19 luglio 1976: la grande rapina di Nizza. La più grande di tutti i tempi - <b>FascinAzione</b>

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domenica 19 luglio 2020

19 luglio 1976: la grande rapina di Nizza. La più grande di tutti i tempi


Lunedì 19 luglio 

Si preannuncia anche oggi una giornata caldissima. Il sole si leva alle sei e otto minuti ed entro breve Nizza è avvolta dai vapori della calura scintillante. Turisti che si siedono su ombrosi balconi davanti al Petit d E'jeuner, automobilisti che aprono le loro cabrio, camerieri che abbassano le tende dei numerosi caffè. Qualche bagnante mattiniero ha già disteso il materassino sulla spiaggia sassosa. Ragazze abbronzate e ben fatte si tolgono il reggiseno del costume. I locali le osservano senza nascondere la loro soddisfazione, come se fosse la scena più naturale del mondo. Sulle sei corsie della Promenade des Anglais il traffico sembra aumentare di una macchina al minuto e comincia ad appestare la calda aria mediterranea. Sarà un'altra giornata calda, per turisti, automobilisti, camerieri e, stavolta, sarà una giornata particolarmente calda per Pierre Bigou. Il termometro segna già adesso quasi trenta gradi. Bigou è un dirigente della sede della Société Générale, in avenue Jean Medecin numero 8. Per lui, funzionario di banca, questo 19 luglio 1976 è iniziato come ogni lunedì mattina della sua vita. L'atrio dell'antico e prestigioso istituto di credito, con i suoi soffitti alti, è particolarmente fresco e tranquillo. Cassieri in maniche di camicia e impiegati di sportello sbrigano gli ultimi preparativi per la giornata. 
Ore 8,28
Alle otto e mezza si apre. Che ore sono? Bigou lancia una rapida occhiata all'orologio alla parete, contento: sono le otto e ventotto. Entra con calma nel suo ufficio, lascia la porta aperta e si sprofonda nel giornale del mattino. Sono anni ormai che lavora in questa banca, è arrivato alla dirigenza; non c'è nessuno che possa impedirgli di leggere il giornale durante l'orario di lavoro. Van Impe ha vinto il 63∞ Tour de France. La navicella spaziale americana Viking T è in viaggio verso Marte. Le previsioni del tempo annunciano una calda giornata d'estate. Ma che bella cosa! Oggi è sant'Arsenio. Un santo cattolico che non ha niente a che vedere col leggendario Arsenio Lupin, il Robin Hood francese, patrono dei borsaioli. 

Ore 8,30

Sono le otto e mezza in punto. Davanti alla porta di Bigou passano due impiegati diretti nel sotterraneo, dove si trova il caveau. Ogni mattina la stessa routine: per aprire il caveau ci vogliono due impiegati, e in questo compito si alternano gli impiegati di sportello di grado inferiore. Questa settimana tocca a loro due. Sulle grosse chiavi che tengono in mano ci sono le iniziali FB. E il marchio della ditta Fichet-Bauche, il maggior produttore francese di casseforti e serrature. I due cancelli d'acciaio ai piedi della scala scivolano con dolcezza, senza un rumore, nella spessa parete di cemento. Finora tutto bene. Ma il pezzo forte è la porta d'acciaio di dietro, che impedisce di accedere al caveau. Ha cinquant'anni, è spessa un metro e pesa venti tonnellate. Si dice che neppure il laser possa avere la meglio su questo mostro. Nel corso degli ultimi anni sono nate innumerevoli discussioni tra la banca e i Lloyds di Londra sull'opportunità di installare un moderno impianto di allarme. Ma le due parti sono giunte alla conclusione che questa possente porta d'acciaio non può essere abbattuta, con assoluta sicurezza, e hanno quindi rinunciato alla costosa installazione di cineprese nascoste, cellule fotoelettriche e sirene. C'è stato un cliente, tuttavia, che si è lamentato per la mancanza di un impianto di allarme. Ma era solo un poliziotto in pensione e tutti hanno pensato che leggesse troppi gialli. Nessuno l'aveva preso sul serio, quel vecchietto. 

Ore 8,34

Sono esattamente le otto e trentaquattro quando i due impiegati infilano insieme le loro due chiavi nella possente porta. Si tratta di un meccanismo artigianale, solido e all'antica: due coppie di cilindri d'acciaio collegano la porta al muro; dopo aver infilato le chiavi gli impiegati possono estrarre i cilindri dalla parete girando le tre ruote sulla porta. Per i cilindri orizzontali un quarto di giro a destra, per il cilindro verticale un quarto di giro a sinistra. Durante questa circostanziata procedura gli impiegati percepiscono dentro la porta il leggero cigolio del meccanismo di apertura. Ore otto e trentacinque: la serratura ha rilasciato i cilindri. Uno degli uomini spinge piano la porta col braccio sinistro. Non succede niente. Il colosso di venti tonnellate non si sposta d'un millimetro dal suo posto. Da questo momento per Pierre Bigou non è più un lunedì come gli altri. I due impiegati si scambiano un'occhiata di meraviglia, scrollano le spalle e ricominciano daccapo. 
Due chiavi nella serratura. Ruota numero uno: un quarto di giro a destra, poi un quarto di giro a sinistra. Ruota numero due: un quarto di giro a destra, poi un quarto di giro a sinistra. Ruota numero tre: un quarto di giro a destra, poi un quarto di giro a sinistra. Uno dei due mormora, a mo' di scongiuro: ´Apriti, sesamo!. Un'altra leggera spinta alla porta. Niente. ´Che succede?, domanda una voce. I due impiegati si girano e vedono un cliente sulla scala. ´Niente di particolare, risponde uno. ´E' solo la porta. E' bloccata. Il cliente sogghigna: ´Se neppure voi riuscite a entrarci, nel caveau, si può essere davvero sicuri che questa banca non può essere svaligiata da nessuno. Nel frattempo sulla scala si è formata una piccola folla. Il sarcasmo che aleggia nelle osservazioni dei clienti irrita i due alla porta. Ma non fanno parola: laSociété Générale è una banca seria e il cliente ha sempre ragione. 
Ore 8,50
Alle nove meno dieci i due decidono di rinunciare. Si scusano con la folla in attesa e salgono a informare i loro superiori. La temperatura continua a salire. A scusarsi con la clientela in attesa viene il direttore in persona. Jacques Guenet è un uomo che ispira fiducia: sessant'anni ben portati, è noto per essere vicepresidente del rugby club di Nizza. Si dice che abbia “nerts solides”, nervi d'acciaio. Guenet accenna un sorriso di rammarico e parla con voce tranquilla e rilassata. Concorda con i clienti in attesa che si tratta di una circostanza davvero spiacevole. Ad ogni modo una porta bloccata non sarà mica la fine del mondo, vero? Entro pochi minuti arriverà uno specialista. Non è però in grado di dire quanto ci vorrà, per aprire il mostro. Mentre si prodiga in gentilezze verso la clientela, osserva: ´Posso chiedervi di tornare oggi pomeriggio alle due? Sono certo che per quell'ora sarà tutto a posto. E' solo un piccolo inconveniente, sicuramente dovuto a questo caldo tremendo.... 
Quando torna nel sotterraneo trova Pierre Bigou con gli impiegati che compiono un altro tentativo. L'ultimo. Nè Bigou nè Guenet sono particolarmente turbati dal fatto: nei suoi cinquanta anni di vita la serratura si è già bloccata altre volte. E' bastato che il fabbro applicasse qualche goccia d'olio e la porta si è aperta. Gli impiegati girano per l'ennesima volta le tre ruote: la porta non si sposta. 

Ore 9,00

Sono le nove. Pierre Bigou torna nel suo ufficio, afferra la cornetta e compone il numero 809761. E' la filiale nizzarda di Fichet-Bauche. Occupato. Dà una rapida occhiata al giornale: hanno sparato a due turisti tedeschi; un protettore ha ricavato da una prostituta la rispettabile somma di 240mila franchi. Bigou, definito una volta San Pietro da un collaboratore irrispettoso, rabbrividisce. La Nizza degli anni Settanta richiama subito alla memoria la Chicago degli anni Trenta. Certo, il sindaco Jacques Mèdecin ha dato alla città un volto nuovo. Esteriormente. Ma non ha potuto impedire che, con questa trasformazione, la mafia internazionale degli stupefacenti la eleggesse a suo domicilio. La malavita è divisa in due: da una parte gli italiani, dall'altra i corsi. Nel giro di un anno sono stati assassinati due proprietari di night-club. Sulla Promenade des Anglais si può comprare di tutto, dalla cocaina al ragazzo di vita. Si dice che Nizza sia la città più corrotta della Francia. Bigou rabbrividisce ancora. Che delinquenti! Non sarà mica che la porta bloccata del caveau... No, ci sarebbe qualche traccia. Nessuno può aprire quella porta senza lasciare tracce. Maledizione, nessun estraneo può aprire quella porta, punto e basta. Ne è convinta al cento per cento anche l'assicurazione. Eppure sono sempre loro i primi a chiedere maggiore sicurezza. Bigou torna alla cornetta e compone il numero. Questa volta è libero. ´Pronto, Fichet-Bauche? Parla Bigou, dellaSociété Générale... Può mandarci subito qualcuno? No, la serratura sembra che funzioni, ma la porta è bloccata... Bene, l'aspetto.

Ore 9,15

 Alle nove e quindici una Renault 4L giallo nera con su scritto Fichet-Bauche svolta in Avenue Jean Mèdecin. Bigou è sollevato. Presto riavrà la sua calma... Guenet e Bigou scendono le scale con i due fabbri di Fichet-Bauche. Gli specialisti sono di buonumore e osservano la porta come per dire: ´E' una sciocchezza, ci siamo qua noi. Chiedono assoluto silenzio, infilano le due chiavi e le girano di un millimetro alla volta mentre si concentrano al massimo sui rumori della porta. Alla fine uno di loro si volta verso Guenet: ´La serratura è a posto. Posso assicurarle che il meccanismo non presenta nessunissimo problema. Un attimo di silenzio. Poi Guenet respira a fondo e domanda imperioso: ´E allora?. Il fabbro scrolla le spalle. ´Perchè la porta non si apre?, vuol sapere Guenet. ´Ci dev'essere qualcosa nel caveau che blocca la porta. E l'unica possibilità, risponde il fabbro. Il direttore fissa incredulo l'artigiano. E' impensabile, per lui. ´No, non ci posso credere, mormora. Guenet si gira e vede sulla scala un impiegato curioso. ´Se ne vada, torni al suo posto, ordina agitato. ´Non voglio vedere più nessuno sulla scala! Gli impiegati tirano indietro la testa e se ne vanno in fretta e furia. I quattro uomini fissano perplessi la porta. Non c'è proprio modo di aprirla. In fin dei conti è stata costruita proprio per impedirlo. ´Se non entriamo dalla porta dobbiamo passare da un'altra parte, osserva indifferente uno dei fabbri. ´Dobbiamo fare un buco nel muro! Gli artigiani guardano Guenet con aria interrogativa. Lui pensa ai costi, al rumore, a tutti i disagi e al buon nome della banca. ´Non c'è altro da fare?, domanda infine. ´No. Guenet sospira: ´Allora passate dal muro!. Non se lo sarebbe mai immaginato, di dover scassinare egli stesso il suo caveau. Bigou sale e torna poco dopo con alcune fotocopie. Gli uomini di Fichet-Bauche studiano per qualche minuto la planimetria del caveau. Alla fine uno di loro disegna una croce nera sulla parete, a destra della porta. E' il punto in cui è più sottile, secondo la planimetria. Alle nove e trenta accendono il trapano elettrico. Per prima cosa praticano sette o otto buchi più piccoli a distanza di pochi centimetri l'uno dall'altro. Poi ricorrono a martello e scalpello per far saltare il cemento tra un buco e l'altro. In pochi minuti il pavimento in fondo alle scale è disseminato di frammenti di cemento. C'è polvere dappertutto e gli uomini si insudiciano. Tossiscono, sudano, imprecano. 

Ore 12,00

Alle dodici in punto lasciano cadere gli attrezzi. Il buco ha ora un diametro di circa venti centimetri. Non basta a far passare un uomo, ma dentro si può guardare. Guenet viene a vedere a che punto sono. Un fabbro infila la testa nel buco. ´Putain de merde, sibila piano. ´Porca puttana! Ritira la testa con la massima cautela, si gira e fissa Guenet: ´Siete stati rapinati!. Il termometro segna trentaquattro gradi e la temperatura continua a salire. Davanti al buco Jacques Guenet, lo sportivo forte e dai nervi d'acciaio, trema. ´Non è vero, dice turbato. ´Non è vero. Il caveau sembra un campo di battaglia. Sul pavimento sono sparpagliati assegni, azioni e obbligazioni. Tutt'intorno ci sono gioielli, come se qualcuno li avesse buttati via perché  gli erano venuti a noia. Un bracciale, un collier, un calice cesellato. Dalle macerie spuntano due bombole del gas. I due fabbri fissano costernati il direttore. Sembra che non riesca neppure a formulare un pensiero chiaro. Uno dei due artigiani lo tira per un braccio. ´Si riprenda, deve chiamare la polizia! Guenet si volta. ´Non lo deve sapere nessuno, dice come in trance. In preda al panico, si aggrappa alla minima quanto assurda speranza che i rapinatori abbiano fatto quel caos bestiale senza portar via niente. Gli altri però la pensano diversamente. ´Bisogna chiamare la polizia, lo scongiura il fabbro. Pian piano Guenet torna in sé e acconsente con un muto cenno del capo. Risale la scala fino al suo ufficio. A tutti quelli che lo attendono ansiosi non rivolge una sola parola. Si accascia come un peso morto sulla sua poltrona direzionale. Poi afferra il telefono e chiama la polizia. 
L'ufficio del commissario Albertin è a centocinquanta metri dalla banca, in avenue du Marèchal Foch. ´Qui è la Société Générale. C'è stata una rapina, sussurra Guenet nella cornetta con voce spossata. ´Non tocchi niente, risponde subito Albertin. ´Arriviamo. Jacques Albertin sembra più un giovane manager che un poliziotto. Trentacinque anni, è alto e magro, con gli occhiali. L'eleganza degli abiti e il taglio dei capelli non si addicono a un uomo che deve passare la maggior parte del suo tempo tra delinquenti. Mentre scende a precipizio con due detective più giovani la scala che porta al caveau, i due uomini di Fichet-Bauche hanno già allargato il buco, che presenta adesso quarantacinque centimetri di diametro. A Guenet bastano poche parole per spiegare che cosa ci fanno quegli uomini e perché hanno praticato quel buco nel muro. Albertin dà un'occhiata attraverso il buco e si rivolge subito ai suoi assistenti. ´Lecocq, è lei il più magro. Cerchi di passare da questa apertura! L'ispettore Lecocq infila con cautela la testa nel buco; poi, girando su se stesso come una vite, fa avanzare le spalle. A metà strada si ferma: gli si sono impigliati i pantaloni nel cemento grezzo. Dopo un attimo di indugio dà uno strattone: si sente rumore di stoffa strappata. Ma Lecocq non si perde d'animo: si sbottona i pantaloni e continua il suo percorso in mutande. Estrae il revolver dall'ascellare perché nel caveau potrebbe esserci ancora qualcuno. Percepisce per prima cosa un puzzo tremendo: una miscela di fumo, gomma bruciata ed escrementi umani. Poi vede gli attrezzi: trapani, martelli, fiamme ossidriche, bombole del gas, guanti e maschere. Sul pavimento ci sono anelli, posate d'argento, un assegno al portatore di oltre 50.000 franchi, una grossa mazzetta di banconote da cinquecento franchi, azioni, lettere personali e contratti d'ogni genere. I rifiuti sul linoleum bruciacchiato valgono almeno otto milioni di franchi. I ladri li hanno lasciati lì. Lecocq si muove con circospezione per il caveau, con il revolver sempre in mano. Guarda dietro una cassaforte capovolta, scopre un mucchio di ghiaia e macerie e poi un'apertura larga un metro nella parete. E una galleria che pare senza fine. L'ispettore si volta. I suoi occhi sono attratti da una meravigliosa coppa d'argento sbalzato e gli viene la nausea. La coppa è piena di merda... 
Torna verso l'ingresso del caveau. Il commissario Albertin e Monsieur Guenet, là fuori, stanno già perdendo la pazienza. ´Che porcata, impreca Lecocq. ´Sono arrivati da rue Gustave Deloye, con una galleria. ´Le fogne, dice Albertin. ´Saranno passati dalle fogne. Riflette un attimo. ´Lei rimanga qui, ordina a Lecocq. ´Ci mando due uomini. Proveranno ad arrivare qui dalla strada. All'incrocio tra rue de l'Hotel-des-Postes e rue Gustave Deloye, davanti alle rastrelliere per le biciclette utilizzate anche dai dipendenti della banca, due poliziotti spostano un pesante chiusino e scendono nella fogna. Ai piedi della scala a pioli d'acciaio si ritrovano i piedi in un'acqua sporca e puzzolente. Procedono lentamente in direzione nord. La fogna passa sotto rue Gustave Deloye. A tre metri dal suo inizio scoprono, al chiarore delle lampade tascabili, l'imboccatura della galleria. 

Al via le indagini

Devono essere stati degli specialisti. Il soffitto della galleria è stato puntellato, le pareti intonacate e sul pavimento c'è una guida di sisal. Scoprono un cavo elettrico che si dipana lungo il pavimento e uno di loro inciampa in una fiamma ossidrica. Dopo otto metri si trovano davanti al buco nella parete del caveau. Riconoscono l'ispettore Lecocq e senza volerlo scoppiano a ridere. E' in mutande, calze e scarpe, col revolver sempre nella mano destra. Albertin e i suoi uomini, i primi ad arrivare sulla scena del reato, ricevono rinforzi: il commissario Tolance con la pattuglia di pronto intervento e il commissario capo Duma con alcuni agenti della Suretè Urbaine. A guidare l'indagine è adesso il commissario capo Claude Besson, personaggio poco appariscente vicino ai cinquant'anni che ha già dato di che scrivere alle prime pagine dei giornali. Proprio di recente ha spedito in galera nove avvocati di grido per evasione fiscale. L'ispettore Jacob, il fotografo della polizia, riprende con la sua Rolleiflex ogni minimo angolo del caveau. Ai francesi il barbuto Jacob ricorda tanto il famoso commissario televisivo Bourrel, ragion per cui l'ispettore è lo zimbello dei colleghi. Quando Jacob è pronto, altri funzionari di polizia iniziano a raccogliere il materiale: tutto compreso, sarà una tonnellata buona. 
Nel caveau e nella fogna la polizia trova infatti: 40 bombole di ossigeno; 3 fiamme ossidriche; 10 tenaglie; 2 canotti gonfiabili; un estrattore di fumo di tipo industriale con un flessibile lungo minimo cinquanta metri; 20 piedi di porco; tute stagne del tipo usato da chi lavora nelle fogne; guanti di gomma, guanti e impermeabili; bottiglie di vino Margnat-Village; bottiglie di acqua minerale; occhiali protettivi da saldatore; generi alimentari; una cucina portatile da campeggio con una tanica di benzina; parecchie scatole di sigari. Mentre alcuni funzionari preparano un elenco di tutti gli oggetti rinvenuti un altro gruppo li infila in grandi sacchi di plastica. E un lavoro nauseabondo. Per tutto il fine settimana il caveau è stato abitato da gente che non disponeva di sanitari. 
I poliziotti che fanno ordine si autodefiniscono, scherzosamente, reparto liquami. Devono interrompersi in continuazione per andare a prendere una boccata d'aria. Attrezzi, titoli di credito e gioielli abbandonati riempiono in tutto trentacinque sacchi di plastica. I funzionari di polizia non possono fare a meno di stupirsi del contenuto delle cassette di sicurezza scassinate: una gran quantità di fotografie porno, opera di dilettanti, ritraggono uomini e donne nudi che praticano sesso di gruppo. Tra i nudi si possono riconoscere diversi membri della cosiddetta high society di Nizza. I rapinatori hanno incollato alcune di quelle foto alle pareti. Li stupisce ancora di più una busta in cui si trovano generi alimentari: minestrine pronte, due chili di zucchero, qualche biscotto e una tavoletta di cioccolata. Chi mai può tenere questo genere di cose in una cassetta di sicurezza? Un impiegato della banca ha però la risposta pronta: ´A Nizza ci sono tanti pensionati che vengono qui a nascondere i loro piccoli segreti. Alcuni vengono il pomeriggio a fumarsi di nascosto una sigaretta nel caveau o a rimpinzarsi di dolci: qui non li vedono nè la moglie nè il dottore. E le minestrine pronte? ´Qualcuno è ancora ossessionato dal ricordo della guerra e della fame. E' l'istinto del criceto. ´Ci sono anche altri esempi. Uno dei nostri clienti viene qui a scrivere le sue memorie. La mattina prende il manoscritto dalla cassetta, ci lavora tutto il giorno e la sera lo rimette a posto. Certo, e l'impiegato alza le spalle, ´si tratta di eccentrici. Ma perché dovremmo immischiarci? 

Sans armes, sans haine et sans violence

Un giovane poliziotto si dà un contegno e annuncia con grande rispetto al commissario Besson: ´Guardi, i rapinatori hanno lasciato un messaggio. Sulla parete sono scarabocchiate sette parole, a lettere grandi e chiare: ´Sans armes, sans haine et sans violence. Senza armi, senza odio e senza violenza. Accanto una croce celtica, simbolo di un'organizzazione clandestina di estrema destra di nome Occident. Besson prende appunti e Jacob fotografa. Si risolve subito anche l'enigma della porta bloccata: i rapinatori si sono limitati a saldarla dall'interno. Una pura precauzione nel caso improbabile ma sempre possibile che durante il fine settimana a qualcuno della banca venisse l'idea di scendere nel caveau. Nelle fogne i poliziotti fanno altre scoperte. Una galleria cieca sotto rue de l'Hotel-des-Postes è stata usata come discarica per la terra scavata e i detriti. Il cavo elettrico bianco fissato con ganci al soffitto della fogna ne segue il percorso per trecento metri e raggiunge il parcheggio sotterraneo di place Massèna attraverso un locale sifoni usato dall'amministrazione per misurare le precipitazioni annue. Là si inserisce in una normalissima presa elettrica messa gratuitamente a disposizione dal comune. Altri poliziotti seguono le tracce di stivali di gomma, fiamme ossidriche e saldatori, vanghe e trapani, tutto materiale abbandonato lungo il percorso che passa sotto rue Gustave Deloye e rue St. Michel, poi a sinistra sotto rue Gioffredo e poi di nuovo a destra sotto rue Chauvain, fino alla diramazione di avenue Fèlix Faure. Qui i poliziotti non trovano una delle molte fogne ma un'ampia via sotterranea. Il grande fiume di Nizza, il Paillon, che d'estate è quasi secco, d'inverno raggiunge il mare con quattro ampie gallerie sotterranee. In queste gallerie il letto del fiume è fiancheggiato da due strade che permettono agli operai di ispezionare le fogne: ci passano tranquillamente due macchine. Grazie a questa strada sotterranea i rapinatori hanno raggiunto indisturbati le fogne. Un poliziotto segue la strada in direzione nord per più di un chilometro e mezzo. Qui spunta in superficie, proprio dietro il padiglione fieristico. Nella sabbia del letto prosciugato del fiume il poliziotto scorge le tracce dei pneumatici di un Land Rover. Il quadro adesso è chiaro. 
Nel frattempo, giù nel caveau, Jacques Guenet, Pierre Bigou e il commissario capo Claude Besson tentano di fare un calcolo approssimativo della refurtiva trafugata dai rapinatori con la loro maxi-rapina. Il caveau è composto da tre stanze. Nella più grande si trovano le quattromila cassette di sicurezza della banca. Ne sono state svaligiate trecentosettanta. Hanno svaligiato anche la ´sacrestia, il cuore della banca. La seconda porta d'acciaio, che la separa dal resto del caveau, è stata forzata e sono scomparse tutte le riserve della banca, in oro e in contanti. La terza stanza è riservata alla cassa continua. Gli esercizi commerciali vi depositano, dopo la chiusura, gli incassi del giorno. Questa stanza è collegata tramite una speciale canalizzazione a un'apertura sulla strada in cui vengono sganciate, sigillate in appositi contenitori, vere e proprie bombe d'oro. I rapinatori si sono presi gli incassi del casinò e dei più importanti grandi magazzini della città. I calcoli di Guenet, di Bigou e del commissario capo sono necessariamente approssimativi. Ma per quanto approssimativi, non osano pronunciarne il risultato a voce alta: circa sessanta milioni di franchi, ma potrebbero essere anche cento. E' la più grossa rapina in banca di tutti i tempi. 

Un colpo sensazionale

Non è facile impressionare Claude Besson, funzionario di polizia tanto poco appariscente quanto di successo. Conosce bene la criminalità, che in Francia lambisce i massimi circoli finanziari e politici. Non si lascia confondere dagli avvocati di grido con i loro clienti da tanti carati. E' una vera croce per i trafficanti di droga piccoli e grandi, sui quali riesce sempre a spuntarla. Ma questa volta Claude Besson è impressionato. Quel che vede gli strappa dai denti un fischio di ammirazione. Questo colpo sensazionale deve essere stato pianificato come l'azione di un comando militare. Gli attrezzi, l'approvvigionamento di energia, il modo in cui sono arrivati nel caveau... ´Mon Dieu! L'estrattore, il cui impiego è diffuso soltanto nell'industria. I viveri, il vino... Dovevano essere perlomeno dieci, forse addirittura venti persone. Tutta questa attrezzatura, mesi di preparazione, giornate intere di lavoro in galleria con tutto il chiasso che dovevano fare ma nessuno ha visto niente, nessuno ha sentito niente. Questi fatti continuano a turbinargli per la testa. L'uomo che ha escogitato questo colpo deve essere un pensatore, un capo, un organizzatore. Un genio. E deve essere anche molto cauto: finora non un solo indizio sulla sua identità. Ecco l'uomo cui deve dare la caccia Claude Besson. Ecco il suo avversario. Un lavoraccio!

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