lunedì 30 ottobre 2017

A Casa Pound, tra i fascisti del Terzo Millennio

(G.p)Origami il settimanale culturale del quotidiano torinese La Stampa, con un interessante articolo, a firma del collega Ilario Lombardo, che pubblichiamo per intero,compie un interessante viaggio a Casa Pound, al numero 8 di via Napoleone III, a Roma, tra i fascisti del terzo millennio.
Un viaggio nel quale Lombardo prova a chiarire ai lettori radici e prospettive di un movimento politico nato come un centro sociale di una gioventù audace oggi pronto ad entrare negli alti palazzi della democrazia rappresentativa.
 

Nessuno ha le chiavi di Casa Pound. Nessuno entra al numero 8 di via Napoleone III, un centinaio di metri dalla stazione Termini, a Roma, senza che qualcun altro lo sappia. Anche il leader, Simone Di Stefano, deve suonare il campanello. Due ragazzi spuntano dalla finestra del primo piano e aprono il portone. C’è sempre una vedetta 24 ore su 24. Da quasi quindici anni, da quando questo stabile di sei piani di architettura fascista, nel cuore del quartiere più multietnico di Roma monopolizzato dai negozi di cianfrusaglie cinesi, fu occupato per dare un tetto a famiglie che non ne avevano. Anche Di Stefano abitava qui, ma la sua educazione sentimentale al fascismo l’ha avuta alla Garbatella, quartiere di solida tradizione comunista. Fu lui, racconta, ad aprire la porta della sede locale del Msi a una giovanissima Giorgia Meloni. Le strade, poi, si sono separate. «Giorgia ha scelto di fare la destra del centro destra, non ci affanniamo a spiegare che con la destra non c’entriamo nulla». Si fa fatica a capire queste parole se non si affondano gli occhi nel cuore della sede di Casa Pound, per chiarire radici e prospettive di un partito nato come un centro sociale di una gioventù audace di barba e tatuaggi che dalle viscere della rabbia sociale sta entrando nei palazzi della democrazia rappresentativa. «A Lucca abbiamo preso l’8% ed eletto due consiglieri. Entreremo in Parlamento, ne siamo certi. Se non sarà ora, sarà tra cinque anni». Di Stefano ha l’eloquio gentile, quasi timido, che mal si sposa con il grugno incattivito del fondatore Gianluca Iannone, che con il suo barbone ingrigito è rimasto un po’ il babà di Casa Pound. 
Le pareti all’entrata sono una futurista e babelica insalata di nomi a lettere colorate. Sono riferimenti culturali di Casa Pound, centrifugati in una personalissima visione della storia che esalta anche i miti della sinistra come Che Guevara. Mussolini sta in mezzo tra Enea e Capitan Harlock. Mussolini è ovunque, come un fantasma che abita il cemento di questa costruzione razionalista addobbata delle tantissime locandine dall’iconografia marmorea del ventennio. Il passato è prigione e libertà per Casa Pound. «Se dobbiamo parlare del fascismo non dobbiamo parlare di ciò che è stato, ma di ciò che è rimasto». Casa Pound cavalca un senso comune che non vuole più ridursi a categoria. Non sono di destra, dicono, ma fieramente «ci definiamo fascisti. Non neo-fascisti, perché quel “neo” sa tanto di Anni Settanta».
Il fascismo del terzo millennio è un fascismo post-moderno che recupera e attualizza un’esperienza che aveva le sue radici «nella lotta socialista al Capitale» ma finita in dittatura e leggi razziali. «Una mostruosità» dice fulmineo Di Stefano e ricorda nomi di ebrei come Ettore Ovazza e Guido Jung tra gli eroi fascisti. «Come un errore è stato il concordato con il Vaticano: non deve esistere una religione di Stato». Casa Pound porta con fierezza le proprie contraddizioni che l’hanno fatta emergere nella competizione tra i nipotini del Duce. Favorevole ai matrimoni gay, irride i vecchi amici di fascismo di Forza Nuova «perché vogliono eliminare la legge sull’aborto e perché il loro motto è l’ordine contro il caos». Nell’ordine non c’è il dinamismo d’avanguardia che Casa Pound vorrebbe cavalcare distruggendo schemi e appartenenze. Quindi cos’è Casa Pound in questa Italia dove si trova a rosicchiare voti al Movimento trasversale del comico Beppe Grillo? In questa Europa dove avanzano le destre xenofobe? In una stanza del primo piano, sui letti a disposizione dei militanti di altri partiti europei gemellati, ci sono le bandiere degli ospiti passati da qui. I neonazi spagnoli del Msr, o i greci di Alba Dorata. Ma sul filo del paradosso Di Stefano dice che le somiglianze non vanno cercate con chi avrebbe naturale fratellanza come il Fn in Francia, l’AfD in Germania o l’Fpoe in Austria, «tutti più o meno favorevoli all’Europa e all’euro» ma piuttosto con «l’Ukip di Nigel Farage che ha combattuto per uscire dall’Ue» o «semmai nelle critiche alla globalizzazione di Donald Trump».
Prende quanto serve, Casa Pound, «l’interesse nazionale è l’unica bussola». In questa visione il fascismo viene depurato dai discorsi sulla razza ma non sulla etnia e sulla pelle. «Il popolo italiano ha una pelle, un’origine ancestrale che non voglio negare o dissolvere in un meticciato senza differenze». Per l’immigrazione la soluzione è semplice: chiusura immediata di tutte le frontiere. Con questa convinzione è nato e già tramontato l’asse sovranista con la Lega di Matteo Salvini. Ora Casa Pound prova a fare da sé, da Ostia, dove si andrà al voto a novembre e dove si sono sperimentate azioni più rassicuranti, le collette alimentari, e inquietanti, le ronde dei militanti in spiaggia contro i venditori ambulanti. Ma per penetrare il consenso serve anche un bon ton televisivo. Gli incontri in sede con Enrico Mentana e altri volti del giornalismo tv servono a entrare davvero nel gioco della democrazia. «È il nostro ballo delle debuttanti. E abbiamo appena cominciato a ballare».

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