giovedì 4 maggio 2017

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Quell'Europa che spera nella vittoria di Marine Le Pen

Dalle colonne virtuali di Internazionale il collega Pierre Haski con un interessante articolo, che pubblichiamo per intero, sostiene la tesi dell'esistenza di una Europa che spera nelal vittoria di Marine Le Pen al secondo turno delle presidenziali in Francia, individuando nei governi di Polonia ed Ungheria i più accesi sostenitori della leader del Front National.
D'altronde una clamorosa vittoria di Marine Le Pen metterebbe fine alle tensioni sempre più forti con Bruxelles gettando l'Unione Europea in una crisi profonda.



La profonda polarizzazione della società francese, incarnata dai due candidati che si affronteranno nel secondo turno delle elezioni presidenziali, emerge in maniera ancora più chiara se ci si sposta in un altro paese europeo.
Vista dalla Polonia, questa polarizzazione colpisce ancora di più perché riflette quella della stessa società polacca: la Polonia, che ieri era la principale “storia di successo” dell’integrazione degli ex paesi comunisti nella costruzione europea, oggi è diventata un paese diviso e sempre più lontano dai valori dell’Unione.
Inquieti, i componenti della società civile polacca, ingabbiati dal governo ultraconservatore del partito Diritto e giustizia (Pis) di Jarosław Kaczyński, mi rivolgono domande preoccupate, per sapere se Emmanuel Macron può vincere.
“Il governo spera in segreto in una vittoria di Marine Le Pen, che metterebbe fine alle tensioni sempre più forti con Bruxelles”, mi dice uno di loro, e questo nonostante i flirt della candidata d’estrema destra con Vladimir Putin spaventino la Polonia, visto che le truppe della Nato sono schierate di fronte alla Russia, e Mosca, l’ex “sorella maggiore”, mostra nuovamente i muscoli.
Lo stesso sentimento esiste in Ungheria, dove il presidente Viktor Orbán deve affrontare la condanna dell’Unione europea per l’ennesima misura autoritaria: il tentativo di chiudere l’Università d’Europa centrale finanziata dalla sua bestia nera, il miliardario americano d’origine ungherese, George Soros. Arrivato a Bruxelles il 26 aprile, Viktor Orbán ha ricevuto un severo rimprovero dagli eurodeputati che lo ha lasciato di stucco.
Varsavia e Budapest hanno tutto l’interesse in una vittoria di Marine Le Pen che getterebbe l’Unione europea in una crisi profonda
Nati da storie politiche e in contesti molto diversi, Jarosław Kaczyński, Viktor Orbán e Marine Le Pen condividono la visione di una “democrazia illiberale” – l’espressione formulata dal saggista americano Fareed Zakarya ripresa e rivendicata dal presidente ungherese – e le accuse rivolte all’Unione europea e alle sue strutture sovranazionali.
Al di là dei loro particolarismi, Varsavia e Budapest hanno tutto l’interesse in una vittoria di Marine Le Pen che getterebbe l’Unione europea in una crisi profonda, allontanando l’attenzione dai loro problemi. Una vittoria di Emmanuel Macron, favorevole a un rilancio del progetto europeo e a un’Europa a diverse velocità, rischierebbe invece di marginalizzare entrambi i paesi.
I due governi si riconoscono infatti nel progetto di Marine Le Pen di un ritorno alle sovranità nazionali, che ridurrebbe la costruzione europea a una serie di rapporti intergovernativi. E questo gli lascerebbe carta bianca per portare a compimento il loro piano “illiberale” di distruzione dei contropoteri essenziali in una democrazia.
Basti pensare che il tribunale costituzionale polacco è stato messo sotto il controllo del governo, che in entrambi i paesi l’indipendenza della giustizia è minacciata, che la libertà di stampa e l’istruzione sono sottoposte a controlli sempre più pressanti, che in Polonia si sta riscrivendo la storia e così via. Tutti passi che squalificano l’adesione della Polonia e dell’Ungheria all’Ue e alla sua Carta dei diritti fondamentali inclusa nel trattato di Lisbona del 2007.
Ma la cosa non vale in senso contrario. Marine Le Pen evita qualsiasi riferimento a questi paesi dal momento che i loro governi non sono in grado di presentarsi come modelli di successo, e che si trovano al centro delle polemiche elettorali in Francia, come dimostra il caso dello stabilimento Whirlpool di Amiens, delocalizzato proprio in Polonia.
Questo non impedisce a Varsavia e a Budapest di adottare una strategia che potrebbe essere quella di Marine Le Pen in caso di vittoria: una progressiva erosione dello stato di diritto e l’introduzione di nuove strutture di controllo delle istituzioni e del pensiero. In Polonia il ruolo centrale della storia è emerso durante la “battaglia di Danzica”, appena combattuta e persa dai liberali riguardo al nuovo museo dedicato alla seconda guerra mondiale, il cui direttore è stato costretto a dimettersi.

Una sorpresa insperata

In Polonia e in Ungheria la società civile fa di tutto per contrastare questo ritorno al passato, e non smette di invitare la popolazione a mobilitarsi contro i progetti dei loro governi: contro la chiusura dell’università “di Soros” a Budapest o contro le minacce alla libertà di stampa a Varsavia.
Su Le Monde, il filosofo e sociologo Edgar Morin ha analizzato così il fenomeno: “Ovunque, anche in Europa, la politica reazionaria ha dato vita a delle postdemocrazie autoritarie, malamente definite ‘populiste’, e in questo momento storico noi stessi siamo minacciati. Sappiamo dove ci porta il Front national. La postdemocrazia autoritaria, quella di Putin, di Orbán, avanza sul continente”.
Per la società civile polacca, la vittoria di Emmanuel Macron al primo turno ha rappresentato una sorpresa insperata. La politica interna francese non è in cima alle preoccupazioni dei polacchi, i quali conoscevano Marine Le Pen ma non avevano, in molti casi, mai sentito parlare dell’ex ministro dell’economia. Oggi queste persone s’interrogano sulla sua vera forza, sul suo progetto, sulla sua capacità di generare un sussulto europeo di fronte a una politica reazionaria.
L’Europa, infatti, è impotente di fronte alla crescita di questi regimi “postdemocratici”. La costruzione europea aveva fatto miracoli accompagnando il ritorno alla democrazia di dittature durate decenni, come la Grecia dei colonnelli, la Spagna di Franco e il Portogallo di Salazar. Tutti pensavano, negli anni novanta, che lo stesso sarebbe accaduto con i paesi ex comunisti dell’Europa centrale e orientale. Ma sta accadendo l’esatto contrario, con la crescita dei populismi e delle dottrine autoritarie.
Le procedure avviate dalla Commissione europea contro la Polonia e l’Ungheria sono una risposta debole, poiché quel che differenzia la costruzione europea da altri progetti regionali o anche dagli accordi di libero scambio nel resto del mondo è il nucleo di valori democratici sul quale l’Unione è stata fondata.
Allora cosa bisogna fare con la Polonia e l’Ungheria, che si allontanano progressivamente da questi valori? Se Marine Le Pen vincerà in Francia, la domanda non si porrà nemmeno, tanto saranno forti le tensioni all’interno dell’Ue. Prima di votare, o di non votare, è forse opportuno dare un’occhiata ai paesi che hanno preceduto Marine Le Pen sulla strada della “postdemocrazia”.

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