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Macchi e Concutelli, un'amicizia cementata in cella

L' ergastolano cerca produttori in Mediaset. Nell' iniziativa un ex trafficante di droga e un condannato per mafia

Un film firmato da Concutelli

L' ex capo di Ordine Nuovo sceneggiatore con altri cinque detenuti di Rebibbia


 ROMA - Due ergastolani, il "nero" Pierluigi Concutelli e il mafioso Salvatore Maugeri, e poi terroristi, trafficanti di droga e rapinatori. Colpo di scena: sei reclusi "eccellenti" di Rebibbia stanno scrivendo un film. Si intitola "Icona", nella storia c'è un omicidio ma non una sola immagine su guardie, sbarre e giudici. Si sta cercando il produttore in casa Mediaset, le riprese partiranno subito dopo. Non è facile, per il regista Maurizio Rasio (fa volontariato, è autore televisivo al suo secondo film dopo "Ritorno a Parigi") combinare nella Sala Computer del carcere di Rebibbia le idee di sei sceneggiatori con "background" diversi, con alle spalle storie di mafia, droga, lotta armata. Ma su una cosa sono tutti d'accordo: la convinzione che in Italia non si possono ancora raccontare storie sulla lotta armata.
Perché da "La seconda volta" di Mimmo Calopresti con Nanni Moretti a "La mia generazione" con Silvio Orlando e Claudio Amendola, film che rappresenterà l'Italia agli Oscar, "non si è andati al di là dell'impossibilità di comunicare tra vittima e carnefice e di piccole vicende personali". Dice Dario Pedretti, ex ideologo dei Nar: "Se dovessimo raccontare il carcere, saremmo poco obiettivi e avremmo vincoli emotivi troppo forti". Emanuele Macchi di Cellere, altro recluso "nero": "E' un ambiente penoso e meschino, non mi verrebbe mai in mente di rivederlo in un film. E la gente si ferma al voyeurismo. Se si accetta la prigione come recupero o punizione, non devo raccontare proprio nulla". A metà strada tra un "giallo" e una commedia degli equivoci senza schegge autobiografiche, "Icona" circumnaviga l'informatica tra studenti e docenti dell'università di Bologna. Persone colte, l'insospettabile mondo della cibernetica, un omicidio gratuito che si poteva evitare. "Il messaggio - dicono - è che nell'epoca della realtà virtuale, l'uomo è preda di istinti aggressivi e trasgressivi che possono essere risvegliati da un gioco apparentemente innocente, e la morale è un'indecifrabile sovrastruttura psicologica". Già "Rivelazioni", il film con Demi Moore e Michael Douglas, parla di trasgressioni nel mondo virtuale, ma si tratta di molestie sessuali al femminile. "Icona" è invece metafora del far - west manicheo "di un Paese che ha bisogno di buoni e cattivi per salvarsi la coscienza". E i tre detenuti politici che scrivono il film, Concutelli, Pedretti e Macchi, spiegano che "più passa il tempo e più il terrorista viene dipinto come il malvagio in un mondo fiabesco. Ma quante migliaia di giovani erano incaz... nelle strade con la molotov in mano?". 
"I ragazzi di oggi dovrebbero conoscere i retroterra del terrorismo - racconta Macchi - ma se sono davvero come appaiono in tv ad "Amici", il programma di Maria De Filippi, stiamo freschi. Quelli ci lincerebbero! Hanno il loro stipetto di verità scolpite". Ma i i ragazzi sono sempre dogmatici. "Si', anche noi eravamo pro o contro, ma poi tutto veniva messo in discussione, c'era un'etica meno individualista". Se anche fosse possibile, non sarebbero loro gli interpreti del film: "Non ci interessa". 
Ma il tribunale di sorveglianza di Roma non ha mai concesso il permesso di portare fuori dal carcere l'attività ricreativa. E perciò loro non hanno avuto ripercussioni dopo l'evasione di due detenuti attori del carcere di Volterra. Vorrebbero Diego Abatantuono, Simona Cavallari, Francesca Neri, Heather Parisi e Tom Hanks: una lista più che eterogenea. Il regista frena: "E comunque i nostri personaggi non hanno più di 25 anni". Perché in Italia non c'è, come negli Usa, la tradizione di film ambientati nei tribunali? "C'è stato il film su Falcone... In Italia conta solo il giudice che conduce le indagini, non quello giudicante". Il detenuto "nero" Stefano Bracci: "La giustizia è come la Lotteria di Capodanno: un terno al lotto, e in più c'è il biglietto truccato". 
Perché dopo "Il Padrino" il cinema non ci ha più dato un filmone sulla mafia? "Perché la mafia - risponde Giulio Polese - non è quella di un tempo, è grezza, brutale. Nel "Padrino" c'è la scena della testa mozzata del cavallo: oggi metterebbero quella di un bambino". Si rivolge a Maugeri con una smorfia eloquente, come a dire: "Niente di personale, s'intende".
Cappelli Valerio
(15 gennaio 1997) - Corriere della Sera

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