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12 settembre 1983: arrestato a Milano Cavallini, l'ultimo capo dei Nar

Quando un uomo è disperato torna sempre alle proprie radici: la famiglia, i luoghi e le terre che lo hanno visto nascere e crescere. La sua infanzia. E così, in questo 1983, Gilberto Cavallini, ormai il terrorista nero più noto ancora in libertà, torna nella sua Milano. Con lui salgono l’inseparabile Soderini e la «primula nera» Belsito, ormai orfani della rete di fiancheggiamento romana, smantellata da oltre un centinaio di arresti e dalle «cantate» di Sordi.

La persona che può aiutarlo si chiama Andrea Calvi. Sentiamolo:
 
Avevo lasciato il Msi all’inizio del 1981, dopo la campagna per la pena di morte lanciata da Almirante. Era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Insieme a un gruppo di giovani, di fatto ci «impadroniamo» del circolo Sergio Ramelli, una vecchia sezione missina in zona San Siro che ormai era in disuso. Cambiamo le chiavi della sede e paghiamo le bollette di acqua e luce. 
Cerchiamo di darci una dimensione nazionale anche se, in quel periodo, lo spazio tra il Msi e la lotta armata è molto, molto stretto...
Abbiamo contatti con camerati di Trieste, di Roma e della Sicilia. Diamo vita anche a un giornale. Lo chiamiamo Movimento. Il primo numero esce nel settembre dell’82. Ne pubblicheremo due o tre numeri in tutto.
Contemporaneamente, comincio a frequentare i latitanti. Cerco di contattare Massimo Morsello, che avevo conosciuto al Fuan di Roma. Scendo a Roma, parlo con la sua donna e gli chiedo di farmi avere un contatto con lui. Le dico: «Di’ a Massimo che io sono ‘Milano’. In via Siena mi chiamavano così. Lui si ricorda». In quel periodo è nascosto in Germania e vado a trovarlo. Contemporaneamente sono in contatto anche con Paolo Lucci Chiarissi, che si era già rifugiato a Londra ed era appena sfuggito a una retata di nostri latitanti in Inghilterra. Frequento pure i fratelli Lai. Ma poi arrestano sia loro sia Lucci Chiarissi, così i miei contatti si interrompono. E poi arrivano Soderini e Belsito.
Dopo le «confessioni» di Sordi, alla fine del 1982, eredito i rapporti con Belsito e Soderini. Nel senso che loro hanno bisogno di aiuto e, attraverso un giro di persone, arrivano a me. Il mio è un discorso di solidarietà, ma anche politico. Con Movimento cerco di recuperare a una dimensione politica chi ha fatto la scelta dello spontaneismo armato. Poi, certo, è anche gratificante ed esaltante, per un ventiduenne, girare con dei latitanti e che loro si fidino di me al punto da mettere la loro incolumità nelle mie mani.
A un certo punto Soderini e Belsito mi dicono: «Abbiamo l’esigenza di ‘recuperare’ Gilberto», che in quel periodo si era rifugiato in Sudamerica. Mi danno delle coordinate per arrivare al suo contatto. Lo vado a cercare e lui torna a Milano.
Per tutto il 1983 i latitanti dei Nar non fanno azioni. Cercano solo di sopravvivere ed evitare di essere presi. Si alternano tra Milano e la Francia. Quando Gilberto torna e vede che la rete milanese che li aiuta fa capo a me, non ci vuole credere. Ci dice: «Ma voi siete pazzi». Perché si rende conto che sono la persona più nota ed esposta dell’ambiente a Milano e quindi è una follia che sia proprio io a gestire la logistica dei Nar. Così smantella tutta la rete nel giro di pochi giorni e ne crea una sua, alla quale dovranno affidarsi Belsito e Soderini. A quel punto io mantengo con lui solo rapporti personali.

In uno di questi contatti, ormai personali, avviene la cattura di Cavallini e Soderini. È il 12 settembre 1983. Calvi, attraverso un intermediario, dà appuntamento ai due Nar al Golden bar Caffè Hardy, in via Sapeto 1, all’angolo con corso Genova. Siamo nel tardo pomeriggio. Calvi arriva per primo e si siede a un tavolino, all’aperto. Dopo un po’ spuntano Cavallini e Soderini. I tre cominciano tranquillamente a chiacchierare. Non sanno che sono i loro ultimi secondi di libertà. Perché i carabinieri dell’antiterrorismo hanno circondato la zona e li stanno studiando a distanza. Sono dappertutto, in borghese: chi seduto ad altri tavoli, chi fa finta di chiacchierare a distanza, chi passa davanti ai tre in motorino.

Al via, il blitz sembra il set di un film. A decine, pistole in pugno, piombano sui tre. Volano sedie, bicchieri, tavolini. La gente è sconvolta, non capisce cosa stia accadendo. Una signora che passa in quel momento, sviene per la paura. C’è chi urla, chi piange e chi scappa. Ci vorranno diversi minuti per capire che è stata un’azione antiterrorismo dell’Arma. Ma intanto i tre sono già in macchina in direzione via Moscova, verso il comando dei carabinieri.

Calvi:
In uno dei miei contatti con Cavallini ci prendono. Come hanno fatto? Seguendo me, credo. Perché solo in quel momento e non prima? Non lo so. Certo, non è stata un’azione casuale. Sono venuti a colpo sicuro. Evidentemente qualcuno ha parlato. Ricordo che erano un esercito. Ero seduto e a un certo punto mi sono trovato prima a terra e poi buttato dentro un furgone. Nel giro di pochi attimi.
Nel periodo della stesura di questo libro, tra il 2008 e il 2009, Cavallini era ancora detenuto, nel carcere milanese di Opera, per possesso di armi e una tentata rapina quando era già tornato in libertà. Ho provato a chiedergli di inviarmi una sua testimonianza scritta, ma ha preferito declinare l’offerta. Non mi resta, allora che affidarmi a un suo testo scritto, consegnato nell’aprile 1986 ai giudici del processo Nar 2, nell’aula bunker di Roma.

In un linguaggio quasi «brigatese», Cavallini difenderà la memoria e l’onore della storia dei Nar, nati proprio per evidenziare un distacco esistenziale ed estetico dalle precedenti generazioni in nero:
A mano a mano che la realtà di base delle nuove generazioni cresceva politicamente, affinando i propri strumenti di analisi ed arricchendo le proprie prospettive, diveniva perciò evidente la necessità di dare il segno di un processo di distacco dai gruppi parlamentari ed extraparlamentari dell’estrema destra: dai loro progetti e dalle loro strategie. Questo perché ci rendemmo conto che i trent’anni di politica neofascista che ci avevano preceduto, erano stati nella sostanza delle operazioni di vertice.
E ancora: 
Anche laddove i movimenti extraparlamentari di destra produssero abbozzi di strategie e di analisi consapevolmente o strumentalmente rivoluzionari ed antimperialisti, essi erano privi di consistenza, perché troppo spesso i loro interlocutori finivano con l’essere esclusivamente i settori e le tendenze conservatrici. Ed il loro ruolo obiettivo nella società civile era di supporto, voluto o non voluto, all’azione delle stesse. Non si riusciva, insomma, ad andare al di là di un generico populismo, e questo secondo noi perché nell’ambiente neofascista regnava l’ambiguità nei confronti delle componenti conservatrici e reazionarie del sistema di potere nel suo complesso: partiti, medi e grandi imprenditori privati e, soprattutto, ambienti militari.
Ecco perché, secondo Cavallini,
sulla base di queste valutazioni, la lotta dei Nuclei Armati Rivoluzionari si propose di superare i limiti ed ancor più le deviazioni della politica neofascista, parlamentare ed extraparlamentare. Allo scopo di ricoprire un ruolo funzionale all’affermazione definitiva di un’identità pienamente rivoluzionaria all’interno e verso l’esterno delle «nuove generazioni».
Ma perché, per affermare questa identità rivoluzionaria, si è dovuto sparare a decine di agenti di polizia e carabinieri e fare quasi un centinaio di rapine? Il documento di Cavallini – che, ricordo, è dell’aprile 1986 – lo spiega così:
Le azioni dei Nuclei Armati Rivoluzionari, colpendo i simboli economici e repressivi del potere: banche, forze dell’ordine, magistratura, che oltre ad essere i garanti dell’ordine costituito sono altresì i punti di riferimento, quando non complici od effettuali delle strategie golpiste, tracceranno quindi una «traiettoria» che, pur non sintetizzando una tat-tica rivoluzionaria [...] testimoniava simbolicamente ed oggettivamente lo spostamento sostanziale dei termini di analisi e delle prospettive di lotta di cui eravamo portavoce, nonché la presa di distanze decisiva nei confronti delle pratiche e della mentalità della destra neofascista.
Fin qui le premesse teoriche. Ma poi le cose andranno in maniera ben diversa. Per Cavallini a causa della criminalizzazione dell’ambiente dopo la strage di Bologna:

A soffocare questa possibilità intervenne l’evento più criminale del nostro dopoguerra, la strage di Bologna, che venne attribuita prodito-riamente ai Nuclei Armati Rivoluzionari, coinvolgendo, in questa accusa, tutte le tendenze di cui eravamo espressione diretta e indiretta. Lo scopo improrogabile della nostra azione divenne pertanto quello di dare una risposta oggettivamente effettuale al progetto mistificatorio criminalizzante, portato avanti dalle cosche dello Stato, nel tentativo di inserire la nostra lotta all’interno di oscure trame di potere, accostandola forzatamente a forme di terrorismo indiscriminato che la contraddicevano nelle aspirazioni oltreché nel metodo.
In una situazione di generale sbandamento, con addosso l’odio di tutti, che erano stati portati a vedere in noi le belve di quel tragico 2 agosto, identificammo quindi l’azione armata come atto di giustizia, di per sé valido come testimonianza della nostra identità, del quale riconoscemmo comunque pubblicamente i limiti, oltreché le prerogative, nel volantino di rivendicazione dell’uccisione del capitano della Digos, Straullu.
Ci lanciammo quindi lungo la strada che avevamo scelto, perdendo giorno dopo giorno i nostri compagni di lotta, che ancora oggi il potere vorrebbe confondere con gli infami carnefici che nascondono il volto e la mano nel collocare la bomba e colpire gli innocenti, mentre tutti noi abbia-mo offerto la nostra vita per la nostra dignità di uomini e di rivoluzionari.
Oggi dunque sono venuto a testimoniare tutto questo, sentendo il dovere di farlo per salvaguardare la nostra lotta e la memoria dei nostri caduti: gli indimenticati ed indimenticabili militanti Franco Anselmi, Alessandro Alibrandi e Giorgio Vale, nonché per offrire l’esperienza di cui sono stato partecipe a tutti coloro che intendono valutarne la portata nel rinnovare il proprio impegno in una prospettiva di liberazione.

FONTE: Nicola Rao, La trilogia della celtica



1 commento:

  1. è un peccato che Gilberto Cavallini non abbia più rilasciato testimonianze (al di là di quelle che è stato chiamato a dare nel corso dei vari processi che lo vedevano imputato o testimone) anche perchè è l'unico neofascista degli anni '80 che non ha rilasciato testimonianze ai giornalisti e non ha scritto libri se decidesse finalmente di rilasciare interviste o di scrivere qualcosa si potrebbe conoscere un pezzo consistente di storia del neofascismo milanese da metà anni '70 (se non dall'inizio degli anni'70) sino (almeno) al 1983

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