15 agosto 1977: la tranquilla fuga dal Celio di Kappler - <b>FascinAzione</b>

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sabato 15 agosto 2020

15 agosto 1977: la tranquilla fuga dal Celio di Kappler

 

Tra i lavori sporchi sbrigati dall’Anello c’è stata, nel 1977, la fuga in Germania del nazista Herbert Kappler, condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Una fuga vergognosa organizzata per conto della presidenza del Consiglio (governo presieduto appunto da Giulio Andreotti), in cambio di un cospicuo versamento di denaro da parte della Germania. Per giunta, si è fatto credere agli italiani che Kappler fosse evaso rocambolescamente dall’ospedale militare del Celio aiutato da sua moglie, donna molto robusta che, usando delle funi, avrebbe calato da una finestra il marito chiuso in una valigia. In realtà fu aiutato sì dalla moglie, ma uscì dall’ospedale con le sue gambe e raggiunse l’isola Tiberina dove ad attenderlo c’era Adalberto Titta, un ex pilota repubblichino, secondo alcuni il capo dell’Anello, 48 che lo trasportò presso una clinica di Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo. Qui Kappler venne visitato dal professor Giovanni Pedroni, noto come «il medico dell’Anello», che era però anche il medico personale dello stesso Titta e dell’influente padre Zucca. Dalla clinica, Kappler venne portato, sempre da Titta, al Brennero, dove fu consegnato a due ufficiali medici tedeschi che lo condussero in Germania. A raccontarlo sono stati gli stessi uomini del Noto Servizio che hanno reso dichiarazioni agli inquirenti, come Giovanni Pedroni e Michele Ristuccia, stretto collaboratore di Adalberto Titta. 

Così Giuliano Turone, nel suo libro sull' "Italia occulta. Dal sequestro Moro alla strage di Bologna" ricostruisce lo scandalo. Per poi aggiungere un'osservazione maliziosa in nota. 


La fuga di Kappler avviene la mattina del 15 agosto 1977. Sotto quella data, Giulio Andreotti annota puntigliosamente nei suoi Diari già più volte citati: «Sono da tre giorni a Merano e ho potuto dormire e riflettere un po’ più del solito. Tutto sembra andare liscio in questo ferragosto altoatesino. Ma non è così. A mezzogiorno […] mi telefona Cossiga che dal Celio è evaso il colonnello Kappler. Sembra che sia fuggito nascosto in un valigione, con la macchina della moglie, autorizzata a entrare e uscire dall’ospedale militare romano. Non è escluso che la giornata festiva abbia allentato la sorveglianza […]. Né è facile, in un giorno di traffico come questo, bloccare l’uscita dall’Italia dello scomodo prigioniero» (p. 127). Il fatto che il 15 agosto Andreotti fosse a soli settanta chilometri dal Brennero può essere una suggestiva coincidenza, ma colpisce che in quei giorni di riposo e di riflessione egli non abbia mai registrato null’altro nel suo diario al di fuori di quella dettagliatissima annotazione – quasi un’excusatio non petita – sulla fuga di Kappler.

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