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Rapisardi: lo sparatore del 25 aprile era noto da tempo alla Digos

 


"Eitan Bondì aveva un arsenale in casa. E non mancava mai quando si trattava di manifestare in pubblico con le bandiere di Israele. Militante convinto, era sempre presente, anche quando c’era da mostrare i muscoli nelle piazze contese agli antifascisti proPal, come nel caso del 25 Aprile di due anni fa.
Non aveva paura della contrapposizione ideologica e, per questo, come gli attivisti più «vivaci» della comunità di Roma, era conosciuto dalla polizia.
Gli investigatori della Digos, diretti da Giovanni De Stavola, avevano annotato da tempo nei loro archivi il suo nome, il cognome e l’indirizzo di casa. Anche se era incensurato — a eccezione di un precedente amministrativo per guida senza assicurazione — il ventunenne che il 25 Aprile ha ferito con una pistola da softair Rossana Gabrielli e suo marito Nicola Fasciano, secondo chi indaga, insieme a un altro centinaio di attivisti della comunità, era potenzialmente in grado di provocare problemi di ordine pubblico. È stato proprio questo aspetto a consentire agli investigatori di arrestarlo a 72 ore dal tentato omicidio.
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La perquisizione domiciliare, eseguita martedì alle 20, ha portato al ritrovamento di un arsenale. Eccole, in fila sul tavolo al primo piano della questura, quattro pistole da tiro sportivo, argento e nere. Un fucile a pompa, un’arma della famiglia dei mitra e uno per il tiro di precisione. E poi mille proiettili. Si tratta di armi vere, non da softair, come del resto i coltelli a doppia lama che gli sono stati sequestrati.
Eitan studiava Architettura e si autososteneva economicamente con il lavoro da rider, aveva il porto d’armi per uso sportivo. Fucili e pistole erano regolarmente denunciati, non i coltelli, che gli sono valsi una denuncia.
«Ho sparato io», ha detto agli investigatori dopo il fermo. Nel decreto si rilevano le motivazioni politiche del gesto, proprio in virtù della militanza del ventunenne nella frangia più oltranzista della Comunità ebraica.
Era nota la sua partecipazione alle manifestazioni di piazza in contrapposizione all’Anpi. In casa, Eitan non aveva materiale di propaganda, ma molto dirà il suo cellulare, che verrà analizzato nei prossimi giorni alla presenza dei periti.
Più di qualcosa dicono i precedenti del padre, già sottoposto alla sorveglianza speciale perché nel 2024 aveva rapinato uno straniero al grido «Negro di m...»".

Rita Rapisardi/facebook

Sull'antisemitismo le inchieste puntano a destra

Nel discorso pubblico si parla sempre più spesso di antisemitismo riconducendolo, come negli ultimi giorni, ad ambienti in cui però non c’è mai stato, come l’Anpi attaccata dalla comunità ebraica milanese dopo i fatti del 25 aprile. O nella sinistra italiana e nelle manifestazioni per la Palestina, oppure nelle proposte di legge che sovrappongono la discriminazione etnica alla critica a Israele. Eppure il sentimento antiebraico in Italia ha una radice precisa, che ancora oggi risiede tra neofascisti e neonazisti.

Inchieste giudiziarie hanno riportato l’attenzione sulla presenza di gruppi attivi soprattutto online, accomunati da propaganda antisemita, negazionismo dell’Olocausto e retoriche suprematiste. Tra i casi più rilevanti emersi di recente figura quello legato alla cosiddetta Werwolf Division, finita al centro delle cronache nel 2024 per un’indagine della procura di Bologna che ha portato all’arresto di dodici persone e all’iscrizione nel registro degli indagati di venticinque soggetti in diverse regioni italiane. L’indagine ha fatto emergere conversazioni intercettate in cui alcuni militanti ipotizzavano azioni violente, fino alla ricerca di un “cecchino” per un possibile attentato contro la presidente del Consiglio, definita come una «fascista che perseguita i fascisti».

L’organizzazione, che si richiama esplicitamente all’immaginario nazista, promuoveva la presunta superiorità della cosiddetta “razza ariana” e diffondeva contenuti intrisi di odio razziale e antisemitismo. Proprio il tema dell’odio verso gli ebrei e della negazione della Shoah emerge come un tratto ricorrente nelle attività di questi ambienti. In più occasioni gli investigatori hanno individuato materiale propagandistico in cui l’Olocausto veniva negato o ridimensionato, alimentando una narrazione complottista che individua negli ebrei un nemico storico e culturale da eliminare anche con attentati.

Un ulteriore sviluppo si è registrato recentemente con l’arresto di un diciassettenne pescarese, trasferito in un istituto penale minorile con accuse di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, oltre che di detenzione di materiale con finalità di terrorismo (vedi foto in alto). Il blitz dei carabinieri del Ros ha portato a perquisizioni nelle abitazioni di altri sette minorenni in centro Italia. Secondo gli inquirenti, la radicalizzazione dei giovani sarebbe avvenuta attraverso contatti con canali Telegram collegati alla Werwolf Division, dimostrando come le piattaforme digitali rappresentino uno dei principali veicoli di diffusione di ideologie estremiste e antisemite, come la Siege Culture, la dottrina accelerazionista che prevede l’instaurazione del nazional-socialismo, o della cosiddetta White Jihad. Anche l’età media degli indagati è sempre più bassa e il proselitismo colpisce molti giovani davanti lo schermo.

C’è stata poi l’operazione Imperium condotta dalla sezione anticrimine di Brescia insieme all’antiterrorismo, che ha permesso di identificare diversi adepti, per lo più giovani tra i diciotto e i venticinque anni. Anche in questo caso sono emersi simboli nazisti, slogan razzisti e contenuti negazionisti. Il gruppo Avanguardia Torino poi, frequentato anche da appartenenti all’esercito, e con 17 rinvii a giudizio, è stato considerato dagli inquirenti come particolarmente pericoloso, perché collegato a gruppi neonazisti europei.

Rita Rapisardi/Il Manifesto

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