domenica 25 ottobre 2015

Freda: nessuna puzza al naso ideologica per la guerra etnica

Cinque anni fa facemmo un’azione di preveggenza sulla questione dell’immigrazione rispetto a proposte che oggi vengono fatte da molte forze politiche democratiche (…) Non sono intollerante, sono intransigente per quello che riguarda il destino delle future generazioni. Abbiamo il dovere di difendere le origini e l’essenza del nostro popolo italiano, di razza bianca e di cultura europea.
Nonostante l'orgogliosa autodifesa del suo Reggente, Franco 'Giorgio' Freda, vent'anni fa, il 25 ottobre 1995, il Tribunale di Verona condannò i militanti del Fronte nazionale in base alla legge Mancino. A rileggere quelle parole in questi giorni cupi, in cui non passa giorno che non si registri un episodio aperto di guerra razziale a intensità più o meno bassa (da Vaprio d'Adda ad Aosta, da Colonia alla Svezia), bisogna riconoscere che l'Editore ha avuto sguardo acuto. Gli abbiamo perciò rivolto qualche domanda d'occasione, a cui ha risposto a stretto giro di posta elettronica.

Venti anni dopo la condanna del Fronte Nazionale i fatti quotidiani confermano la vostra preveggenza. Qual è il sentimento prevalente di fronte all'imperdonabile torto di aver avuto ragione troppo presto?
La prego di non definirla preveggenza: era semplice presentimento. Quando i sentimenti aderiscono al bene del proprio popolo si ha anche il presentimento dei mali che lo aggrediranno. Era naturale che sostenere la necessità della integrazione razziale significasse sostenere la necessità della dissoluzione dell’integrità delle vecchie stirpi europee. Le chiami come vuole: stirpi, razze, etnie. E’ comunque un fatto che da cinquemila anni queste stirpi, razze, etnie che dir si voglia abbiano composto l’assetto tutto sommato stabile del continente europeo. Adesso sciami staccatisi dalle proprie etnie africane, asiatiche, amerindie vengono a sovrapporsi sulle nostre terre. E siamo solo agli inizi del fenomeno e al preliminare delle sue conseguenze.

I protagonisti degli ultimi episodi di guerra etnica non hanno nulla del "soldato politico povero ma potente" ma esprimono tipi umani assolutamente interni al sistema: dal tranquillo pensionato di provincia al giovane "scoppiato" intriso dei peggiori cascami della cultura dominante (dai video giochi alla orrenda musica metal industriale). Un segnale di speranza o di disperazione?
Ha detto bene, benissimo: guerre etniche. Già ora il cortocircuito razziale sta provocando conflitti, cioè guerre. E quando il fuoco minaccia l’edificio di cui io abito uno stanzino accetto l’aiuto di chiunque degli occupanti per spegnere l’incendio. Nessuna puzza al naso ideologica. Per la selezione, ne riparleremo una volta spento l’incendio.

Lo scontro aperto da un fronte politico abbastanza variegato per una estensione del diritto di difesa ricalca, vent'anni dopo, l'agenda politica delle milizie americane contro Clinton. Dalla vostra siderale distanza dalla politica vi sembra questa un'occasione buona per una rinnovata iniziativa della destra radicale in Italia?
Per noi non c’è stato un giorno di siderale distanza dalla politica. Siamo immersi nella politica, nella vera politica, che significa impiegare la volontà (ossia la libertà) per rendere possibile anche l’impossibile.
Piuttosto, gli italiani, vittime della falsa politica, non si accorgono che sono finiti in una barzelletta? Dove le persone cambiano sesso, dove ci si vuol sposare tra maschi e maschi e tra femmine e femmine, dove tra il ladro albanese e la vittima italiana si infierisce contro la vittima che ha esercitato la sacrosanta legittima difesa…
Se destra radicale è volontà di forza, di bellezza, di coraggio, di grandezza, di dignità, questo è il suo momento, certo. A patto che ci si disciplini al massimo e non si bari.

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