lunedì 7 dicembre 2015

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Front National, dall’esilio alla gloria. Un'analisi del voto francese

(G.p)Sono passati poco più di 43 anni dal giorno in cui il Front National  nacque per iniziativa degli esponenti del movimento Ordre Nouveau (Ordine Nuovo), che si riprometteva la rinascita del sentimento patriottico, la restaurazione familiare ed educativa e la promozione di una gerarchia dei valori. Il partito fu ufficialmente fondato il 5 ottobre 1972 con il nome di Fronte Nazionale per l'Unità francese conosciuto da tutti con il nome di  Fronte Nazionale. Il nuovo partito si modellò sul Movimento Sociale Italiano; tanto è vero che il Fn adottò una versione francese della fiamma tricolore dell'italico Msi come logo ufficiale. Il nobile obiettivo perseguito da Jean Marie Le Pen era quello di unire tutti i movimenti politici francesi di destra sotto un'unica bandiera. Il Front National, nel corso della sua quarantennale storia è stato fortemente penalizzato dal sistema elettorale francese( maggioritario a doppio turno con un soglia di sbarramento prevista al 12,5%, per cui quando il partito ha raggiunto percentuali a doppia cifra rare volte è riuscita ad eleggere deputati. Infatti qualora un candidato frontista riesca a superare lo sbarramento per cui può accedere al secondo turno, gli elettori dei partiti di sinistra e di centro destra fanno convergere i propri voti sul candidato di qualsiasi altro partito. 
I partiti politici di centro destra, infine, si sono sempre rifiutati di fare accordi elettorali con il Fn, opponendovi il principio della difesa delle istituzioni repubblicane da forze anti-sistema. Stavolta Sarkozy rifiuta le alleanze per mettere alle strette Hollan mentre i socialisti già pensano a desistenze unilaterali per bloccare l'avanzata frontista. Un'avanzata che non ci azzecca niente - checché ne pensi qualche giornalista di sinistra italiano - con le stragi dell'Isis
Domenica 6 dicembre, giorno in cui i cittadini francesi sono stati chiamati al voto per le elezioni regionali, il Front National è diventato il primo partito di Francia con il 30% dei consensi ed è avanti in 6 regioni su tredici. Con questo clamoroso risultato Marine Le Pen si candida, ancora più seriamente a contendere lo scranno dell'inquilino dell' Eliseo Holland.
Il collega Antonio Rapisarda, dalle colonne de il Tempo, storico quotidiano romano, analizza il clamoroso boom elettorale del Front National, ripercorrendo 43 anni di storia di questo partito transalpino dalle origini del pioniere Jean Marie Le Pen ai giorni nostri.

Front National, dall’esilio alla gloria


«L’elettrochoc», quello tanto temuto alla vigilia dall’ex ministro neogollista Rachida Dati, è arrivato. Il Front National è il primo partito di Francia con il 30%, ed è avanti in sei regioni su tredici dell’Esagono: con questo boom Marine Le Pen ha rotto l’ultimo argine che ancora la separava dalla piena legittimazione come leader di governo, con il suo Fn che incalza definitivamente il trono dei Republicains, come destra maggioritaria nel Paese, e si candida ancora più seriamente a contendere lo scranno dell’inquilino dell’Eliseo Hollande. Non è stata una passeggiata ma una lunga marcia questa del partito nazionalista transalpino: dalle origini pioneristiche di Jean-Marie Le Pen - del partito dei reduci dell’Algeria francese, dei pied noir e dei maudits - alla costruzione di un catch-all party sovranista capace di intercettare trasversalmente il consenso delle tante identità della Francia, dal nord de-industrializzato al sud agricolo. Tra la genesi e il trionfo ci sono voluti quarantatrè anni per un partito che ha attraversato marginalità, demonizzazione, ma anche errori e occasioni mancate, fino all’ultima stagione caratterizzata non solo dalle vittorie elettorali ma anche da un’affermazione egemonica nel campo delle idee e dell’immaginario. Ne è passato di tempo, insomma, da quando nel 1972 un gruppo di dirigenti di Ordre Noveau battezzava il movimento con la fiamma tricolore francese prendendo spunto e volendo ricalcare in Francia la solidità politica dell’allora Msi italiano. Era il tempo, prima della svolta di Fiuggi, in cui la destra italiana con il Front National di Jean Marie Le Pen dialogava e lavorava quasi quotidianamente. Tanto che il culmine di quel percorso fu toccato nel gennaio del 1988 quando Gianfranco Fini, un mese dopo l’elezione a segretario del Msi, come primo atto, scelse di andare proprio in Francia per rendere omaggio a Le Pen padre. Altri tempi. Quello, per il Fn, fu un tempo scandito da una difficile lotta per la sopravvivenza in un sistema politico iper-maggioritario, pensato proprio per ostacolare ogni proposta terza rispetto a gollisti e socialisti, e dall’illusione – targata 1986 – concessa da François Mitterand che con l’introduzione del proporzionale permise sì per la prima volta al Fn di sedere in Parlamento ma lo fece per scongiurare la propria sconfitta. È con l’euroscetticismo e il contrasto al Trattato di Maastricht, però, che il movimento di Jean-Marie Le Pen inizia ad ampliare il proprio orizzonte tematico (dai temi nostalgici e revanscisti si passò a quelli no global), e quindi la base sociale: orizzonte che lo porterà alla grande sfida del 2002 dove il vecchio leone della destra francese fece tremare i polsi agli avversari battendo Lionel Jospin al primo turno e costringendo gollisti e socialisti a stringere un’alleanza su Chirac pur di scongiurare l’avanzata lepenista. Già allora l’interesse per il Front National iniziava a montare in settori diversi dell’opinione pubblica: ciò si accompagnava al superamento del reaganismo in economia e a un’opposizione radicale alla «casta» politica destra-sinistra che diventerà un leitmotiv grillino ante litteram. Resta, però, ancora un partito protestatario, in parte improvvisato, senza alcuna possibilità di incidere realmente. È l’arrivo di Marine Le Pen, la figlia del capo, a mutare non la sostanza (come sostengono alcuni analisti non troppo in buonafede) ma l’approccio, il linguaggio, l’immagine del partito. A trasformare cioè il Fn da partito «periferico» a partito delle periferie, partito che dà risposte agli «invisibili», alle vittime della globalizzazione. Eletta nel 2011 (dopo una buona prova alle Regionali del 2010, dove conquista il 18% da candidata presidente nel Nord) Marine Le Pen inizia l’operazione di dédiabolitiation del partito e l’investimento sui new media e sui think tank – come il Rassemblement Blue Marine – chiamati a raccogliere consensi e interlocuzioni inedite fino a quel momento per la destra. L’operazione svecchiamento – accompagnata da un’attività frenetica nell’Europarlamento - funziona: alle Europee del 2014 è l’exploit per Marine e la conquista di un ruolo di leadership dell’internazionale populista. Parallelamente la rottura con Jean-Marie, sofferta, ma necessaria per la dédiabolisation. La lite col padre non avviene su questioni di contenuto, ma su alcune uscite troppo audaci del vecchio leader che ha da tempo puntato sull’altra grande vincitrice del primo turno: Marion Maréchal-Le Pen. Il redde rationem è domenica prossima, con il secondo turno delle Regionali. L’ultima tappa di una marcia che mira dritto alle Presidenziali del 2017. Con un obiettivo, ridare sovranità alla Francia, che per il Front National viene da lontano.

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