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Così la galassia MAGA si allontana dalla stella Trump

 


Gli architetti dell’impero mediatico del MAGA sono in aperta rivolta contro il presidente Donald Trump, disgustati dalla sua minaccia di distruggere “l’intera civiltà” dell’Iran.

Perché è importante: la forza politica di Trump è sempre dipesa meno dalle istituzioni di partito e più da un ecosistema mediatico decentralizzato — podcaster, streamer e attivisti che traducono il suo messaggio per milioni di elettori fedeli.

All’inizio del secondo mandato di Trump, quella coalizione era unita, potente e sicura di sé: lo aveva appena riportato alla Casa Bianca e credeva che lui avrebbe mantenuto le promesse.

Ora, le voci più influenti del movimento stanno lavorando per contenerlo, se non addirittura per farlo cadere, accusandolo di aver tradito le promesse “America First” su cui si è costruito il movimento.

Zoom in: ogni defezione, presa singolarmente, potrebbe essere liquidata. Insieme, però, potrebbero rappresentare una minaccia esistenziale per il MAGA.

Tucker Carlson ha pubblicato lunedì un monologo di 43 minuti in cui definisce la retorica di Trump sull’Iran moralmente corrotta e persino “malvagia”. Ha espresso indignazione personale per il post pasquale del presidente in cui minacciava di scatenare “l’inferno” sull’Iran, invitando i funzionari statunitensi a disobbedire a eventuali ordini che possano uccidere civili.

Alex Jones, teorico complottista di estrema destra che per anni ha difeso Trump, si è commosso in diretta definendo il presidente un “rischio demenza” e sostenendo che debba essere rimosso dall’incarico.

L’ex deputata Marjorie Taylor Greene, un tempo tra le alleate più fedeli di Trump al Congresso, ha definito la sua retorica “malvagia e folle” e ha chiesto la sua rimozione tramite il 25° emendamento.

Candace Owens, altra ex sostenitrice con milioni di follower nei podcast, ha definito il presidente un “folle genocida” e ha chiesto l’intervento del Congresso e dell’esercito.

Tra le righe: la rivolta si estende oltre i puristi del MAGA, coinvolgendo anche la galassia di podcaster, comici e influencer della “manosphere” che hanno contribuito a normalizzare Trump tra elettori più giovani e meno ideologizzati nel 2024.

Joe Rogan, il gigante dei podcast che ha fornito forse l’endorsement più decisivo a Trump nel 2024, ha definito la guerra in Iran “folle, rispetto a ciò su cui si era candidato”, aggiungendo che molti sostenitori si sentono “traditi”.

Theo Von, altro comico che aveva ospitato Trump nel suo podcast durante la campagna, ha dichiarato che gli Stati Uniti e Israele — e non l’Iran — sono “i fottuti terroristi”.

FONTE: Zachary Basu  www.axios.com

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