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10 settembre 1976/2: Gianni Nardi e la rapina di piazzale Lotto


(...) Nel 1965, mentre lo zio Elto combatte con tutti i mezzi a disposizione, dalla stampa alla pressione dei parlamentari amici, per rompere lo strapotere della Agusta nel campo degli elicotteri militari e fare largo a quelli che costruiva su licenza dell’americana Hughes, Gianni viene arrestato per la prima volta per detenzione e commercio di armi. Con l’occasione si scopre che ha regalato a un’amica minorenne una Beretta 6,35, la classica pistola da borsetta.
Quando zio Elto rinsalda la sua amicizia con il generale Mario Bacich, eroe dell’aviazione tra le due guerre, perché spinga l’acquisto di elicotteri della Nardi da parte della guardia di finanza, Gianni è già coinvolto in una maldestra rapina a una pompa di benzina terminata con un morto. Il fattaccio accade a Milano, in piazzale Lotto, all’alba del 10 febbraio 1967. A perdere la vita è il benzinaio Innocenzo Prezzavento, padre di cinque figli. Grazie a uno zelante testimone, la polizia individua il presunto responsabile in un giovane ladruncolo di automobili, tal Pasquale Virgilio. Il suo alibi è la fidanzata, che però non conferma. Così Virgilio finisce in Corte d’assise con un’accusa da ergastolo. 
Nel frattempo Nardi fa il militare nella Folgore sotto il comando di Monticone, e fa amicizia con Michittu. Parla di arruolarsi nell’esercito americano e andare a combattere contro i Vietcong, ma scopre che non è possibile. Si arruola invece nel Tercio, la legione straniera spagnola, che gode di un discreto appeal tra gli italiani di estrema destra, e frequenta anche un corso avanzato di paracadutismo nella base di Alcantarilla, nella Murcia. Mentre Nardi favoleggia di essere spedito in Africa a difendere le colonie spagnole minacciate dalla decolonizzazione (dalla Guinea Equatoriale al Sahara), in Italia il processo per l’omicidio di Prezzavento arriva a una svolta. 
Si fa avanti un insegnante ventiseienne, tal Marcello Del Buono, che ha una storia da raccontare. Frequenta un gruppetto di coetanei che da tempo parlava di rapine e armi. Ne fanno parte un ragazzo del malfamato quartiere milanese del Giambellino, Roberto Rapetti, detto «il Parà» anche se è stato riformato al servizio di leva a causa di un deficit uditivo. Rapetti si trova già in galera con l’accusa di tentato omicidio dopo una sparatoria nei pressi di Cesena. Con lui al distributore c’erano due ragazzi di buona famiglia: uno è Giancarlo Esposti e l’altro è proprio Gianni Nardi. La rapina, rivela Del Buono, l’ha fatta Rapetti. Ma a mettere materialmente in mano al manipolabile ragazzo del Giambellino la pistola, una Beretta calibro 9 modello 34, sono stati Esposti e Nardi. 
Dopo la morte di Prezzavento, Del Buono si è limitato a gettare nel Lambro la canna della pistola, e quindi le sue rigature compromettenti, e poi avrebbe restituito l’arma a Nardi. Del Buono, però, entra ed esce dalle cliniche psichiatriche perché soffre di depressione, perciò nessuno presta fede al suo racconto. Inoltre portare a giudizio due giovani di buona famiglia come Esposti e Nardi non è cosa che un Tribunale fa a cuor leggero. 
Anzi, in certi ambienti il nome di Nardi circola con un certo interesse. Benché l’omicidio del povero benzinaio abbia scosso gli italiani, e Gianni Nardi, pupillo di un’importante famiglia di industriali, sia su tutti i giornali, proprio in quel periodo un capitano del SID – il servizio segreto militare – in forza a Gladio, Camillo Carignani, nome in codice «Serafino», suggerisce di arruolarlo tra i gladiatori. Cioè tra quei patrioti che dovrebbero difendere l’Italia nell’improbabile ipotesi che sia invasa dalle truppe sovietiche. 
Una proposta non soltanto indecente ma anche irrituale, perché di regola Stay Behind non fa chiamate dirette, ma riceve personale già selezionato. A stretto giro la sede centrale del SID comunica il suo parere negativo, mettendo in evidenza il «tenore di vita inquieto» del soggetto e la sua presunta vicinanza al MSI. Il motivo principale del rifiuto, però, è l’atteggiamento non esattamente discreto di Nardi durante il servizio nel Tercio. A quanto riferisce una fonte sicura, l’italiano ha parlato un po’ troppo, fornendo agli ufficiali spagnoli utili informazioni sulla struttura della Folgore e sul suo personale. 
La sorte del capro espiatorio Virgilio sembra segnata, anche perché l’unico teste rimasto a suo favore, Del Buono, si è intanto suicidato in Svizzera. O almeno, così pare. In aula però c’è un nuovo colpo di scena. Chiede di essere ascoltato niente meno che Giandomenico Pisapia. Avvocato di primo piano, giurista, discriminato da una carriera nell’avvocatura dello Stato dopo il rifiuto di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista, Pisapia si alza in piedi dinnanzi alla Corte e con tutta la sua autorevolezza afferma che Virgilio non può assolutamente essere condannato. Per un semplice motivo. Perché è totalmente innocente. Il vero colpevole è un altro, e Pisapia ne conosce bene l’identità. Ma non può rivelarla perché il segreto professionale non glielo consente. 
Non si sa chi sia stato a rivelare a Pisapia il nome dell’assassino. Ma l’intervento dell’insigne avvocato sortisce un effetto immediato. I giudici non se la sentono più di condannare Virgilio e lo assolvono con la salomonica formula «per insufficienza di prove» prevista dal codice vigente. Quanto a Nardi, viene assolto dall’accusa di favoreggiamento. A questo punto Nardi sarebbe uscito definitivamente di scena, se non che, dopo un interrogatorio durato otto ore, Rapetti finalmente confessa le sue responsabilità. Del Buono non aveva mentito. È stato lui a uccidere il benzinaio. All’inizio del gennaio 1971 una prima ammissione di Rapetti porta a una perquisizione nella villa di Marino del Tronto dove Nardi vive quando non è a Milano. 
Gli agenti, stupiti, si imbattono nell’antro di un vero fanatico delle armi. C’è anche un laboratorio dove Nardi fonde il piombo di vecchie munizioni. Dice di averle trovate in montagna, in un rifugio di pastori, custodite nel contenitore di duralluminio di una vecchia radiotrasmittente americana. Le ha aperte e ne ha ricavato la polvere da sparo. Il piombo lo ha fuso per ricavarne altri bossoli ricalibrati. E così si è fabbricato nuove cartucce per la sua calibro 38, con caratteristiche migliori e più economiche, spiega, di quelle che si possono trovare in commercio. Tutt’intorno, fondine per pistole in cuoio e tela cerata, cinturoni di tela, tascapani, giubbotti a prova di proiettile, caricatori per carabina, un elmetto, una maschera antigas, gibernette in tela con munizioni per fucili, pugnali di varia foggia, baionette, un’ascia e persino un machete. 
Ha anche trasformato il parco della villa in un poligono. Contro un muretto in mattoni c’è una porta di legno crivellata di colpi. Nardi l’ha usata come sagoma per esercitarsi al tiro. Non sempre i suoi esperimenti di balistica vanno a buon fine. Ammette che in un’occasione gli è esplosa in mano una Beretta calibro 22 dopo che l’aveva caricata con munizioni troppo potenti. La perdita della pistola non deve averlo particolarmente turbato. Nella sua disponibilità, in quel periodo – e solo per limitarsi alle armi regolarmente denunciate –, Nardi ha un fucile da caccia Franchi calibro 12, un fucile Enfield 303, una carabina inglese Parker Hale, una rivoltella 38 special, una Smith & Wesson 357 Combat, una Smith & Wesson 44, una Beretta 6,35, una Beretta 7,65 e un revolver calibro 38 Detective.
Ammette di tenere sempre una rivoltella carica sotto il cuscino. Ma lo fa, spiega, «perché in passato ho subito due furti e quindi, se si presentasse un ladro, sarei in grado di reagire ad una eventuale minaccia armata dello stesso». A tirarlo fuori dai guai per l’ennesima volta è l’abilissimo avvocato Dean, che in un memoriale difensivo per il suo cliente scrive:
 [A]ppare corretto escludere che la condotta contestata all’imputato risulta oggettivamente correlata a finalità tali da integrare l’estremo dell’illegalità della detenzione [...] [dal momento che] l’appassionata, scientifica dedizione che il Nardi riserva alla ricerca balistica che coltiva intensamente [è] per esclusivi interessi teorici. 
Nardi viene scarcerato e il 19 gennaio è posto in libertà provvisoria, con il solo obbligo di risiedere nella sua villa.37 È un’impunità che non lo fa certo desistere dai suoi propositi. E così mette in piedi una piccola rete di bravi ragazzi con gli stessi interessi e gli stessi intenti, protagonisti dell’eversione marchigiana e non solo. Ne fanno parte l’amico di sempre Giancarlo Esposti, naturalmente, ma anche altri personaggi che torneranno nel nostro racconto, come Piergiorgio Marini, che è anche il fidanzato di sua sorella Alba, Valerio Viccei e Giuseppe Ortenzi. (2-continua)

FONTE: Massimiliano Griner, Anime Nere, Sperling & Kupfer

2 commenti:

  1. il giudice Oscar Bonavitacola fu poi presidente di uno dei processi per la strage di Piazza Della Loggia

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  2. il giudice Oscar Bonavitacola fu poi presidente di uno dei processi per la strage di Piazza Della Loggia

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