di VINCENZO CERUSO
Nel 1992 Alberto Lo Cicero, prima confidente e poi, dalla fine di luglio dello stesso anno, collaboratore di giustizia, riferisce su una serie di personaggi della mafia di san Lorenzo. Non parla di Stefano Delle Chiaie.
Alcune cose che riferisce sono interessanti ma riporta anche un fatto che lo fa ritenere palesemente inattendibile, cioè che Armando Bonanno, suo lontano parente, fosse ancora vivo.
Bonanno era un super killer che era già stato ucciso dai corleonesi e del cui omicidio avevano parlato pentiti ben più attendibili, come Mannoia se non ricordo male.
Era un tentativo di Lo Cicero di accreditarsi presso l’AG.
Accanto alle false indicazioni il collaboratore riportava anche dati che potevano essere forse utili alle indagini e che andavano vagliati.
Si dice che Borsellino si sarebbe interessato a Lo Cicero ed è possibile, poiché credo siano una dozzina, per difetto, i pentiti e i confidenti a cui si interessava dopo Capaci, ma non vi è prova che lo abbia interrogato e comunque le sue dichiarazioni non avrebbero portato in seguito nessun contributo eclatante alla ricostruzione delle stragi.
Quando parla di Delle Chiaie? Nel 2007, scopriamo oggi grazie a Report, in modalità molto particolari, ma non voglio divagare. LEGGI TUTTO
Delle Chiaie a Capaci, l'estremo tentativo di Sigfrido Ranucci
Sigfrido Ranucci ha reagito con stizza al voto basso che il procuratore di Caltanissetta
De Luca ha attribuito in commissione antimafia alla inchiesta (parolona) di
Report sulla Pista nera nella strage di Capaci in cui morirono
Giovanni Falcone insieme alla sua compagna e alla sua scorta.
Report sostiene la tesi secondo cui nella strage ci fu la supervisione da parte del nerissimo Stefano Delle Chiaie, già braccio destro del principe Borghese ai tempi del fallito golpe dell’Immacolata del 1970. Come talvolta capita allo studente al quale l’insegnante ha dato del somaro, ci ha tenuto a smentire questa nomea, prima che si consolidi, e nella puntata di Report di domenica ha mandando in onda una cassetta recapitata alla redazione di Report da “un anonimo”. Cassetta teoricamente secretata (al punto che nemmeno i legali della dichiarante Romeo, ex donna del defunto Lo Cicero, e del sovrintendente Giustini, entrambi sotto processo per falso, ne hanno avuto l’accesso a differenza di Report) che conteneva l’audio di “un colloquio investigativo”, dal valore probatorio pari a zero, che il magistrato Donadio molti anni fa ebbe con il defunto dichiarante Lo Cicero le cui dichiarazioni sono state definite di valore pari a zero.
Ma chi è il magistrato Donadio? Un soggetto vividamente descritto alcuni anni fa da Massimo Bordin. (È il primo a sinistra nella foto di un convegno organizzato da un tale con le stigmate che parla con gli extraterrestri e la Madonna) Dal minuto 17’ e 30” (file 2|2) della sua requisitoria, registrata qui sotto,
L’imbarazzatissimo PM di Caltanissetta Amedeo Bertone è costretto quasi suo malgrado a parlare del “colloquio investigativo” del 14 dicembre 2012 tra il “collega Donadio” magistrato della direzione nazionale antimafia e l’attendibilissimo “collaboratore di giustizia” Antonino Lo Giudice detto Nino il nano, qui ritratto in occasione di un suo arresto. Ne parlò sulla sua rubrica sul Foglio Massimo Bordin:
«Stralci, non manipolati, dal file di un “colloquio investigativo” (che non è un atto giudiziario) fra un sostituto della direzione nazionale antimafia e un “collaboratore di giustizia” calabrese, avvenuto nel febbraio 2012 in un carcere. Si parla di un uomo dal volto sfigurato ma il pentito dice: “Non riesco a visualizzarne il volto”. Il pm chiede: “Era stato coinvolto in fatti stragisti?”.
“Sì, metteva le bombe”.
“Le faccio un esempio che può apparire stupido – dice il pm con tono colloquiale – lei ha mai messo una bomba in un asilo?”.
“No”.
“E quello dove metteva le bombe?”.
“Le ha messe in un asilo”.
Il pentito a questo punto si sente in dovere di disapprovare le stragi del 1992 e il pm subito chiede: “Era coinvolto nella strage di Capaci?”.
“Ma chi? Quello? Ah, sì”.
“Le ha parlato di altri attentati?”. “Non ricordo”.
“Della strage Borsellino?”.
“Sì, se non ricordo male”.
“Dell’Addaura?”.
“Mi pare di sì”.
“Della strage alla stazione di Bologna?”.
“Come no? Si vantava di aver partecipato”.
“Le hanno mai detto che ha sparato a un bambino?”.
“Mi sembra di sì”.
“In quale città?”.
“Sicuramente in Calabria”.
“O in Sicilia?”.
“Ora che ci penso meglio, in Sicilia”.
“Ammazzò un bambino a Palermo?”.
“Sì, sì. Ora ricordo”.
Quell’uomo era calabrese?”.
“Aveva un accento calabrese”.
“Si chiamava Giovanni?”.
“Giovanni, sì”.
“Di cognome Ajello?”.
“Sì. Giovanni Ajello. Sì”.
Viene da pensare che il “colloquio investigativo” si chiami così perché il pentito investigasu quello che vuole sentirsi dire il pm e può capitare che ci siano pm molto trasparenti.»
(Massimo Bordin, 27/07/2017)
Il “trasparente” -nell’accezione di Bordin- magistrato Donadio fu denunciato al CSM da ben due procure siciliane. Ciò malgrado fu chiamato come consulente dall’ultima commissione Moro, quella di Beppe Fioroni e Gero Grassi che il mai sufficientemente rimpianto Massimo Bordin chiamava l’ennesima.
Alessandro Smerilli/facebook
Lo Cicero, un pentito che non sa
Ma torniamo a Lo Cicero. La storia che viene raccontata fa leva su questo collaboratore di giustizia morto di cancro, che avrebbe rivelato il coinvolgimento della destra eversiva nella strage del 23 maggio 1992. Il problema è che Lo Cicero, a leggere i suoi verbali ufficiali, della strage di Capaci non sapeva praticamente nulla. Inizia a collaborare formalmente il 24 luglio 1992. In 22 verbali di dichiarazioni alla Procura parla di tutto: dei suoi rapporti con Mariano Tullio Troia, boss di San Lorenzo, di altri esponenti mafiosi, di traffici vari. Ma quando si arriva alla strage di Capaci, il vuoto. Non indica gli autori materiali, non racconta le fasi preparatorie, non sa nulla delle dinamiche esecutive.
Prendi Antonino Troia, fratello di Mariano Tullio. Figura centrale nella strage: è lui che individua il cunicolo dove piazzare l'esplosivo, bonifica la zona, coordina il trasporto dei bidoncini, custodisce gli apparati radio. Le sentenze definitive lo condannano all'ergastolo. Ebbene, Lo Cicero - che pure dice di essere vicinissimo alla famiglia Troia - non fa mai il nome di Antonino in relazione alla strage. Mai. E poi c'è il fatto che Lo Cicero racconta di essere stato “uomo d'onore”, affiliato a Cosa Nostra. Descrive persino la sua cerimonia di affiliazione. Peccato che nella sentenza 434/1995 questa affiliazione venga “clamorosamente smentita” dalle dichiarazioni di Marino Mannoia. Lo Cicero mentiva.
Dopo il suo arresto per droga nel dicembre 1985, il boss Troia lo aveva scaricato: aveva scoperto che aveva un cognato agente di polizia. “Da quel giorno venni messo da parte”, dichiara. L'ultima volta che vede Troia è nel 1986-87. È un uomo “bruciato”. Ma allora come fa a sapere della strage di Capaci del maggio 1992? Come può raccontare dettagli di un'organizzazione che lo aveva scaricato sei anni prima? Non può. E infatti non racconta nulla di rilevante.
La verità è che la svolta nelle indagini non arriva da Lo Cicero. Arriva da Giuseppe Marchese, nel settembre 1992. È lui a indicare i nomi da seguire: Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera e un certo “mezzanasca” poi identificato in Mario Santo Di Matteo. Da lì partono i pedinamenti, le intercettazioni, l'individuazione del covo di via Ughetti. Lo Cicero? Nel verbale del 9 ottobre 1992 dichiara di non sapere nulla sulla famiglia di Altofonte-Monreale, quella dei veri esecutori. Non conosce Nino Gioè, non conosce Gino La Barbera, non conosce Mario Santo Di Matteo. Si limita a dire che conosce “i Di Carlo, o nome simile”.
E qui il capolavoro. Marzo 1993, appartamento di via Ughetti. La Dia piazza una microspia. Gioè e La Barbera parlano tra loro durante le indagini della procura. Si parla di un certo Lo Cicero che stava collaborando. Gioè chiede: “Chi è sto Lo Cicero?”. Non lo conoscevano come insider della strage; lo vedevano solo come un collaboratore esterno, forse una talpa minore. E Troia, trasferito a Pianosa, disse a La Barbera di essere finito dentro per associazione mafiosa grazie a Lo Cicero, non per dettagli su Capaci. Insomma, Lo Cicero non era nel commando, non sapeva i nomi chiave, non diede piste reali. Le sue parole su Delle Chiaie? Arrivano anni dopo, in contesti dubbi.
Ma oltre Capaci, la tesi – sconfessata anche dal capo procuratore nisseno Salvatore De Luca innanzi alla commissione antimafia – racconta che Borsellino fu ucciso perché, incontrando Lo Cicero, stava arrivando alla pista nera. Zero riscontri: nessun atto, nessuna memoria di colleghi di Borsellino conferma. Il rischio, oggi come trent'anni fa, è quello di nutrire la confusione. La pista nera sulla strage di Capaci non ha fondamento. Si regge su un pentito che della strage non sapeva nulla, su una donna considerata inattendibile e con un passato di problemi personali, su colloqui suggestivi senza valore probatorio. Si regge sul nulla
Damiano Aliprandi/Il Dubbio
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