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lunedì 8 gennaio 2018

8 gennaio 1993: ucciso Beppe Alfano, da Ordine Nuovo al giornalismo antimafia


Venticinque anni fa viene ucciso con tre colpi calibro 22 il giornalista Beppe Alfano, corrispondente da Barcellona Pozzo del Gotto del quotidiano della "Sicilia". L'uso di una pistola di piccolo calibro punta ad accreditare un delitto 'personale' (debiti di gioco o questioni di femmine), compiuto in un santuario mafioso della Sicilia orientale ai danni di un giornalista combattivo e indipendente. 
Su questo delitto, che ha avuto già un processo concluso con la condanna di due mafiosi, ancora si indaga dopo le rivelazioni dell'ultimo pentito di turno che segnala un depistaggio. Un omicidio di cui si parla poco, in generale, perché Alfano è una vittima di serie B per certe vestali dell'Antimafia. Perché era fascista, così come di simpatie di estrema destra era Borsellino. La sua storia l'ha raccontata Alessio Pierotti in "Cado in piedi":


Politicamente Beppe Alfano è uomo di destra: suo padre aderì alla Repubblica sociale italiana. Dopo una gioventù passata ai margini di Ordine Nuovo, Alfano entrò nel Msi di Giorgio Almirante. Da Ordine Nuovo si era allontanato per la sua estraneità alla deriva terroristica del movimento, dall'Msi si allontanò per candidarsi in una lista civica. Nel 1990, alle elezioni comunali, Beppe Alfano si candidò infatti per Alleanza democratica progetto Barcellona, lista capeggiata da Antonio Mazza: il proprietario di uno dei piccoli network di Barcellona Pozzo di Gotto presso cui Alfano lavorava. La lista prenderà pochi voti ed Alfano tornerà nelle fila dell'Msi. Nel 1991 Alfano inizia a collaborare con il quotidiano "La Sicilia". La collaborazione ha inizio il 27 luglio, quando Alfano comunica alla redazione messinese del giornale una notizia: è stato ammazzato un ragazzo. Non un ragazzo qualsiasi: Lorenzo Chiofalo, il figlio di un boss di Cosa Nostra.

Di una pista alternativa al semplice delitto mafioso è convinta sostenitrice Forza nuova. Così due anni fa, il vicesegretario nazionale Giuseppe Provenzale argomentava l'ipotesi di un delitto a sfondo massonico:



Ripercorrere l’oblio a cui era stato condannato dalla ribalta mediatica perché “fascista” è sempre doloroso, così come lo è vederlo oggi celebrato da chi era lontano anni luce da lui proprio a causa della distanza che lo separa da quella determinata visione seria dell’esistenza che non può possedere né comprendere, perché “antifascista”, gente che, per trovare il coraggio di parlare di Alfano, è stata costretta a depurarne la “razza”, alterandone, quindi, la testimonianza.

Persone che mai accetteranno quello che la Storia ha accertato sulla lotta al fenomeno mafioso (“La lotta alla mafia fu senza dubbio il maggior successo riportato dal fascismo in Sicilia e l’impresa che ne accrebbe il seguito popolare. Anche oggi si sente dire nei paesi agricoli dell’interno della provincia siciliana che ai tempi di Mussolini “si poteva dormire con le porte aperte”. Per la prima volta una popolazione abituata nei secoli ad essere dominata dal prepotente o dai prepotenti di turno, sperimentava la sensazione, mai provata, di essere tutelata dallo Stato, sentiva la presenza di uno Stato, fino ad allora sempre latitante” *) e che, dunque, proprio per questa ragione puntano ad arruolare tutti gli eroi tra le fila di quello Stato latitante e democratico che sul ritorno della mafia è nato, e su cui ancora si pasce dopo decenni di struzzismo, prima, (“La mafia non esiste”) e mancanza di volontà repressiva, poi. Un arruolamento post mortem che davvero Beppe Alfano non merita.
Ma, ricordare il coraggioso giornalista di Barcellona Pozzo di Gotto vuol dire per noi puntare al bersaglio più grosso che non è mafioso, – quella mafia che oggi è costretta a camminare sulle gambe delle terze o quarte file, se rapportate a quelli che erano i boss di una volta, proprio perché utilizzata dal sistema per i propri fini stragisti e stabilizzatori – bensì massonico: nulla poté opporre al disegno dell’eliminazione del giornalista quel Nitto Santapaola che proprio a due passi dal luogo del delitto trascorreva la sua latitanza e che nessun interesse poteva avere a che proprio lì si accendessero fastidiosi riflettori.
Quella massoneria imperante nel messinese che nelle indagini appare e scompare e il cui ruolo nel delitto sembra, alla luce delle ultime ipotesi, rintracciabile seguendo le tracce di Rosario Pio Cattafi (finora solo sfiorato dalla pista investigativa del delitto Alfano) condannato in primo grado a 12 anni per associazione mafiosa e considerato uomo ponte tra mafia, massoneria e servizi segreti) e dell’ex vicepresidente del Senato Domenico Nania che, insieme a Cattafi, il pentito D’Amico indicò in aula, proprio un anno fa, quale capo di una loggia occulta. Quella stessa massoneria che, insieme alla mafia, fu tramortita dal fascismo e che fece ritorno in pompa magna solo dopo la sua caduta, insieme ad americani e mafiosi, per tornare a controllare affari, territorio e coscienze.
Quella stessa massoneria le cui trame Beppe Alfano aveva eroicamente individuato, muovendosi coerentemente da “fascista” quale era, anche se il suo lavoro investigativo andava a colpire le attività del potere barcellonese che si appoggiava politicamente anche ad Alleanza Nazionale che, nonostante i rinnegamenti, di quell’ambiente voleva mantenere i consensi elettorali.

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