tutto fondato? (1-continua)

Fonte: Massimiliano Griner, Anime nere, Sperling & Kupfer

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