di MAURIZIO MURELLI
[FACEBOOK] A seguito del mio post di una settimana fa, dedicato alla storica Michela Ponzani, non sono stati pochi quelli che si son presi la briga di cercare di screditare le mie affermazioni, secondo loro ispirate da solidarietà ideologica a favore di Ignazio La Russa. Ho ignorato tutto, limitandomi a registrare che nessun imbonitore del mainstream schierato con Michela Ponzani ha sentito la necessità di interpellarmi per eventuali approfondimenti sulla questione. Ma non posso ignorare l’articolo del “Domani” a firma proprio della Ponzani. Va rimarcato che Ponzani fa parte del comitato editoriale di questo organo di stampa letto da 4 gatti ma preso sul serio dalle varie rassegne stampa, dove moltiplica per 1000 le sue esternazioni: un foglio fondato dall’ineffabile Carlo De Benedetti con una donazione di 4 milioni. In tutta evidenza alla Ponzani piace giocare in casa… ma giocando malissimo, come è prassi per tutti gli “storici militanti” di destra e di sinistra; e per di più giocando, stizzita, in difesa perché, come si usa dire, colta in flagranza con l’osso in bocca.
Giocando malissimo: perché ancora una volta la Ponzani dimostra, contrariamente a quanto asserisce, di essere incapace di fondare le sue asserzioni sui documenti ma solo sul sentito dire dei suoi sodali o su frettolose letture dei giornali d’epoca.
Io non so se, come da lei sostenuto, attraverso la querela Ignazio La Russa voglia “mettere a tacere gli storici” (cit. “Otto e mezzo”, La 7, 26 ottobre). Di certo so che a me, di polemizzare con lei in quanto persona, interessa meno di zero. Quel che mi garba, invece, è rimettere al loro posto gli “storici militanti” par suo – che dopo gli imbonitori del Sistema rappresentano la categoria oggi più pestilenziale per la devastazione delle giovani menti, portate, grazie alla loro opera di mistificazione, alla zombizzazione di massa. E oggi la Ponzani, con il suo articolo, mi offre il destro di dimostrare la loro prassi metodologica.
Visto che mi profila e processa le mie supposte intenzioni, io a mia volta profilo lei e documento.
Nota per molti lavori storici, forse pochi conoscono un suo storico testo scritto a quattro mani. Si tratta di *Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista* (Einaudi 2011). Oltre alle sue, le altre due mani sono quelle di Rosario Bentivegna, il gappista autore della strage di via Rasella del 23 marzo 1944, nella quale furono uccisi 33 soldati altoatesini inquadrati nel III battaglione del Polizeiregiment Bozen, reparto in addestramento della Ordnungpolizei, la forza di polizia della Germania nazista: come ricorda l’Istituto nazionale Ferruccio Parri, a seguito dell’opzione del 1939 la maggior parte dei membri del reggimento avevano preso la cittadinanza tedesca. Il Polizeiregiment Bozen, a differenza di altri Polizeiregiment, sarebbe stato inserito a pieno titolo nelle SS soltanto il 16 aprile 1944, quasi un mese dopo l’attentato, nel quale rimase ucciso anche Piero Zuccheretti, un ragazzino di 13 anni.
Mi par già di sentirla, Michela Ponzani: «Eccolo qui il neofascista Murelli che recrimina sull’eroica azione dell’antifascista insignito di medaglia d’argento da Luigi Einaudi nel 1951 su proposta di Alcide De Gasperi e che nel 2007 aderì al Partito Democratico!».
Peccato che a recriminare sull’azione dell’eroico Bentivegna e in generale sulla prassi dei GAP antifascisti fu – a caldo e tra i primi – Sandro Pertini; nel dopoguerra gli fecero seguito altri antifascisti adamantini come Norberto Bobbio e Marco Pannella, per esempio.
Ma Ponzani non si è schifata di avere a che fare intellettualmente e storicamente con Bentivegna: il quale, non pago di quanto fatto nel marzo del 1944, qualche mese dopo, il 5 giugno, uccise a colpi di pistola la guardia di finanza Giorgio Barbarisi, 22 anni, reo di aver strappato da un muro dei manifesti politici. In seguito Bentivegna fu processato dalla corte militare del Governo alleato, condannato in primo grado a 18 anni per omicidio colposo e poi assolto, in sede di revisione, per legittima difesa.
Ma Ponzani lo sa bene, perché al caso ha dedicato il libro *Processo alla Resistenza. L’eredità della guerra partigiana nella Repubblica 1945-2022* (Einaudi 2023). Qui, a proposito delle giustificazioni addotte per legittimare l’uccisione a freddo del giovanissimo Barbarisi, scrive:
«Senza contare che Barbarisi (perlomeno stando alle dichiarazioni di un ex partigiano arrestato e condannato a morte per falsificazione di carte annonarie, scampato al plotone di Forte Bravetta il mattino del 3 giugno 1944) aveva diretto diverse esecuzioni agli ordini del Comando tedesco di Roma» (p. 21).
Da storica, avrebbe dovuto usare il condizionale “avrebbe diretto” e non l’indicativo “aveva diretto”, in mancanza di altre fonti oltre all’ex partigiano. Tanto più che Barbarisi sarebbe poi stato riconosciuto formalmente come partigiano del Fronte Militare Clandestino e gli addebiti a suo carico poggiavano esclusivamente sulla voce di quell’unico testimone. Ma sono minuzie, no?
Per farla breve, ci sarebbe piaciuto che, mettendosi alla scrivania con Bentivegna, Ponzani si fosse ricordata della guardia di finanza Giorgio Barbarisi con lo stesso ardore con cui oggi ci parla dell’agente Antonio Marino.
E ora veniamo all’articolo in questione. Ecco l’incipit dell’articolo della Ponzani.
«Io so, anzi ricordo. Deve essere rassicurante, per chi occupa la seconda carica dello Stato, pretendere che i ricordi personali possano riscrivere la storia. Fa anche piacere che la memoria di Maurizio Murelli, condannato per l’uccisione dell’agente Antonio Marino, si sia d’improvviso risvegliata, in una sorta di soccorso nero a difesa del presidente Ignazio La Russa. Evidentemente deve essere proprio un vizio irrisolto quello di rimangiarsi le verità fornite sul Giovedì nero di Milano. Perché nei giorni e nei mesi successivi ai sanguinosi fatti del 12 aprile 1973 era stato proprio Murelli a puntare il dito contro i fratelli Ignazio e Romano La Russa, accusandoli di aver “contribuito a promuovere i disordini di piazza, incitando i giovani del Fronte della gioventù e quelli della destra extraparlamentare a recarsi in piazza Tricolore, nonostante il divieto del comizio del Msi – Dn”. Secondo Murelli c’era stata pure l’“aggravante di aver incitato minorenni a compiere lo stesso reato”.»
A parte il fatto che lei, da storica, dovrebbe sapere che sono stato condannato non “per l’uccisione” ma per “concorso morale nell’uccisione” (cosa un tantino diversa, che dice?), ma tirar fuori uno straccio di citazione estrapolato dai verbali degli interrogatori a cui sono stato sottoposto no? Da dove ha preso il suo virgolettato? Io non ho mai accusato La Russa. Mi citi con esattezza la fonte, per cortesia, contestualizzando.
E per quale ragione non riportare che il MSI fece tappezzare Milano con manifesti in cui si offriva una taglia di 6 milioni a chi avesse denunciato il responsabile dell’uccisione di Antonio Marino? E che proprio un missino vicinissimo a La Russa fece la denuncia e intascò la taglia? Si procuri i numeri del «Candido» dell’epoca, quello di Giorgio Pisanò, e studi bene la storia…
Michela Ponzani appartiene a quella schiera di persone (non sempre e non soltanto intellettuali e studiosi) per cui il nemico è sempre e comunque un bastardo da disumanizzare. Di conseguenza non riesce a concepire la possibilità di assumere comportamenti consoni a un proprio codice etico e d’onore, per cui io mi sarei esposto a favore di La Russa soltanto per consonanza ideologica, e sarei sato solidale con lui solo perché “dalla stessa parte”.
Ma se si fosse applicata – da storica – a indagare sul mio profilo, avrebbe scoperto, per esempio, che il numero 188 (maggio 2000) del mensile «Orion» (da me fondato nel 1984) recava in copertina il volto di La Russa sormontato dal titolo “Faccia da ras”. Si vada a leggere quanto sono solidale con La Russa, e poi ne riparliamo (anche se devo ammettere di essere stato troppo brutale e un tantinello influenzato dal rancore per un episodio di cui qui non mette conto parlare e per aver dato un po’ troppo peso alle convinzioni di Tomaso Staiti che a quel tempo frequentavo e che aveva in odio La Russa imputandogli anche cose non vere). Oppure, visto che dà a intendere che il mio comportamento sarebbe condizionato ideologicamente, provi a spiegare per quale ragione mi sono fatto condannare a processo (poi amnistiato) per fatti accaduti al carcere di Saluzzo, quando brigatisti e nappisti tentarono un’evasione e il magistrato pretendeva da me una versione che io non ho voluto dare. E come sia stato possibile che, anni dopo, alcuni di quei detenuti “rossi” mi abbiano scritto per ottenere da me il “perdono” al fine di ottenere i benefici carcerari ed essere ammessi alla semilibertà – perdono che concessi subito. Solidarietà ideologica o piuttosto rettitudine etica, questa sconosciuta?
Ancora, Ponzani scrive nel suo articolo:
«È nell’ordinanza del 1995 che il giudice Guido Salvini ricostruisce il passaggio degli ordigni dal deposito di esplosivi della Fenice, attraverso Nico Azzi e Davide Petrini, fino a Vittorio Loi e Maurizio Murelli».
Peccato che la ricostruzione (che non è esattamente come lei la racconta, ma glissiamo: non voglio infierire) fosse già stata fatta in sede di interrogatorio nel 1973 e poi portata in Corte d’Assise dal PM Guido Viola nel 1975. Tant’è che Nico Azzi era pure lui alla sbarra. Per certificarlo le basta pescare in rete le fotografie di quel processo…
Infine, la chiusa:
«Ringraziamo dunque entrambi per aver fornito i frammenti della loro memoria. Si tratta, naturalmente, di testimonianze preziose. Peccato, però, che un conto sia la memoria, con le sue naturali omissioni e autoassoluzioni; altro è la storia, che si costruisce incrociando criticamente fonti diverse».
Sa, professoressa, questa notte ho fatto un sogno. Ho sognato che lei stava scrivendo un libro su Massimo D’Alema e ci parlava delle sue confessioni di quando in piazza lanciava bottiglie molotov e poi, diventato Primo ministro, di quando autorizzò l’invio di bombardieri italiani/NATO a sganciar bombe sulla popolazione civile serba… Ma era un po’ in difficoltà: non riusciva a fare a meno di scrivere note a piè di pagina su La Russa simpatizzante bombarolo e sul “neofascista” Murelli che gli tiene bordone per connessione ideologica… e mi fermo qui.
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