sabato 7 gennaio 2017

Così dalla strage di Acca Larentia nasce la guerriglia nera

Daniele Dell'Orco, in un articolo pubblicato dal Conservatore, puntualizza polemicamente che Stefano Recchioni non fu ucciso in un conflitto a fuoco, come erroneamente scritto da Repubblica.it a commento della fotogallery sulla maxiceltica disegnata davanti alla sezione martire di Acca Larentia. Verissimo, come testimoniano a Nicola Rao, nel Piombo e la Celtica, alcuni dei fondatori dei Nar. Le sparatorie cominciano DOPO l'omicidio Recchioni.

Per tre giorni il Tuscolano sarà devastato dalla rabbia missina. Arriveranno anche i gruppetti di fuoco che stanno nascendo in quelle settimane. Tra l’altro Valerio Fioravanti è in licenza natalizia, così si presenta anche lui, insieme ai suoi. Ora per strada si spara. Direttamente contro polizia e carabinieri. Sentiamo Francesco Bianco:
Arrivammo là che Recchioni era stato appena colpito. E per tre giorni non ce ne andammo più. La prima sera ci furono scontri durissimi con i carabinieri. Mi ricordo il giorno dopo sui giornali la foto di un blindato che avrà ricevuto almeno venti colpi di pistola... Il blindato passava su via della Cave, i camerati salivano sui gradini di via Acca Larenzia, si facevano largo e poi: bum bum, gli sparavano contro. Il blindato tirava il lacrimogeno e noi via. Dopo una decina di minuti passava un altro blindato e la sequenza si ripeteva... Quella sera parecchia gente arrivò armata. Di matti, insomma di gente così, all’epoca ce n’era tanta, mica solo noi di Monteverde e dell’Eur. Alla fine la polizia fece irruzione nella viuzza davanti alla sezione e molti si rifugiarono nei palazzi circostanti. Molti rimasero imbottigliati ai piani alti di questi edifici e alla fine dovettero consegnarsi e furono arrestati. Prima, però, alcuni di loro avevano nascosto le pistole nei vasi di piante. Credo che la polizia alla fine ne recuperò quattro o cinque, ma ce n’erano molte altre. Io mi salvai nascondendomi in una viuzza dove c’era la concessionaria Manzo Auto e da lì riuscii a scappare. Il giorno dopo ci fu il corteo del partito, con Almirante in testa. Lui si fermò all’angolo con via delle Cave, mentre noi proseguimmo per l’Alberone, dove ci furono altri incidenti, pesantissimi, che durarono tutto il giorno.
Agli scontri di Acca Larenzia partecipano moltissimi militanti, tra i quali anche Francesca Mambro. 
Quando mi diedero la notizia del massacro io ero terrorizzata. Temevo ci fosse mio fratello Mario, che proprio quel pomeriggio mi aveva detto che sarebbe passato per quella sezione a fare un volantinaggio. Poi mi raccontò che aveva cambiato idea e non c’era più andato.
Ma il dolore della Mambro è comunque enorme. Non solo per i due ragazzi uccisi, ma anche per la morte del suo amico Stefano Recchioni. Racconta un militante dietro garanzia dell’anonimato:
Francesca era tra i più arrabbiati per quel che era successo. Me la ricordo imbestialita. Urlava alla gente che guardava dai balconi e dalle finestre che erano dei vigliacchi, tutti complici della caccia al fascista che ormai, a quel punto, consideravamo arrivata a un punto di non ritorno. Lei fu tra coloro che decisero di reagire, anche con le armi. Ad Acca Larenzia c’è anche Alessandro Pucci: Conoscevo bene Stefano Recchioni, che era stato mio compagno non di classe, ma di scuola, al Nazareno. Quando venne colpito dai carabinieri, si trovava al fianco di Francesca, e io ero là vicino. Il giorno dopo incominciamo a organizzare la nostra risposta. La battaglia campale si sarebbe svolta nei giorni successivi, tutta con l’arsenale del nostro gruppo. Non dico che abbiamo sparato solo noi, ma sicuramente il 70 per cento del volume di fuoco di quella famosa sparatoria venne procurato da noi.
Saranno decine i giovani militanti missini romani a reagire come la Mambro

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