31 luglio 1981. Alibrandi uccide il camerata che gli rubò 50 milioni - <b>FascinAzione</b>

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domenica 2 agosto 2020

31 luglio 1981. Alibrandi uccide il camerata che gli rubò 50 milioni

Il giorno dopo, il sangue tornerà a scorrere. Si dà il caso che «Alì Babà» abbia dei conti in sospeso, che vuole regolare. A modo suo. In cima alla lista c’è un camerata che bazzica Vigna Clara e che frequentava anni prima anche via Siena. Si chiama Pino De Luca, detto «il Calabro» per le sue origini. Il «Calabro» ha trentun anni, una decina in più del gruppetto dei Nar. E Ali-brandi lo accusa di averlo «solato», cioè truffato, in diverse occasioni. 
Come quando, anni prima, aveva promesso a lui e Valerio di procurargli delle armi a Montecarlo. Alessandro lo aveva seguito in Costa Azzurra e Pino, improv-visamente, lo aveva invitato a fare un bagno con lui, lasciando la macchina con i soldi incustodita; ma al loro ritorno i soldi erano spariti. 
Il «Calabro» si era disperato, dando la colpa a un topo d’auto provenzale, ed erano stati costretti a tornarsene a Roma senza soldi né armi. Ma l’ambiente neofascista è piccolo e la gente mormora. Così, qualche giorno dopo, il «Calabro» aveva deciso di offrire una cena ad alcuni camerati, raccontando di aver rimediato dei milioni con una trovata geniale... A quel punto ai Nar era risultato tutto chiaro. E solo l’arresto di Valerio e l’esilio libanese di Alessandro lo avevano tenuto in vita.

Ma ora «Alì Babà» è di nuovo a Roma e chiede a Vale e alla Mambro di aiutarlo nella vendetta.

I tre fanno un paio di appostamenti alla Tomba di Nerone, dove abita De Luca, però non lo vedono. Ma proprio mentre se ne stanno tornando, lo incrociano su corso Francia che, alla guida della sua Renault 5 blu metal-lizzata, sta tornando verso casa. Invertono la marcia e tornano indietro. In due restano di sotto, di copertura. Il solo Alibrandi sale a casa del «Calabro» e suona alla porta. A chi gli apre dice di essere un amico di Pino, che nel frattempo sta facendo la doccia. De Luca sente che i suoi famigliari stanno parlando con qualcuno, esce dal bagno e gli basta un attimo per capire tutto. Riconosce all’istante «Alì Babà» e tenta una fuga inutile e disperata. Torna di corsa in bagno e si chiude a chiave. Alibrandi lo insegue e svuota contro la porta del bagno i caricatori delle due pistole che ha con sé: una calibro 38 e una Beretta 92S. Un totale di dodici colpi, molti dei quali vanno a segno, uccidendo De Luca all’istante.

Sentiamo Francesca Mambro:
Nell’ambiente si diceva che De Luca avesse truffato anche altre persone. Poi aveva dieci anni più di noi, quindi per noi il suo comportamento era ancora più grave, perché si era comportato male con delle persone che, rispetto a lui, erano dei ragazzini...

Fioravanti:
L’idea di fregare un «ragazzino» per noi era inaccettabile. Anche perché, nel caso specifico, lui sapeva che questi «ragazzini» i soldi non è che se li fossero fatti dare da papà, ma se li erano procurati, correndo non pochi rischi. Se tu ti offri di fare l’intermediario in un traffico d’armi e poi ti freghi i soldi, sapendo che io questi soldi li ho rubati facendo rapine in banca, perché mi servono le armi, sai che poi corri dei rischi. Se ti vuoi infilare in questo meccanismo, allora devi anche sapere a cosa potresti andare incontro.
In quegli anni noi convivevamo con l’idea che avrebbero potuto ammazzarci da un momento all’altro e quindi anche la decisione di regolare dei conti poteva avere un significato simbolico. Vale a dire: lo scontro con lo Stato può anche essere perso, ma durante questo scontro c’è chi ha tradito e chi se n’è approfittato. E queste persone, indipenden-temente da come vada a finire lo scontro, vanno punite. Non è rabbia, ma la consapevolezza che comunque stai andando incontro al burrone, ma in questo viaggio verso il baratro cerchi almeno di lasciare, come te-stamento, un messaggio: e cioè che comunque la guerra non va fatta coi profittatori, con le spie, con questa gente qua. È come pulire gli argini di una strada, anche perché, diciamola tutta, l’ambiente di destra è sempre stato appesantito da questa gente.

La telefonata ai giornali arriva presto ed è molto sintetica. E stavolta ricompare la sigla Nar. Ma non ci sarà nessuna rivendicazione scritta per spiegare l’omicidio. Per i Nar l’uccisione di Pino il «Calabro» dovrà essere la prima di una lunga serie. E solo alla fine verrà diffuso un comunicato di rivendicazione «politica». Ma la linea ormai è chiara: guerra agli «infami».
FONTE: Nicola Rao, Il piombo e la celtica

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