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giovedì 21 dicembre 2017

21 dicembre 1969: nasce il Movimento Politico Ordine Nuovo


(umt) Nel dicembre 1969, alla vigilia della strage di piazza Fontana, la maggioranza dei dirigenti di Ordine Nuovo rientra nel Msi, accettando l’invito di Almirante, rieletto segretario a giugno, alla morte di Michelini. La scelta è motivata con esigenze difensive che impongono

una revisione globale della sua posizione nel quadro delle contingenze globali che indicano, senza alcun dubbio, una possibilità di rottura degli equilibri, di estrema pericolosità [...] Ne consegue che è necessità vitale per la vita futura (prossimo futuro) di Ordine Nuovo inserirsi dalla finestra nel sistema dal quale eravamo usciti dalla porta, per poter usufruire delle difese che il sistema offre attraverso il parlamento, con tutte le possibili voci propagandistiche che ne derivano [...] Necessità contingente dunque, assoluta e drammatica.

Per Rauti, che matura bruscamente la decisione, condizionato dalla radicalizzazione dello scontro sociale per le lotte operaie dell'autunno caldo e dalla consapevolezza del ruolo giocato da molti suoi militanti

una vera avanguardia rivoluzionaria non può stare a guardare, arroccata sulle sue posizioni…La dispersione delle forze sarebbe un lusso letale…E quale poteva essere lo strumento di quest’ inserimento se non il Msi?

Un pezzo importante della base rifiuta il ripiegamento proposto e si coagula intorno al carisma di uno dei capi dei Far, "Lello" Graziani che insieme ai dirigenti veronesi Elio Massagrande e Roberto Besutti e al toscano Leone Mazzeo, indica in una “lettera aperta ai militanti” una “strategia globale nazional-rivoluzionaria”, per dare vita a un

movimento rivoluzionario al di fuori degli schemi triti e vincolanti dei partiti, una formazione agile, adeguata alle esigenze della situazione politica attuale e strutturata secondo criteri propri delle minoranze rivoluzionarie.

I “continuisti” rivelano la natura mistificatoria del disegno di Rauti:

Camerati, ora che l’operazione del rientro di alcuni dirigenti nazionali e provinciali di Ordine Nuovo nel Msi è un fatto compiuto, noi che abbiamo avversato questa iniziativa sentiamo la necessità e il dovere di fare conoscere a tutti la nostra posizione e il nostro programma di azione futura [...]. Passiamo all’esame della crisi che inopinatamente e improvvisamente ha colpito i quadri dirigenti di Ordine Nuovo. [...] [Quelli che sono rientrati vedono] come ultima possibilità di azione e di salvezza la necessità di porre Ordine Nuovo sotto l’ombrello protettivo del Msi [che] garantirebbe una copertura efficace a tutta la nostra azione, evitandoci di essere investiti per primi dalla “terapia” preventiva già annunziata dal Ministero degli Interni [...]. Ci siamo sentiti rispondere da Rauti [...] che non è affatto vero che Ordine Nuovo verrebbe sciolto entrando nel Movimento sociale; l’organizzazione manterrebbe la sua compattezza e la sua libertà d’azione anche all’interno del partito, mentre all'esterno rimarrebbero comunque aperti dei circoli di Ordine Nuovo per dare ospitalità a chi non intenderebbe rientrare nel Msi [...]. La proposta di Rauti era questa: formare immediatamente un esecutivo di Ordine Nuovo composto, praticamente, da dirigenti che rientravano nel Msi e da dirigenti che, invece, continuavano l’azione all’esterno. Tutta la linea di Ordine Nuovo nel suo complesso – cioè sia quella riguardante l’attività nel MSI, sia quella al di fuori del partito – sarebbe stata programmata di comune accordo dai componenti del nuovo esecutivo [...]. Questa proposta nella riunione del 21 novembre scorso, presenti i dirigenti di Roma, Messina, Catanzaro, Mantova e Bergamo era stata accettata e doveva essere comunicata a tutti i responsabili dei centri di Ordine Nuovo in modo chiaro, anche se ovviamente riservato.

Le successive inchieste giudiziarie confermeranno che gli ordinovisti rientrati manterranno una propria rete militante, un autonomo circuito di solidarietà per i camerati in difficoltà mentre alcuni quadri saranno protagonisti di alcuni dei più clamorosi episodi della strategia della tensione (come la strage di Peteano). Graziani, a differenza di Rauti, non coltiva illusioni sulle potenzialità rivoluzionarie del Msi:

non ha per fine politico l’ abbattimento del sistema, ma piuttosto il suo mantenimento e rafforzamento attraverso il correttivo dello Stato forte e autoritario; non è pertanto un movimento rivoluzionario, e non può pretendere di inglobare On, l’unico movimento politico fautore di strategia globale nazional-rivoluzionaria, strategia espressa in un organico lavoro di rielaborazione delle idee e della dottrina e della scelta dei mezzi di lotta indicati nelle tecniche della guerra rivoluzionaria.

Il Movimento politico Ordine Nuovo sceglie come data di fondazione il 21 dicembre, solstizio di inverno, per riaffermare la propria intransigente ispirazione evoliana e si dà una più complessa organizzazione, in occasione del primo congresso nazionale, tenuto a Lucca nell’ottobre 1970. Il rapporto di polizia che dà il via all’inchiesta giudiziaria per “ricostituzione del partito fascista” attribuisce una quarantina di episodi di violenza, una cifra irrisoria per quegli anni feroci, ma enfatizza le potenzialità eversive del movimento:

Ordine Nuovo risultava già caratterizzato come un movimento semiclandestino, fortemente gerarchizzato, con una direzione politica centralizzata, orientato a muoversi in gruppi di pochissime persone che dovevano essere in grado di volta in volta di mobilitare un’area di simpatizzanti, ispirato a una concezione elitaria e mitica dello Stato, antidemocratica e antiborghese, in assoluta contrapposizione con la democrazia parlamentare e l’organizzazione del consenso attraverso i partiti, ma almeno in parte non antistituzionale. Il movimento è infatti caratterizzato da una “concezione antidemocratica, antisocialista, aristocratica ed eroica della vita”.

Il presidente della II Commissione Moro, Pellegrino evidenzia la forzatura compiuta:

Gli elementi che col tempo sono emersi consentono oggi di dire che già all’epoca erano stati consumati fatti delittuosi di maggiore gravità e relativi a ipotesi associative di diverso rilievo, che solo molto tempo dopo sarebbe stato possibile ricondurre nell’ambito dell'organizzazione.

Come infatti ha raccontato Taviani la sua determinazione a sciogliere il Mpon con un decreto, subito dopo la condanna del tribunale, è rafforzata dal convincimento che la strage di piazza Fontana era opera di ordinovisti collegati agli apparati di sicurezza. Ma ancor’oggi questa ipotesi ha avuto riscontro giudiziario soltanto per la strage di Brescia: solo recentemente, infatti, sono stati condannati definitivamente all'ergastolo il leader veneto degli ordinovisti rientrati nel Msi, Carlo M. Maggi, e un infiltrato dei servizi segreti, Maurizio Tramonte. Del resto proprio gli apparati del Viminale giocavano un ruolo centrale nella costruzione delle strutture miste civili-militari.
Il 6 giugno 1973 inizia a Roma il processo. Tra i 42 imputati alla sbarra alcuni non hanno mai aderito al Movimento politico, altri sono rientrati nel Msi, i “puteolani” sono stati protagonisti di una grottesca scissione, altri, infine, hanno abiurato. I militanti del Mpon, invece, confermeranno la loro adesione con un gesto simbolico forte, che anticipa, senza l’esasperata ritualità violenta, la successiva tattica delle Brigate rosse, il processo guerriglia. Non si difenderanno in un “processo alle idee”. Graziani, nell'autodifesa collettiva, si rivolge con orgoglio ai giudici:

il sistema vi chiede di soffocare delle idee con l’ uso delle manette, ma Voi ben sapete che le idee non si distruggono con la persecuzione.

L’unico abilitato a parlare è il capo. Nell’ultimo discorso pubblico come leader del Mpon, Graziani enfatizza la discontinuità con il fascismo. La sua successiva elaborazione, che si svilupperà intorno all’idea del “partito aristocratico” e alle intuizioni jungheriane, confermerà che non si trattava solo di una esigenza difensiva:

Alcuni dei valori espressi dal fascismo [… ] si dissolsero come nebbia al sole, una volta sottoposti ad una critica che faceva propri i principi di una visione del mondo aristocratico e tradizionale. Così il nazionalismo, il culto naturalistico della patria risultarono dei non valori: la nostra patria è là dove si combatte per l’ Idea! Al concetto di Stato totalitario fu sovrapposto il concetto di Stato Organico; all’ esigenza del capo [… ] fu contrapposta l’ esigenza dell’ élite Rivoluzionaria.

Il processo si conclude con 30 condanne a pene variabili da 5 anni e 3 mesi a 6 mesi di reclusione. Il gruppo è sciolto per decreto (si saprà 25 anni dopo per decisione di Taviani e con il parere contrario di Aldo Moro) e i tentativi di ridare vita a un’aggregazione rigorosamente tradizionalista saranno repressi sistematicamente, con due successivi maxiprocessi, il primo con 119 imputati per la sola ricostruzione del partito fascista, il secondo con circa 150, tra cui numerosi accusati di crimini “comuni”, variamente e vagamente connessi con le attività dei militanti impegnati nella rifondazione ordinovista. Eppure nonostante la breve vita e l’esito drammatico (Graziani e altri leader, ricercati per attività terroristiche da cui saranno prosciolti molti anni dopo, non rimetteranno più piede in Italia e morranno in esilio) il Mpon resterà nell’immaginario collettivo delle successive generazioni della destra radicale come riferimento mitologico.

FONTE: Ugo Maria Tassinari, Naufraghi, Immaginapoli, 2007. Testo aggiornato in base ai successivi esiti processuali 

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