27 novembre 1979: la batteria Dimitri e il grande colpo alla Chase Manhattan Bank - <b>FascinAzione</b>

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martedì 27 novembre 2018

27 novembre 1979: la batteria Dimitri e il grande colpo alla Chase Manhattan Bank

Peppe Dimitri, al ritorno dal servizio militare, si era trovato sostanzialmente emarginato dal gruppo che pure aveva contribuito a fondare e a forgiare. Mette su, in pochi giorni, con il perfezionismo che lo caratterizza, una efficiente “batteria” di rapinatori, riservando grande attenzione al settore informativo. Coinvolge un gruppo di camerati dell’area Eur-Monteverde: l’ex segretario missino della Montagnola, cassiere del Banco di Roma rovinato dai debiti di gioco, un piccolo imprenditore fallito che si è ridotto a fare l’addetto delle pulizie, una guardia giurata.
Per gli operativi non c’è problema: ci sono i suoi pupilli, Alibrandi e Bracci, che si sono specializzati con l’intensa frequentazione della banda della Magliana e poi il responsabile dell’apparato clandestino di An in Italia, il “milanese” Mimmo Magnetta, e Massimo Carminati, che al giro degli avanguardisti lombardi resterà legato. I colpi si susseguono forsennatamente: tre nell’arco di una settimana, tutti ai danni del Banco di Roma, con modalità analoghe. Il primo fallisce. 
Verso le 14,55 del 5 ottobre tre giovani a volto scoperto, uno con la divisa di finanziere, si presentano nell’agenzia 27, già chiusa al pubblico. Il direttore non convinto chiede i documenti e il terzetto si allontana a mani vuote.
L’11 ottobre l’assalto è all’Eur, all’agenzia 30 di piazzale dell’Agricoltura, proprio dove lavora Del Fra, il cassiere che ha già trafugato 144 milioni da mettere in conto ai banditi. In due (Magnetta e Alibrandi: l’autista è Carminati) si fanno passare per stranieri, distraggono la guardia giurata e la disarmano. Il bottino reale è modesto (34 milioni di lire e 4 mila dollari) ma è il prezzo da pagare a un basista prezioso.
Va meglio il giorno dopo, in centro, all’agenzia 1 di via XX Settembre. Verso le 14,20 due giovani sorprendono la guardia giurata che riposa in auto, lo disarmano e lo portano con la sua vettura a villa Borghese, dove lo abbandonano. Contemporaneamente altri due entrano nei locali dell’agenzia, avendo a disposizione le chiavi della porta di servizio fornite dall’addetto alle pulizie. Il bottino è 139 milioni. Uno dei rapinatori è riconosciuto dal cassiere nella foto di Magnetta.
Il progetto è di accumulo strategico: reperire risorse per finanziare la logistica ma anche le esigenze dei latitanti e degli stessi militanti. Dimitri per sé non trattiene nulla e questo disinteresse personale gli sarà riconosciuto finanche da Valerio Fioravanti che pure lo odia. Per lui anche le rapine,  non rivendicate, hanno una legittimazione politica:
Rapinare le banche, per noi, era un modo di fare politica. I soldi ci servivano per armarci e comprare case di appoggio dove nascondere le armi. Eravamo sempre più condizionati dal mezzo, dagli strumenti per portare avanti la lotta armata. Ho riflettuto spesso su questa faccenda del denaro. Noi lo rifiutavamo totalmente. E il fatto di andare a fare delle rapine era un po’ una soluzione magica.  
Il “colpo grosso”, per modalità operative e gruppo di fuoco impegnato, è a fine mese, ovviamente il 27. L’obiettivo è sotto casa, la Chase Manhattan Bank di piazzale Marconi. 

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