mercoledì 4 agosto 2010

In morte di Giovanni Ventura, ovvero dove sono finiti i coccodrilli? 2a edizione

E' passata oramai qualche ora  dall'annuncio ufficiale della morte di Giovanni Ventura in Argentina. Eppure l'edizione on line del Corriere della sera riporta ancora un articolo pieno di strafalcioni (evidenziati in rosso)


TERRORISMO - MALATO DA TEMPO, CONDANNATO E ASSOLTO

La fine di Ventura, uomo dei misteri di piazza Fontana

La notizia diffusa tra conferme e smentite


Giovanni Ventura (con la barba) al processo per l'attentato ai treni del 12 dicembre 1969 per cui è stato condannato con Franco Freda (con gli occhiali)
MILANO - Aveva 66 anni, era malato da molto tempo. Giovanni Ventura è scomparso a Buenos Aires, in Argentina, la città che tanti anni fa aveva scelto per la latitanza e alla fine è diventata lo sfondo di tutta la vita; ma la notizia della morte non è stata confermata. Una vita, la sua, segnata dall’eversione nera. La strage di piazza Fontana, l’appartenenza a Ordine nuovo, la partecipazione agli attentati della primavera-estate del 1969 (due bombe a Milano e 8 bombe rudimentali a bassa potenza su altrettanti treni in movimento), una bomba inesplosa sul Bari-Venezia e un’altra sul treno Trieste-Parigi. Di ognuno di questi episodi manca un pezzo di verità, di ricostruzione, di certezza. Nonostante le istruttorie, i processi e le condanne.
Quando fu arrestato a Buenos Aires, nel 1973, Ventura confessò il suo ruolo negli attentati sui treni del ’69 ma non ha mai ammesso nessuna partecipazione nella strage di piazza Fontana, il 12 dicembre di quello stesso anno: 17 morti e 105 feriti che aprirono la stagione degli attentati destinati a rimanere avvolti per sempre in mille misteri. Per i morti di piazza Fontana Ventura fu condannato (e poi assolto) con l’amico neofascista Franco Freda (stessa sorte giudiziaria). Erano così legati l’uno all’altro, Freda e Ventura, che è quasi impossibile parlare dell’uno senza citare l’altro. Eppure le loro vite, dopo gli anni del terrorismo, dopo il carcere e la possibilità di tornare a vivere da uomini liberi, hanno imboccato strade completamente diverse. Freda (padovano, classe 1940) non ha mai voluto lasciare l’Italia, ha ripreso a fare l’editore ed è tornato a vendere libri di estrema destra. Ventura invece ha scelto di mettere radici in Argentina. Non più nella sua Castelfranco Veneto, nel Trevigiano. Non più nell’«Italia che è cambiata » come disse lui stesso nell’unica intervista, qualche anno fa, alla Tribuna di Treviso. «Mi mancano i collegamenti politici, il corredo culturale della nostra terra, i rapporti personali interrotti violentemente. Non si può tornare indietro, non si può guardare. Non si può invertire il senso del tempo». A Buenos Aires, dove negli ultimi anni ha gestito Filo, il ristorante italiano più famoso della città, il trevigiano Ventura era approdato fuggendo dalla possibile condanna per la strage di piazza Fontana.
Il processo era in corso, lui era in soggiorno obbligato a Catanzaro. Fuggì. Ma fu poi arrestato nella capitale argentina. Gli anni che ha passato in carcere, alla fine, sono stati per la condanna per associazione sovversiva (per le bombe sui treni del ’69), non per la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana perché lì, dopo cinque istruttorie e otto processi, non è stato dato un volto ai responsabili. E lui, come Freda e come altri terroristi neofascisti finiti sotto accusa, è stato assolto per insufficienza di prove. A giugno del 2005 la Corte di cassazione ha chiuso l’ultimo processo sull’eccidio del 12 dicembre 1969: quello riaperto negli anni ’90, a Milano, proprio nel tentativo di trovare i complici di Freda e Ventura. Scrivono i giudici: la strage fu opera di «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura». Un giudizio che, dopo decenni, è valso come condanna morale e storica ma che non ha potuto avere nessun effetto giuridico poiché i due terroristi neri erano ormai «ex imputati» perché assolti irrevocabilmente dalla Corte d’assise d’appello di Bari (la stessa che li ha condannati per le sole bombe sui treni). La notizia della scomparsa si è diffusa a fatica, tanto che un amico argentino l’ha smentita all’Ansa. Ma dal suo ristorante una sua dipendente conferma: «Era molto malato». E la famiglia in Veneto starebbe già organizzando le esequie.
Giusi Fasano 04 agosto 2010
Vediamo con ordine:
1) Ventura è arrestato nel 1979 a Buenos Aires, dove sconta un periodo di detenzione per i documenti falsi, è estradato e dopo la sentenza definitiva del processo per piazza Fontana, scontata la pena italiana, torna in Argentina da libero cittadino 
2) L'inchiesta sulla "pista nera" nasce dalla testimonianza di un professore democristiano amico del terrorista nero, che riferisce ai magistrati le confidenze di Ventura. Costui, turbato dalla carneficina, gli aveva raccontato del suo coinvolgimento nell'organizzazione che ha procurato la strage. Confidenze non confermate da Ventura in sede giudiziaria e quindi non ritenute ritenute sufficienti in sede processuale.
           vedi Andrea Pasqualetto, Corriere del Veneto, 9 dicembre 2009:
E della stessa opinione è quel Guido Lorenzon, ex professore trevigiano di scuola media e segretario di sezione della Democrazia Cristiana, che per primo rivelò le trame nere venete. Lorenzon, compagno di collegio di Ventura, un giorno pensò di raccontare all’allora giovanissimo pubblico ministero Pietro Ca logero (quello che poi indagò Toni Negri) arrivato da poco a Treviso, alcune confidenze di Ventura. In particolare quella del «botto» che ci sarebbe stato a dicembre. Era il 1971 e la procura di Treviso chiese al giudice istruttore Giancarlo Stiz l’archi­viazione. Ma Stiz non archiviò, mise a confronto Lorenzon e Ventura, e, creden do al primo, mise sotto accusa il secon do, mandando gli at ti a Milano per com petenza. 
3) Franco Freda è nato l'11 febbraio 1941
4) Non è la stessa Corte ma è un unico procedimento: e la condanna non è per le sole bombe sui treni ma anche per associazione sovversiva
5) La sorella ha già annunciato che sarà sepolto nel cimitero cristiano di Buenos Aires.
6)Didascalia: le bombe sui treni sono la notte tra l'8 e il 9 agosto, il 12 dicembre è la strage di piazza Fontana
Non mettiamo in conto le numerose omissioni o i giudizi quantomeno riduttivi (editare la migliore edizione critica di Nietzsche non è propriamente "vendere libri di estrema destra"). Del resto sono rischi possibili se uno,  avendo a disposizione l'archivio del maggiore quotidiano italiano, fa un uso abbastanza brutale del "copia e incolla" da Wikipedia. Questo è il testo originale della libera enciclopedia: 
Nel giugno 2005, al termine dell'ultimo processo su piazza Fontana, riaperto negli anni '90 a Milano per trovare i complici di Freda e Ventura, la Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità di Freda e Ventura in ordine alla strage. Secondo la Corte, l'eccidio del 12 dicembre 1969 fu organizzato da "un gruppo eversivo costituito a Padova nell'alveo di Ordine Nuovo" e "capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura". Il giudizio ha valore di sola condanna morale e storica, in quanto i due imputati sono già stati assolti irrevocabilmente dalla corte d'assise d'appello di Bari, che li ha condannati solo per le bombe sui treni[3]
A sua volta l'autore di Wikipedia è abbastanza sciatto, avendo attribuito a Ventura l'apertura della libreria Ezzelino, che è opera di Freda, e omesso le attività di industriale tipografico con cui aggancia gli ex partigiani stalinisti di un partitino filocinese, che è uno dei tronconi più significativi del progetto eversivo, secondo la ricostruzione dei giudici veneti che indagano per primi sulla "cellula nera".
Non solo, quindi, i coccodrilli sono un animale giornalistico in via d'estinzione ma anche gli enciclopedisti non se la passano tanto bene.



2 commenti:

  1. Freda fondò le edizioni di AR a Padova ed ivi aprì la Libreria Ezzelino.
    Ventura fondò la casa editrice Galileo a Treviso ed ivi aprì una libreria omonima.

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  2. La libreria Ezzelino di Franco Freda, era ubicata in via Patriarcato al civico 34 di Padova ora non esiste più hanno cambiato perfino il numero civico;all'epoca vi era una saracinesca perennemente abbassata; apriva sole due volte alla settimana, in ore serali.Ferdinando Camon il noto giornalista di estrazione clericale cristiana, una sera riuscì a entrarvi...pensava il tapino di trovare qualche timers...trovò solo dei libri, che delusione.Quando l'editore era in clausura forzata, la gestiva Massimiliano Facchini. Una curiosità Freda subaffittò al noto esponente di Potere Operaio padovano Emilio Vesce una stanza della libreria, ove oltre che ai libri di Evola, potevi trovare anche testi marxisti. Successivamente poi Vesce traslocò in ambito radicale...a chi gli ricordava la frequentazione della libreria Ezzelino, rispondeva con insulti vari, soprattutto con il rituale "provocatore comunista" e minacciava querele a spron battuto.Ora sia Facchini che Vesce sono passati a miglior vita.

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