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7 luglio 1945: l'eccidio di Schio nel racconto di Giampaolo Pansa

Da Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa

Ma veniamo agli antefatti della strage di Schio. Alla fine della guerra civile, il carcere di via Baratto si riempì rapidamente di nuovi detenuti. Luca Valente, nel suo libro ‘Una città occupata’, pubblicato dalle Edizioni Menin, li descrive così: ‘Alcuni erano fascisti catturati alla fine di aprile, con responsabilità più o meno discutibili, o famigliari di fascisti imprigionati come ostaggi. Altri, invece, erano stati incarcerati nelle settimane successive per cause politiche generiche e inconsistenti, se non senza ragione o per motivi d’interesse’.»

«Il 3 maggio, un gruppo di partigiani prelevò 18 di questi detenuti, li portò in camion ad Arsiero e di qui li fece proseguire per Pedescala. L’intenzione era di fucilarli sul posto della strage [82 civili uccisi dai nazisti in ritirata a fine aprile, come rappresaglia per un attacco partigiano, ndb], perché si diceva, non so con quanto fondamento, che insieme ai tedeschi che avevano straziato il paese ci fossero anche dei fascisti.»

«Un ufficiale inglese convinse i partigiani a riportare gli ostaggi ad Arsiero e a fermarsi lì. Ma nella notte, quattro di loro vennero ricondotti a Pedescala. E qui furono uccisi ‘in modo veramente disumano’, scrive Ezio Maria Simini, un autore antifascista e di sinistra, nel suo libro ‘…E Abele uccise Caino’. I quattro erano un dirigente di banca, due studenti e un capo-operaio, tutti iscritti al fascio repubblicano. Gli studenti e l’operaio venivano anche indicati come militi della Brigata nera di Schio.»

«Gli altri ostaggi furono restituiti al carcere della città. Sempre nel libro di Simini si accenna a un’esecuzione di fascisti avvenuta quattro giorni prima, il 29 aprile, in Valletta dei Frati di Schio.»

Livia proseguì: «Nel frattempo, a Schio, città rossa, con tanti operai e una forte presenza del Pci, il clima si stava arroventando. Il 30 aprile venne riesumato il cadavere del partigiano Giacomo Bogotto, il caduto della lapide che abbiamo visto. E si disse subito che era morto per le torture subite: lo provava il corpo martoriato. La città rese omaggio al feretro. Molti imprecavano contro i fascisti e gridavano: ‘Andiamo dentro il carcere e facciamoli fuori tutti!’»

«Proprio in quei giorni, ritornò a Schio l’unico sopravvissuto dei 14 deportati della città, inviati quasi tutti a Mauthausen nel dicembre 1944. Era William Perdicchi e pesava 38 chili. Raccontò com’erano morti gli altri. E anche questo, com’era fatale, gettò molta gente nella costernazione e ne accrebbe la rabbia.»

«Nemmeno in giugno gli animi si quietarono. Il sabato 30 ci fu una grande manifestazione che si concluse al cimitero, con una messa in suffragio dei deportati uccisi nei campi tedeschi. Dal corteo si staccarono dei gruppi in bicicletta, che raggiunsero il carcere di via Baratto e urlarono invettive e minacce contro i fascisti reclusi.»

«Ma di che cosa erano accusati questi detenuti?» chiesi.

«Nessuno lo sapeva con esattezza. Per alcuni di loro erano già stati emessi gli ordini di scarcerazione. Ma quei fogli restavano a dormire nei cassetti di qualche ufficio giudiziario o del Cln. Era una situazione assurda. A ricordarlo, proprio nella manifestazione del 30 giugno, fu un ufficiale dell’amministrazione alleata, il capitano Stephen Chambers. Spiegò con chiarezza che quei prigionieri erano rinchiusi in carcere da due mesi e non potevano più essere trattenuti senza accuse specifiche. Chi riteneva di incolparli per qualche reato preciso, aveva ancora qualche giorno di tempo. Poi i detenuti sarebbero tornati in libertà.»

«Ma alla fine di giugno, la macchina della strage si era già messa in moto», mi spiegò Livia. «Come ha scritto Silvano Villani nella ricostruzione più completa di questa tragedia, ‘L’eccidio di Schio. Luglio 1945: una strage inutile’, pubblicata da Mursia, un gruppo di partigiani aveva deciso di fare piazza pulita nella prigione di via Baratto e stava preparando l’azione. Poi tutto accadde in un lampo, la sera di venerdì 6 luglio.»

«Dieci o dodici partigiani di due Brigate Garibaldi, tutti della polizia ausiliaria, irruppero nel carcere tra le 22.30 e le 22.50. In quel momento, nella prigione erano rinchiusi 99 detenuti: 91 politici, 8 comuni. Quasi tutti i politici, più di un’ottantina, vennero radunati in uno stanzone. Poi, un quarto d’ora dopo mezzanotte, i giustizieri cominciarono a sparare.»

«Morirono subito 47 prigionieri. Altri 6 spirarono in ospedale. Conto finale: 53 vittime, qualche fonte dice 54, comprese 15 donne. Altri 17 rimasero feriti. Tra i giustiziati, di fascisti in vista ce n’erano pochi. Uno di loro era il commissario prefettizio di Schio. Ferito in modo non grave alle braccia e alle gambe, morì il 18 luglio all’ospedale, ‘inspiegabilmente’, scrive Villani, ‘anche per la sua giovane età, 35 anni’.»

«L’elenco delle vittime parla da solo», commentò Livia. «Non mi pare che qualcuno fosse un criminale da mettere al muro. Vennero giustiziate delle ragazze soltanto perché erano figlie o fidanzate di fascisti o di militari della Rsi. Altri, come le ho detto, avrebbero già dovuto essere in libertà. C’era, infine, un gruppetto di cosiddetti notabili della città: un primario chirurgo, un commerciante all’ingrosso, un dirigente d’azienda, un avvocato, un impresario, un farmacista che produceva specialità medicinali. Ma la maggior parte dei giustiziati apparteneva a ceti meno fortunati: cinque operaie tessili, un cuoco, un meccanico, un barbiere in pensione, un portinaio, un tessitore, un calzolaio, un autista, un rappresentante di commercio, parecchi impiegati.»

«Fra gli uccisi c’era anche una casalinga di 68 anni, Elisa Stella, vittima di una vicenda assurda. Aveva affittato un alloggio a un tizio che, dopo un po’, si era rifiutato di pagarle l’affitto. Alle proteste della padrona di casa, l’inquilino moroso, nel frattempo diventato partigiano, pensò bene di denunciarla come pericolosa fascista. La donna fu arrestata, rinchiusa nel carcere di via Baratto e qui finì nel mucchio dei trucidati il 6 luglio.»

«La strage destò un’impressione enorme, e non soltanto a Schio. Dove i cittadini si divisero, e una parte considerò l’eccidio nient’altro che un atto di giustizia. In molte prigioni del nord, i fascisti reclusi si convinsero sempre di più che avrebbero potuto fare la stessa fine. A Torino, la notizia di Schio spinse un gruppo di fascisti a tentare la fuga dal carcere militare di via Ormea. Scapparono in 70, nella notte del 15 luglio. Ma vennero ripresi tutti nel giro di poche ore.»

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