lunedì 9 aprile 2018

8 aprile 1981: l'arresto di Cristiano Fioravanti, il primo pentito dei Nar

L’8 aprile è arrestato Cristiano Fioravanti, per un’imprudenza infantile. La fidanzata è finita in galera e lui le manda ogni giorno un telegramma pieno di frasi d’amore. Inutilmente Francesca lo invita a cambiare ufficio postale. Lui si schermisce: «Mica sono ricercato, mica lo sanno che ero a Padova». Il giorno dopo è la volta di Massimo Sparti. Lui tenterà di accreditare l’ipotesi che è stata la scelta del padre “adottivo” di collaborare a trascinarlo sulla china del “pentimento”. Lo smentisce la ricostruzione di quelle frenetiche ore da parte di Francesca: lei si precipita con Giorgio a pulire la villetta di Pescasseroli perché sa che Cristiano ha addosso il tagliando della lavanderia. Sulla via del rientro incrociano le auto della polizia che arrivano appena in ritardo. Per non correre rischi ad attraversare Roma di notte rinunciano ad andare a dormire dall’amica di Giorgio che da qualche giorno li ospita. Un altro colpo di fortuna: scopriranno poi che la polizia ha fatto irruzione nell’appartamento abbattendo la porta a colpi di fucile. In un primo momento pensano che sia stato Cavallini a cadere e a cedere sotto tortura. 
Francesca farà fatica ad accettare il tradimento del cognato: 
Per me la scelta di Cristiano è inspiegabile. Io e lui abbiamo vissuto insieme il primo mese di latitanza dopo l’arresto di Valerio, ognuno che piangeva sulla spalla dell’altro, perché anche Cristiano aveva la ragazza in carcere: me lo ricordo tenero, affettuoso (…) Lui poi ha fatto peggio che pentirsi: si è trasformato in un mandante. Solo a me che sono la moglie del fratello mi ha venduto tre volte.
E poi i verbali saranno pieni di cattiverie da gelosia nei suoi confronti. Sarà lo stesso Cristiano, al di là dello scaricabarile con Sparti sull’infamia originaria, a rendere conto della sua abiura, la prima di rilievo nei ranghi dello spontaneismo armato: 
Quando mi hanno arrestato, per me è stata come una liberazione, è stato come un castello che mi crollasse dentro. Dopo l’arresto di mio fratello ero esausto, non ce la facevo più. Ed io, in fondo, volevo che non ci fossero altri morti: speravo che li arrestassero, che potesse finire anche per loro senza ulteriori spargimenti di sangue. 
Il “tradimento” gratuito del fratello è occasione di un’amara autocritica per Valerio:
Francamente speravo mi vendesse per qualcosa di più (…) Del tuo gruppo facevano parte dei veri sadici, che facevano del male tanto per farne: e te ne accorgi proprio dai pentiti, che vedi caso all’epoca erano quelli più duri e cattivi di tutti, erano quelli del colpo di grazia alla nuca. A Giovanni Minoli che gli chiede (Mixer, 5 marzo 1990) chi tra i due fratelli avesse più scrupoli nello sparare replica secco: Io ho premuto il grilletto più spesso e lui lo ha fatto più volentieri, forse. Se questa può essere una differenza.
 FONTE: Guerrieri (Immaginapoli, 2005) 

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