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Europee 2019, il sondaggio riservato: la Lega perde 8 punti nel Nord Est

La Lega 3.0 sovranista e nazionalista di Matteo Salvini, in alcune area d'Italia ha percentuali che ricordano la Democrazia Cristiana degli anni settanta, i sondaggi la accreditano stabilmente sopra il 30% ma mentre nel Centro e nel Sud sale nei consensi, al Nord Est la Lega comincia a perderne.
La flessione nel Nord è evidente, in alcuni casi marcata. Un sondaggio riservato, non passato inosservato ai governatori leghisti, suddivide il territorio nazionale nelle cinque circoscrizioni elettorali con cui si andrà alle urne il 26 maggio per le elezioni Europee.

Al fixing, lo scenario prefigura per il titolare dell’Interno un’avanzata travolgente: nelle regioni del Centro, che comprendono il Lazio e la Toscana dove il trend è in forte ascesa, il dato delle Politiche (15,7%) verrebbe raddoppiato (29%); nel Mezzogiorno addirittura triplicato (dal 6,2 al 18%); e così di fatto nelle Isole (dal 6,6 al 16%).
Tolta la vecchia definizione che l’ha contraddistinta, la Lega diverrebbe davvero una forza a dimensione nazionale, se non fosse che proprio al Nord si registra un arretramento. Sia chiaro, restano percentuali plebiscitarie, superiori al 40%, ma c’è un motivo se i presidenti delle regioni guidate dal Carroccio non intendono sottovalutare quel segno «meno». Nella circoscrizione Lombardia-Piemonte-Liguria il loro partito ottenne alle Politiche il 25,7%, mentre oggi è valutato al 42%. Nell’area Veneto-Trentino Alto Adige-Friuli Venezia Giulia-Emilia Romagna, si passerebbe dal 25,5% del 4 marzo al 40,1%. Manco in Bulgaria. 

Il problema è che tra il rilevamento di settembre e quello di dicembre la Lega nel Nord-Ovest ha perso 3 punti e nel Nord-Est 8 punti e mezzo. Settembre è il mese in cui è iniziato l’iter della manovra, il mese delle feste sul balcone di Palazzo Chigi, il mese dei «numerini» e della sfida all’euroburocrazia. Da allora, secondo il sondaggio, il 3% degli elettori già orientati a sostenere il Carroccio ha deciso che non lo voterà più. Sarà pur vero che (quasi) tutti questi consensi potenziali finiscono per assenza di alternativa nell’astensionismo, oggi accreditato del 35%.


Nel report però c’è un dato che vale come un «alert»: il 49% di quanti sono pronti a votare per Salvini attendono di verificare se il governo passerà «dalle parole ai fatti», prima di appoggiarlo.
Un timore  che si avverte tra i dirigenti del Nord, impegnati a gestire il malcontento della base verso i grillini. È il «partito del Pil», descritto da Dario Di Vico sul Corriere. È soprattutto a loro che Giorgetti ha parlato quando ha criticato il reddito di cittadinanza, un tema su cui Salvini aveva imposto la sordina a Fontana e Zaia, dopo i loro ripetuti attacchi. 
Per aggirare il veto, i due governatori hanno preso a battere il tasto dell’autonomia regionale, cavallo di battaglia storico della Lega, che da mesi il ministro Stefani portava avanti a fatica per via del «boicottaggio» di alcuni suoi colleghi grillini. La riforma è stata incardinata dal governo, ma è evidente come restino delle difficoltà se Conte ha promesso di incontrare i presidenti delle regioni «verso il 15 febbraio»
Finora Salvini ha saputo destreggiarsi nelle relazioni di governo con Di Maio e nella gestione delle due «Leghe»: quella vecchia (stretta alle realtà imprenditoriali del Nord), e quella nuova (imperniata sul sovranismo e sulle emergenze sociali). Così il suo partito sta assorbendo il centrodestra e conquistando pezzi di grillismo. Così da diventare un’idrovora di consensi potenziali. Che sono cambiali da portare ancora all’incasso.

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