Banda della Uno bianca, i pm parlano dei depistaggi
“LE NOSTRE INDAGINI FURONO OSTACOLATE. LA UNO BIANCA RESTA UNA DELLE VICENDE PIÙ OSCURE DELLA NOSTRA STORIA RECENTE” – LA LETTERA ALLA “STAMPA” DEI DUE EX PM DI BOLOGNA, LUCIA MUSTI E GIOVANNI SPINOSA, DOPO LE DICHIARAZIONI DI ROBERTO SAVI A “BELVE CRIME” SUL PRESUNTO COINVOLGIMENTO DEI SERVIZI NELLE AZIONI DEL GRUPPO CRIMINALE ATTIVO TRA IL 1987 E IL 1994: “I DEPISTAGGI NON SONO MANCATI, MA IL PIÙ INSIDIOSO POTREBBE ESSERE QUELLO CHE HA INDOTTO A CREDERE CHE IL MITO MALEDETTO DEI SAVI BASTASSE A SPIEGARE L'ENIGMA DEI DELITTI COMMESSI” – I DUE MAGISTRATI AMMETTONO CHE “LE PAROLE DI SAVI SONO PARZIALI, RETICENTI E TALVOLTA MENZOGNERE MA CONFIDIAMO NEL LAVORO DELLA PROCURA DI BOLOGNA", CHE HA APERTO UNA NUOVA INDAGINE... – VIDEO
I DEPISTAGGI NON SONO MANCATI.
Lettera di Lucia Musti e Giovanni Spinosa a “La Stampa”
Gentile Direttore, i sottoscritti Lucia Musti, Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Torino, e Giovanni Spinosa, magistrato in quiescenza, già Presidente dei Tribunali di Teramo e di Ancona, desiderano sottoporre alla attenzione Sua e dei lettori alcuni ricordi e alcune riflessioni suscitate dall'intervista a Roberto Savi firmata da Francesca Fagnani.
Nel 1994 eravamo entrambi Sostituti Procuratori della Repubblica a Bologna, impegnati nelle indagini sui delitti della Uno Bianca. Quando furono arrestati i fratelli Savi, che rivendicavano la responsabilità esclusiva delle azioni criminali, nutrivamo molti dubbi: nei loro racconti emergevano non poche incongruenze ed a volte sembravano ispirati da ricostruzioni artefatte.
Il 3 giugno 1995 la Corte d'Assise di Bologna assolse gli imputati del primo processo per l'eccidio dei tre carabinieri del Pilastro (4 gennaio 1991). Tuttavia, nelle motivazioni, anticipate immediatamente dal giudice a latere, la Corte riteneva plausibile che l'omicidio fosse maturato in un contesto di traffici illeciti, con un coinvolgimento dei Savi e un ruolo marginale degli imputati assolti. La sentenza evocava, inoltre, rapporti dei Savi con la camorra e adombrava la presenza di apparati alle loro spalle.
Per noi fu una conferma. Eppure, da quel momento, le nostre strade si divisero: Giovanni Spinosa dovette rimettere le deleghe; Lucia Musti, pur isolata, tentò di dare un senso al ruolo dei Savi nella vicenda e fu inserita in un pool di magistrati.
Il 21 giugno 1995, davanti al Tribunale di Pesaro, Roberto Savi rese le dichiarazioni oggi riportate dalla dottoressa Fagnani. Mutò la versione iniziale e parlò dell'inserimento - dopo i delinquenti comuni cui avevano fino ad allora affittato le proprie armi - di una rete investigativa che "faceva delle rapine simulate". Nei mesi successivi sia Roberto che Fabio Savi ribadirono e ampliarono questa ricostruzione.
Intanto, dalla fine di maggio 1995, anche il terzo fratello, Alberto, aveva iniziato a parlare con i compagni di cella: un fiume di rivelazioni poi transitate, attraverso le loro parole, nei verbali dei pubblici ministeri. Vi comparivano camorristi, mafiosi catanesi, agenti dei servizi segreti, faccendieri, trafficanti di armi, militanti in Ordine Nuovo.
E una affermazione sconcertante: Alberto Savi avrebbe riferito ai compagni di detenzione che ci sarebbe stato un interesse suo e dei fratelli a far assolvere dei catanesi, condannati in prima battuta in una serie di rapine, nonché gli imputati nel processo per l'eccidio del Pilastro, come da verbale di sommarie informazioni rese il 28.06.1995 e richiamate in analogo verbale del 7.7.1995.
Pur isolata ed emarginata in Procura, Lucia Musti, delegò numerosi accertamenti a riscontro delle suddette dichiarazioni. E fu un'ulteriore sorpresa: nei limiti di verifiche ancora preliminari, molte cose sembravano combaciare.
OMICIDIO NELL ARMERIA DI VIA VOLTURNO A BOLOGNA
Poi la dirigenza dell'ufficio decise che l'accusa in dibattimento non sarebbe stata sostenuta da Lucia Musti. A noi rimase l'amarezza di una storia che prendeva una direzione diversa da quella per cui avevamo lavorato e in cui credevamo.
Nelle sentenze a carico dei Savi emergono tracce esili delle parole che avrebbe pronunciato Alberto Savi. Le Corti d'Assise di Rimini e Pesaro non si pronunciarono sulla nuova versione; la Corte d'Assise di Bologna, nell'emanare sentenza di condanna unicamente a carico dei Savi, escluse implicitamente qualunque coinvolgimento di terzi.
È difficile trovare nelle sentenze sui Savi tracce della Falange Armata. Questa formazione aveva anticipato e rivendicato alcuni dei delitti più efferati poi attribuiti alla banda della Uno Bianca, come l'omicidio dell'armeria di Via Volturno a Bologna.
Successivamente, sempre la Falange Armata, il 30 agosto 1991, spiegò di aver messo «in disarmo» il «commando falangista» che aveva operato in Emilia-Romagna, spiegandone le ragioni in due raffinati comunicati dell'autunno. In un comunicato del 2 febbraio 1993, si era detta pronta ad «infliggere a questo agonizzante sistema e a questa prima rovinosa Repubblica il colpo definitivo». Per evitare la percezione del proprio ruolo, occorreva operare mediante diversificazione e mimetizzazione.
Se la Falange Armata è riuscita nell'intento, buona parte del "merito" va attribuito alla Uno Bianca. Non a caso, la Corte d'Assise di Milano, nel valutare un delitto rivendicato dalla Falange Armata, richiamò le «rivendicazioni certamente false» di «alcuni fatti di sangue, sempre rivendicati dalla Falange, ma poi attribuiti ai fratelli Savi».
L'intervista di Francesca Fagnani riporta alla luce un argomento che sembrava sepolto. Le parole di Roberto Savi sono parziali, reticenti e talvolta menzognere; nel 1995 chiamarono in causa figure verosimilmente secondarie nella loro storia; oggi, come allora, possono essere messaggi all'esterno.
La Uno Bianca resta una delle vicende più oscure e dolorose della nostra storia recente.
I depistaggi non sono mancati; ma il più insidioso potrebbe essere stato quello che ha indotto a credere che il mito maledetto dei Savi bastasse a spiegare l'enigma dei delitti commessi con le loro armi.
Confidiamo nel lavoro della Procura della Repubblica di Bologna.
LA UNO BIANCA E I SERVIZI I PM SENTIRANNO SAVI CACCIA AI FIANCHEGGIATORI
Estratto dell’articolo di Filippo Fiorini per “La Stampa”
roberto savi francesca fagnani belve crime
C'era qualcuno che per sette anni ha protetto la banda della Uno Bianca? I componenti del gruppo criminale, quasi tutti poliziotti, erano rapinatori o terroristi? E se un «apparato» li ha coperti, quale e perché? Intervistato da Francesca Fagnani nella trasmissione Belve Crime, anche Roberto Savi ha confermato che questo gruppo di assassini, composto dai suoi due fratelli minori e tre sodali, «ogni tanto faceva il lavoro per i servizi segreti».
[...] Dietro ci sarebbe la mano di soggetti anonimi avvezzi al sabotaggio, che ha confuso le carte, le responsabilità e il movente di molti altri crimini commessi dalla Uno Bianca. Ne ha protetto i membri, almeno fino a quando la loro violenza ha fatto comodo. Ha servito interessi sovversivi.
Poi, ha deciso che gli esecutori potevano essere sacrificati, inventando una storia sulla loro cattura. Così, ora Roberto Savi sarà ascoltato dalla Procura di Bologna, che da tre anni ha riaperto le indagini sui delitti che dal 1987 al '94 ha lasciato a terra ventiquattro vittime.
Lo spunto per una nuova inchiesta arriva dagli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, che rappresentano i famigliari di otto delle ventiquattro vittime attribuite a quelli che la giustizia ha condannato per aver agito con odio razziale, senso di onnipotenza e per poco denaro, ma che per le parti civili sono invece gli eredi del capitolo emiliano-romagnolo della «strategia della tensione».
[...] L'omicidio di due carabinieri a Castelmaggiore il 20 aprile 1888, il massacro di altri tre militari al Pilastro nel'91 e la rapina all'armeria di via Volturno nel maggio dello stesso anno, registrano depistaggi macroscopici: prove scomparse, estranei incastrati, piste archiviate e ricostruzioni inverosimili.
Sembrano agguati, non furti e rapine. Roberto Savi, ha appunto appena confermato a Belve che nel secondo caso, la rapina in armeria, in pieno centro a Bologna, si voleva uccidere un'ex carabiniere e non rubare, perché era una spia scomoda e perché di pistole ne avevano già abbastanza.
Di armi, a centinaia e da guerra, ne sono state sequestrate ancora tre mesi fa a Bologna, a casa dell'uomo che poi comprò quel negozio in via Volturno. La procura le ha mandate ai Ris insieme agli altri reperti che ha acquisito dai tribunali e dagli archivi. Tutto quanto sarà ora analizzato sfruttando le nuove tecniche a disposizione.
Anche Eva Mikula, l'ex compagna di Fabio Savi - accusata e poi assolta dalle accuse più gravi, condannata soltanto per il furto di dieci milioni di lire sottratti al fidanzato prima dell'arresto - ha ascoltato in tv le parole dell'ex cognato.
Roberto Savi le ha riconosciuto il merito di aver denunciato le atrocità commesse dalla banda. Dichiarazioni che vanno contro la versione ufficiale per cui sarebbero stati dei poliziotti di Rimini, fuori servizio, a incastrare il gruppo. E lei ha ribadito ciò che racconta da sempre: «Sono una testimone e una sopravvissuta, perché lui i testimoni li uccideva»
I DEPISTAGGI NON SONO MANCATI.
Lettera di Lucia Musti e Giovanni Spinosa a “La Stampa”
Gentile Direttore, i sottoscritti Lucia Musti, Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Torino, e Giovanni Spinosa, magistrato in quiescenza, già Presidente dei Tribunali di Teramo e di Ancona, desiderano sottoporre alla attenzione Sua e dei lettori alcuni ricordi e alcune riflessioni suscitate dall'intervista a Roberto Savi firmata da Francesca Fagnani.
Nel 1994 eravamo entrambi Sostituti Procuratori della Repubblica a Bologna, impegnati nelle indagini sui delitti della Uno Bianca. Quando furono arrestati i fratelli Savi, che rivendicavano la responsabilità esclusiva delle azioni criminali, nutrivamo molti dubbi: nei loro racconti emergevano non poche incongruenze ed a volte sembravano ispirati da ricostruzioni artefatte.
Il 3 giugno 1995 la Corte d'Assise di Bologna assolse gli imputati del primo processo per l'eccidio dei tre carabinieri del Pilastro (4 gennaio 1991). Tuttavia, nelle motivazioni, anticipate immediatamente dal giudice a latere, la Corte riteneva plausibile che l'omicidio fosse maturato in un contesto di traffici illeciti, con un coinvolgimento dei Savi e un ruolo marginale degli imputati assolti. La sentenza evocava, inoltre, rapporti dei Savi con la camorra e adombrava la presenza di apparati alle loro spalle.
Per noi fu una conferma. Eppure, da quel momento, le nostre strade si divisero: Giovanni Spinosa dovette rimettere le deleghe; Lucia Musti, pur isolata, tentò di dare un senso al ruolo dei Savi nella vicenda e fu inserita in un pool di magistrati.
Il 21 giugno 1995, davanti al Tribunale di Pesaro, Roberto Savi rese le dichiarazioni oggi riportate dalla dottoressa Fagnani. Mutò la versione iniziale e parlò dell'inserimento - dopo i delinquenti comuni cui avevano fino ad allora affittato le proprie armi - di una rete investigativa che "faceva delle rapine simulate". Nei mesi successivi sia Roberto che Fabio Savi ribadirono e ampliarono questa ricostruzione.
Intanto, dalla fine di maggio 1995, anche il terzo fratello, Alberto, aveva iniziato a parlare con i compagni di cella: un fiume di rivelazioni poi transitate, attraverso le loro parole, nei verbali dei pubblici ministeri. Vi comparivano camorristi, mafiosi catanesi, agenti dei servizi segreti, faccendieri, trafficanti di armi, militanti in Ordine Nuovo.
E una affermazione sconcertante: Alberto Savi avrebbe riferito ai compagni di detenzione che ci sarebbe stato un interesse suo e dei fratelli a far assolvere dei catanesi, condannati in prima battuta in una serie di rapine, nonché gli imputati nel processo per l'eccidio del Pilastro, come da verbale di sommarie informazioni rese il 28.06.1995 e richiamate in analogo verbale del 7.7.1995.
Pur isolata ed emarginata in Procura, Lucia Musti, delegò numerosi accertamenti a riscontro delle suddette dichiarazioni. E fu un'ulteriore sorpresa: nei limiti di verifiche ancora preliminari, molte cose sembravano combaciare.
OMICIDIO NELL ARMERIA DI VIA VOLTURNO A BOLOGNA
Poi la dirigenza dell'ufficio decise che l'accusa in dibattimento non sarebbe stata sostenuta da Lucia Musti. A noi rimase l'amarezza di una storia che prendeva una direzione diversa da quella per cui avevamo lavorato e in cui credevamo.
Nelle sentenze a carico dei Savi emergono tracce esili delle parole che avrebbe pronunciato Alberto Savi. Le Corti d'Assise di Rimini e Pesaro non si pronunciarono sulla nuova versione; la Corte d'Assise di Bologna, nell'emanare sentenza di condanna unicamente a carico dei Savi, escluse implicitamente qualunque coinvolgimento di terzi.
È difficile trovare nelle sentenze sui Savi tracce della Falange Armata. Questa formazione aveva anticipato e rivendicato alcuni dei delitti più efferati poi attribuiti alla banda della Uno Bianca, come l'omicidio dell'armeria di Via Volturno a Bologna.
Successivamente, sempre la Falange Armata, il 30 agosto 1991, spiegò di aver messo «in disarmo» il «commando falangista» che aveva operato in Emilia-Romagna, spiegandone le ragioni in due raffinati comunicati dell'autunno. In un comunicato del 2 febbraio 1993, si era detta pronta ad «infliggere a questo agonizzante sistema e a questa prima rovinosa Repubblica il colpo definitivo». Per evitare la percezione del proprio ruolo, occorreva operare mediante diversificazione e mimetizzazione.
Se la Falange Armata è riuscita nell'intento, buona parte del "merito" va attribuito alla Uno Bianca. Non a caso, la Corte d'Assise di Milano, nel valutare un delitto rivendicato dalla Falange Armata, richiamò le «rivendicazioni certamente false» di «alcuni fatti di sangue, sempre rivendicati dalla Falange, ma poi attribuiti ai fratelli Savi».
L'intervista di Francesca Fagnani riporta alla luce un argomento che sembrava sepolto. Le parole di Roberto Savi sono parziali, reticenti e talvolta menzognere; nel 1995 chiamarono in causa figure verosimilmente secondarie nella loro storia; oggi, come allora, possono essere messaggi all'esterno.
La Uno Bianca resta una delle vicende più oscure e dolorose della nostra storia recente.
I depistaggi non sono mancati; ma il più insidioso potrebbe essere stato quello che ha indotto a credere che il mito maledetto dei Savi bastasse a spiegare l'enigma dei delitti commessi con le loro armi.
Confidiamo nel lavoro della Procura della Repubblica di Bologna.
LA UNO BIANCA E I SERVIZI I PM SENTIRANNO SAVI CACCIA AI FIANCHEGGIATORI
Estratto dell’articolo di Filippo Fiorini per “La Stampa”
roberto savi francesca fagnani belve crime
C'era qualcuno che per sette anni ha protetto la banda della Uno Bianca? I componenti del gruppo criminale, quasi tutti poliziotti, erano rapinatori o terroristi? E se un «apparato» li ha coperti, quale e perché? Intervistato da Francesca Fagnani nella trasmissione Belve Crime, anche Roberto Savi ha confermato che questo gruppo di assassini, composto dai suoi due fratelli minori e tre sodali, «ogni tanto faceva il lavoro per i servizi segreti».
[...] Dietro ci sarebbe la mano di soggetti anonimi avvezzi al sabotaggio, che ha confuso le carte, le responsabilità e il movente di molti altri crimini commessi dalla Uno Bianca. Ne ha protetto i membri, almeno fino a quando la loro violenza ha fatto comodo. Ha servito interessi sovversivi.
Poi, ha deciso che gli esecutori potevano essere sacrificati, inventando una storia sulla loro cattura. Così, ora Roberto Savi sarà ascoltato dalla Procura di Bologna, che da tre anni ha riaperto le indagini sui delitti che dal 1987 al '94 ha lasciato a terra ventiquattro vittime.
Lo spunto per una nuova inchiesta arriva dagli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, che rappresentano i famigliari di otto delle ventiquattro vittime attribuite a quelli che la giustizia ha condannato per aver agito con odio razziale, senso di onnipotenza e per poco denaro, ma che per le parti civili sono invece gli eredi del capitolo emiliano-romagnolo della «strategia della tensione».
[...] L'omicidio di due carabinieri a Castelmaggiore il 20 aprile 1888, il massacro di altri tre militari al Pilastro nel'91 e la rapina all'armeria di via Volturno nel maggio dello stesso anno, registrano depistaggi macroscopici: prove scomparse, estranei incastrati, piste archiviate e ricostruzioni inverosimili.
Sembrano agguati, non furti e rapine. Roberto Savi, ha appunto appena confermato a Belve che nel secondo caso, la rapina in armeria, in pieno centro a Bologna, si voleva uccidere un'ex carabiniere e non rubare, perché era una spia scomoda e perché di pistole ne avevano già abbastanza.
Di armi, a centinaia e da guerra, ne sono state sequestrate ancora tre mesi fa a Bologna, a casa dell'uomo che poi comprò quel negozio in via Volturno. La procura le ha mandate ai Ris insieme agli altri reperti che ha acquisito dai tribunali e dagli archivi. Tutto quanto sarà ora analizzato sfruttando le nuove tecniche a disposizione.
Anche Eva Mikula, l'ex compagna di Fabio Savi - accusata e poi assolta dalle accuse più gravi, condannata soltanto per il furto di dieci milioni di lire sottratti al fidanzato prima dell'arresto - ha ascoltato in tv le parole dell'ex cognato.
Roberto Savi le ha riconosciuto il merito di aver denunciato le atrocità commesse dalla banda. Dichiarazioni che vanno contro la versione ufficiale per cui sarebbero stati dei poliziotti di Rimini, fuori servizio, a incastrare il gruppo. E lei ha ribadito ciò che racconta da sempre: «Sono una testimone e una sopravvissuta, perché lui i testimoni li uccideva»
QUANTO C'E' DI VERO NELLE PAROLE DI UN ASSASSINO SPIETATO? – LA PROCURA DI BOLOGNA SENTIRÀ ROBERTO SAVI DOPO L'INTERVISTA A “BELVE CRIME”, IN CUI L'EX POLIZIOTTO A CAPO DELLA "BANDA DELLA UNO BIANCA", CHE UCCISE 23 PERSONE, HA ALLUSO A UN RUOLO DEI SERVIZI SEGRETI E PARLATO DI PERSONAGGI CHE AVREBBERO GARANTITO UNA “COPERTURA” – SAVI HA SOSTENUTO CHE LA RAPINA DEL 1991 A UN ARMERIA A BOLOGNA SIA STATA IN REALTA’ UN OMICIDIO SU COMMISSIONE DELL’EX CARABINIERE PIETRO CAPOLUNGO: “ERA UN EX DEI SERVIZI DELL’ARMA” – EVA MIKULA, EX COMPAGNA DI FABIO SAVI, L'ALTRO LEADER DELLA BANDA: “ROBERTO HA CONFERMATO CHE SONO UNA TESTIMONE E UNA SOPRAVVISSUTA” – SOLO DOPO LA PRIMA CONDANNA ALL'ERGASTOLO, I SAVI SI SONO PRESENTATI COME PEDINE MANOVRATE DAI SERVIZI – TUTTI I PUNTI OSCURI SULLA VICENDA DELLA UNO BIANCA E QUELLA RELAZIONE DEI CARABINIERI CHE IDENTIFICAVA I FRATELLI SAVI, FINITA IN UN CASSETTO DEL VIMINALE...
roberto savi francesca fagnani belve crime
(ANSA) - BOLOGNA, 06 MAG - La Procura di Bologna, guidata dal procuratore Paolo Guido, sentirà Roberto Savi dopo l'intervista trasmessa ieri nella trasmissione Belve Crime, dove l'ex poliziotto e insieme al fratello Fabio uno dei capi della banda della
Uno bianca, in carcere dal 1994, parla di alcuni personaggi, che non sono delinquenti, che gli avrebbero garantito una copertura investigativa e afferma che il vero obiettivo della rapina all'armeria di via Volturno era eliminare l'ex carabiniere Pietro Capolungo. "Perché?", chiede l'intervistatrice Francesca Fagnani; "Perché era un carabiniere. Era tutto insieme di cose intrallazzate. Lui era un ex dei servizi particolari dei carabinieri, i servizi segreti del'Arma", risponde Savi, facendo capire che qualcun altro gli aveva commissionato l'omicidio.
Ovviamente i magistrati di Bologna che indagano ancora sulla Banda della Uno Bianca, con l'ipotesi di concorso in omicidio, dopo l'esposto presentato nel 2023 dai familiari delle vittime, acquisiranno presto il girato dell'intervista.
FAGNANI, 'IMPORTANTE LA DECISIONE DEI PM DI BOLOGNA DI SENTIRE SAVI'
(ANSA) - "La decisione della Procura di Bologna di voler ascoltare nuovamente Roberto Savi è una notizia importante. Siamo contenti che il nostro lavoro giornalistico possa offrire un contributo utile all'accertamento della verità, una verità a cui tutti hanno diritto, a partire dai familiari delle vittime, a cui vanno il nostro rispetto e la nostra vicinanza". Così Francesca Fagnani, commenta la decisione della Procura di Bologna di ascoltare Roberto Savi in seguito all'intervista rilasciata a Belve Crime, andata in onda ieri sera su Rai2.
UNO BIANCA, LEGALI DELLE VITTIME 'VERIFICARE SE CAPOLUNGO ERA NEI SERVIZI'
(ANSA) - BOLOGNA, 06 MAG - Sentire Roberto Savi e verificare se Pietro Capolungo, il carabiniere in pensione ucciso il 2 maggio 1991 nell'armeria di via Volturno a Bologna, faceva parte dei Servizi, come dichiarato dall'ergastolano nell'intervista a 'Belve Crime', andata in onda ieri sera su Raidue.
Lo chiederanno alla Procura di Bologna gli avvocati Luca Moser e Alessandro Gamberini, che assistono i familiari delle vittime della banda della Uno bianca e hanno presentato l'esposto che nel 2023 ha portato alla riapertura delle indagini, alla ricerca di eventuali complici dei condannati. I legali presenteranno un'apposita istanza ai pm.
Proprio in vista dell'intervista di Francesca Fagnani a Savi, gli stessi avvocati dei familiari avevano messo a disposizione materiale per consentire agli autori della trasmissione di approfondire specifici punti.
Su Capolungo, Savi ha detto che andava eliminato, perché "era un ex dei servizi segreti dei carabinieri". Peraltro lo stesso ex poliziotto in passato, nel 1996 in un processo a Rimini, aveva già definito Capolungo "l'ex carabiniere che praticamente era un depositario del Sismi".
EVA MIKULA, 'SAVI CONFERMA CHE SONO UNA TESTIMONE E UNA SOPRAVVISSUTA'
(ANSA) - BOLOGNA, 06 MAG - "La prima cosa che ho pensato durante l'ascolto dell'intervista è che la verità fa male, perché non è sempre ciò che noi vorremmo. Personalmente, ho ricevuto dure conferme dalle parole di Roberto, che ero una testimone e detto da lui che i testimoni li uccideva, che sono una sopravvissuta". Lo dice all'ANSA Eva Mikula, commentando l'intervista andata in onda ieri sera a 'Belve Crime' a Roberto Savi, uno dei capi della banda della Uno bianca.
Mikula all'epoca della cattura 19enne, era la compagna di Fabio Savi, l'altro leader, l'unico non poliziotto, del gruppo criminale che tra il 1987 e il 1994 uccise 23 persone e ne ferì 114, tra rapine a mano armata e azioni di violenza gratuita. Quando Fabio Savi fu arrestato, lei era con lui. E' stata poi assolta da tutte le accuse. In interviste successive ha detto che la banda è stata presa grazie a lei.
Versione in qualche modo confermata ieri sera da Roberto Savi, che ha contrastato quella ufficiale, cioè di un'intuizione dei poliziotti riminesi Luciano Baglioni e Pietro Costanza. "La verità - ha detto Roberto - è che mio fratello è stato più fesso di quello che sembra. Ha raccontato tutto a Eva Mikula. Parlava troppo, e l'ha trasformata in una testimone".
"Giunti a questo punto, il dottor Paci (il pm riminese che coordinò le indagini, ndr), Baglioni e Costanza dovrebbero riconoscere i propri errori, come tutte le persone che hanno fatto un giuramento per lo Stato, perché essere eroi sul sacrificio altrui e nascondersi dietro un profilo di perbenismo, non apre la porta del paradiso".
I MISTERI DIETRO LA SCIA DI SANGUE
Estratto dell’articolo di Gianluca Di Feo per “la Repubblica”
La cosa certa è che gli assassini sono loro: i tre fratelli Savi, assieme ad altri tre poliziotti che li hanno accompagnati nella saga di terrore che per sette anni ha sconvolto l'Emilia-Romagna. Ma i buchi neri sulla vicenda della Uno Bianca restano tanti, con interrogativi che aspettano una risposta da troppo tempo.
Anzitutto il movente: cosa ha spinto tre giovani, educati da un padre duro a credere in "legge e ordine" tanto da volersi arruolare, a uccidere 24 persone e ferirne 102 in almeno 103 azioni criminali? Hanno ammazzato per rapinare pochi spiccioli: solo nel 1994 hanno messo a segno un colpo da 300 milioni di lire.
OMICIDIO NELL ARMERIA DI VIA VOLTURNO A BOLOGNA
Undici dei loro omicidi sono stati commessi a freddo, sparando su immigrati africani e campi rom, eliminando testimoni come Primo Zecchi che stava annotando la targa della loro vettura o punendo con la morte chi gli aveva rivolto un insulto.
Rosanna Zecchi, la vedova di Primo, non hai mai creduto che agissero per soldi: «Non accettiamo la tesi che lo facevano solo per lucro, va al di là della nostra comprensione». E come lei i familiari dei tre carabinieri ventenni trucidati il 4 gennaio 1991 nella strage del Pilastro […]
Non si sono mai comportati da semplici banditi. Sì, si sono impegnati per evitare di venire ripresi dalle telecamere, simulando accenti meridionali e indossando parrucche. Ma hanno firmato le azioni usando le stesse armi, incluso i fucili semiautomatici di loro proprietà.
E hanno conservato dentro casa pistole, mitra, ordigni, pacchi di soldi mai spesi. Perché hanno goduto di una sostanziale e incredibile impunità. Nel corso degli anni ci sono stati parecchi elementi che potevano smascherarli.
Una relazione dei carabinieri li ha indicati con nome e cognome: è finita in un cassetto del Viminale. Gli stessi nomi presenti nel registro dell'armeria di via Volturno, a pochi metri dalla Questura di Bologna, dove hanno assassinato la titolare e un appuntato in pensione che l'aiutava in un'altra esecuzione enigmatica.
In quell'occasione è stato realizzato un identikit che ritrae perfettamente Fabio Savi, il "Lungo" della banda. E anche il volto di Roberto, il "Capo", era stato ricostruito con una somiglianza impressionante. Erano affissi negli uffici dove ogni giorno Roberto Savi prestava servizio, dopo essere stato escluso dalle Volanti per i modi violenti.
Quando sono stati arrestati, si sono mostrati arroganti e hanno deriso i parenti delle vittime. Hanno confessato, in alcuni casi con versioni discordanti, ogni reato che gli è stato contestato, sostenendo di avere fatto tutto da soli.
[…] Una storia semplice? Solo dopo la prima condanna all'ergastolo, i Savi hanno chiamato in causa i servizi segreti e si sono presentati come pedine manovrate dall'alto. Ne aveva già parlato Eva Mikula, la ragazza conosciuta da Fabio in Ungheria dove aveva imbastito un traffico di Kalashnikov mai completamente chiarito.
Più illuminante la testimonianza in aula da Roberto Maroni, il primo ministro dell'Interno leghista: «Certamente nel Sisde e poi nel Dipartimento di Pubblica Sicurezza c'era una situazione che aveva creato sul territorio rapporti consolidati che non garantivano più l'efficienza massima dell'apparato.
Non sono mai arrivato a pensare che consentissero illegalità, ma decisi di cambiare l'aria. Questo ruppe gli equilibri, creò una reazione a catena. Non so se è un caso, ma in poco vennero arrestati i Savi».
Maroni ha citato le interviste di Gianni De Gennaro, insediato da lui alla guida della Criminalpol: «Diceva che occorreva intervenire sulla Uno Bianca ed era ora di chiudere; forse il cambiamento ai vertici ha contribuito alla svolta».
Fabio Savi nel 2001 è stato intervistato in tv da Franca Leosini e ha cambiato di nuovo linea: «Dietro la Uno Bianca c'è soltanto la targa, i fanali e il paraurti. Nient'altro». La verità che manca non può venire dalle parole dei fratelli Savi.
“DIETRO LA UNO BIANCA C’ERANO I SERVIZI. FURONO LORO A DIRCI DI UCCIDERE” – ROBERTO SAVI, EX POLIZIOTTO A CAPO DELLA BANDA DELLA UNO BIANCA, STRAPARLA A “BELVE” E FA INCAZZARE I FAMILIARI DELLE VITTIME CHE GIUSTAMENTE INSORGONO: “SE CI FOSSE UN COINVOLGIMENTO DI QUEL GENERE, SAVI DOVREBBE DIRLO AI MAGISTRATI, NON IN TV” – LA PROCURA DI BOLOGNA RIAPRE LE INDAGINI E FRANCESCA FAGNANI PARLA DI "NOTIZIA IMPORTANTE. AI FAMILIARI DELLE VITTIME VANNO IL NOSTRO RISPETTO E LA NOSTRA VICINANZA" - NICOLA BORZI: "VERGOGNA TOTALE CHE LA RAI DIVENTI MEGAFONO DI CRIMINALI SENZA PIETÀ..."
dal profilo Facebook di Nicola Borzi
La banda della Uno bianca fu un'organizzazione criminale italiana che, nell'Emilia-Romagna e nelle Marche, tra il 1987 e il 1994 commise 103 episodi criminosi (soprattutto rapine a mano armata), provocando la morte di 24 persone e il ferimento di altre 115. Il nome della banda fu coniato dalla stampa nel 1991 nonostante sia stato accertato che i banditi abbiano utilizzato effettivamente una Fiat Uno bianca in soli 17 episodi.
roberto savi francesca fagnani belve crime
Il 4 gennaio 1991, poco prima delle 22, nel quartiere Pilastro di Bologna, una pattuglia dell'Arma dei Carabinieri fu trucidata dalle pallottole del gruppo criminale su una Fiat: Otello Stefanini, 22 anni, Andrea Moneta, 21 anni, e Mauro Mitilini, 21 anni, furono massacrati a colpi di armi da guerra e finiti con un colpo alla nuca.
Come nel caso di Garlasco, anche in questo caso ci sono vittime e famiglie devastate. Per la Banda della Uno Bianca parliamo di 24 morti innocenti. Ma tutto finisce in pasto a programmi tv vergognosi che fanno audience e incassi pubblicitari, propalando le versioni degli assassini, aumentando la diffusione di teorie incontrollabili, rendendo sempre più difficile il lavoro dei magistrati e degli inquirenti.
La trasmissione Belve Crime di Francesca Fagnani, ieri sera su Rai2, ha dato spazio alle parole di Roberto Savi, il capo degli assassini.
Concordo al 100% con le famiglie delle vittime: è una VERGOGNA TOTALE che la tv pubblica finanziata dal canone dei cittadini diventi il megafono per dei criminali senza pietà e senza coscienza che parlano dal video di esecuzioni sanguinarie come fossero scherzi, spargendo sale su ferite aperte di famiglie straziate da atti barbari.
Dov'è la Commissione di Vigilanza Rai che tanto strepita sul giornalismo d'inchiesta, quello vero? Dov'è l'Ordine dei giornalisti?
Vergogna su Fagnani, vergogna sulla Rai.
Fagnani, 'importante la decisione dei pm di Bologna di sentire Savi'
'Siamo contenti che il nostro lavoro offra un contributo alla verità'
(ANSA) - BOLOGNA, 06 MAG - "La decisione della Procura di Bologna di voler ascoltare nuovamente Roberto Savi è una notizia importante. Siamo contenti che il nostro lavoro giornalistico possa offrire un contributo utile all'accertamento della verità, una verità a cui tutti hanno diritto, a partire dai familiari delle vittime, a cui vanno il nostro rispetto e la nostra vicinanza". Così Francesca Fagnani, commenta la decisione della Procura di Bologna di ascoltare Roberto Savi in seguito all'intervista rilasciata a Belve Crime, andata in onda ieri sera su Rai2.
LA RABBIA DEI PARENTI DELLE VITTIME
Federica Nannetti per il "Corriere della Sera" - Estratti
A guidarli e a dire loro chi uccidere ci sarebbero stati i servizi segreti. Anche nel caso dell’armeria di via Volturno, a Bologna, dove il 2 maggio 1991 vennero uccisi la titolare Licia Ansaloni e il carabiniere in pensione Pietro Capolungo. Non lo dice a parole, ma lo dice con la sua espressione. E annuisce.
Lui è Roberto Savi, ex poliziotto, a capo della banda della Uno Bianca con i fratelli Fabio e Alberto, anch’egli poliziotto; criminali che in sette anni e mezzo — tra il 1987 e il ’94 — fecero 23 morti e oltre cento feriti tra Bologna e la Romagna, assaltando caselli autostradali, supermercati, banche e uffici postali.
Tra le vittime, anche altri membri delle forze dell’ordine, come i tre carabinieri trucidati il 4 gennaio 1991 al Pilastro. Roberto Savi, condannato all’ergastolo e da 32 anni in carcere, non ha mai parlato se non a processo, dando pure versioni discordanti; ma sulla presenza di «manovratori», ha sempre negato.
Ieri sera, invece, intervistato da Francesca Fagnani a Belve Crime su Rai 2, ha dato una versione diversa: quella all’armeria non sarebbe stata una rapina, sarebbero stati i servizi segreti a commissionare l’esecuzione di Capolungo e sarebbero stati gli stessi Servizi a proteggerli, almeno inizialmente.
«Ma va là, la rapina. Chi va a rapinare pistole?», dice davanti alla telecamera arrivata nel carcere di Bollate. E del resto di armi, i Savi, ne avevano in quantità. «Vi hanno chiesto di eliminarlo?», chiede Fagnani in riferimento a Capolungo.
È qui che Savi fa cenno di sì.
«Qual era il motivo?». «Lui era ex dei servizi particolari dei carabinieri. Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera». E i contatti con gli 007, stando alle rivelazioni di ieri, sarebbero stati frequenti: «Ogni tanto venivamo chiamati. Facciamo così; e facevamo così», aggiunge l’ex poliziotto.
E poi, ancora: «Tutte le settimane passavo due o tre giorni a Roma». «Con chi parlava?».
«Eh, con chi parlavo... Andavo per parlare con loro». «Loro chi? I Servizi?», chiede sempre Fagnani. «Ma sì… Insomma, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere».
Che la verità dei fatti possa essere diversa da quella accertata nelle aule di giustizia e che la banda possa aver agito con la complicità di altri lo pensano anche i familiari delle vittime, tanto che gli avvocati dell’associazione, Alessandro Gamberini e Luca Moser, con un esposto hanno fatto riaprire le indagini.
La Procura di Bologna, al lavoro su due fascicoli, chiederà di acquisire il girato della puntata e a Savi se vorrà farsi interrogare: le sue dichiarazioni verranno vagliate, senza tralasciare l’ipotesi che stia parlando per avere benefici o mandare messaggi a qualcuno, anche perché uno dei filoni d’indagini riguarda l’armeria.
Tanta l’indignazione dell’associazione dei familiari delle vittime, presieduta dal figlio di Pietro, Alberto Capolungo, che il prossimo 9 maggio terrà il discorso per la giornata dedicata alle vittime del terrorismo: «Mio padre non faceva parte dei Servizi dell’Arma; è falso — le sue parole —. I Servizi, poi, avrebbero ordinato di ammazzarlo proprio in quanto membro dei Servizi? Non sta in piedi». In ogni caso, se ci fosse un coinvolgimento di quel genere, Savi «dovrebbe dirlo ai magistrati, non in tv». (...)
FONTE: Dagospia

















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