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13 giugno 1970: 50 anni dopo "La strage di Stato" un'analisi critica di Aldo Giannuli


Bombe a inchiostro è un corposo saggio storico di Aldo Giannuli dedicato alla controinformazione in Italia ed edito dalla Bibloteca universale Rizzoli nel 2008. All'opera che porta alla ribalta il concetto e la pratica in Italia, "La strage di Stato" Giannuli dedica alcuni capitoli. Il primo analizza approfonditamente le felici intuizioni ma anche i numerosi errori, sia nei particolari quanto nel disegno generale. Ve lo riproponiamo in occasione del cinquantesimo anniversario della pubblicazione della prima edizione del testo.

di ALDO GIANNULI

L’inchiesta del Collettivo di controinformazione su piazza Fontana diventò un libro, che venne pubblicato il 13 giugno 1970: La strage di Stato. Raramente un titolo ha riassunto con tanta efficacia il contenuto di un libro e, probabilmente, questo fu il primo motivo del suo successo. Il libro sarebbe dovuto uscire per le edizioni Feltrinelli, ma come più tardi i suoi autori resero noto:

Per quanto riguarda i nostri rapporti con Giangiacomo Feltrinelli, [… ] ci rivolgemmo ad un funzionario della sua casa editrice affinché glielo desse in visione. Dopo quattro giorni il manoscritto ci fu restituito con molti complimenti ed un rifiuto di pubblicazione motivato dalla "scarsezza di prove a sostegno delle tesi, pur interessanti, che in esso vengono sostenute"29.

Per questo il volume venne pubblicato dalla Samonà e Savelli, editrice legata alla Quarta Internazionale. Al fondo del testo comparivano dichiarazioni di Lelio Basso (presidente del PSIUP), Ferruccio Parri (capogruppo della Sinistra indipendente), Aldo Natoli (del Manifesto) e Alessandro Natta (della direzione del PCI) che costituivano un cautissimo riconoscimento dell’azione svolta.

IL MARO' CALZOLARI - L’inchiesta partiva dalla strana morte di Armando Calzolari, avvenuta il 28 gennaio 1970. Il libro lo dipingeva come il cassiere del Fronte nazionale (FN), movimento di estrema destra fondato da Junio Valerio Borghese; lo stesso Borghese, invece, smentiva parlandone come del bidello. Ma ad accreditare la figura di Calzolari come dirigente del FN erano stati quotidiani di destra come "Il Tempo" (2 gennaio 1970) e "Il Secolo d’Italia", che avevano ipotizzato fosse stato rapito da un gruppo di estrema sinistra per estorcergli informazioni. Ad aprile la procura romana chiese l’archiviazione per "morte accidentale", ma il giudice istruttore Aldo Vittozzi si oppose, formalizzando un’inchiesta per "l’eventuale reato di omicidio". Vittozzi verrà prontamente rimosso nel febbraio 1972.
Calzolari, un ex marò della X-Mas robusto e in perfetta salute, era caduto in una buca di ottanta centimetri piena d’acqua e vi era annegato insieme al suo cane: non sembrava azzardata l’ipotesi del libro che riteneva trattarsi di omicidio. D’altra parte il caso sarà riaperto, una prima volta nel 1976 e poi nel 1996, e verrà chiuso come "omicidio a opera di ignoti".
Stando alle testimonianze (fra cui quella della moglie, Maria Piera Romano, che però ritratterà), Calzolari avrebbe partecipato a riunioni di esponenti del FN con alti ufficiali, finanzieri, politici e persino prelati (si allude al cardinale Eugène Tisserant). Da questo avrebbe dedotto che il FN aveva responsabilità nella strage milanese e avrebbe deciso di parlare.

LA SPONDA INGLESE: THE GUARDIAN - Tratteggiando il clima del 1969, il libro si diffondeva sulle spinte autoritarie, richiamando un articolo pubblicato dal giornalista Leslie Finer su "The Guardian" il 7 dicembre, nel quale si parlava di un colpo di stato in Italia fomentato dal regime dei colonnelli greci. La strage di piazza Fontana, quindi, sarebbe stata una parte di un piano finalizzato a respingere le lotte sociali in atto e a buttare i socialisti fuori dal governo, ripristinando una coalizione centrista aperta al MSI. A ciò sarebbe dovuto seguire un colpo di stato di tipo greco. In questa luce, il crescendo di attentati serviva a creare un clima adatto allo scopo, attraverso quella che, per la prima volta, venne chiamata strategia della tensione (espressione ripresa da un articolo di Leslie Finer del 16 dicembre). Fautore del piano sarebbe stato il "partito americano" composto dai socialdemocratici, dalla destra DC, dai repubblicani, dai liberali, dai missini, dalla Confindustria e da tutti gli apparati repressivi e militari del paese: per questo la strage era definita non "fascista", ma "di stato".

SULLA PISTA ANARCO-FASCISTA - La pista anarchica sarebbe stata costruita, già prima dell’attentato, dalla polizia e da Avanguardia nazionale (che aveva infiltrato Mario Merlino nel Gruppo 22 ottobre) e Lotta di popolo (che aveva infiltrato il neofascista Nino Sottosanti – il sosia di Valpreda – fra gli anarchici milanesi). La strage era opera di AN e Pinelli era stato assassinato, più o meno volontariamente: durante l’interrogatorio il ferroviere avrebbe perso conoscenza per un colpo di karate e i poliziotti, dopo aver tentato invano di rianimarlo, avrebbero realizzato la messinscena del suicidio buttandolo dalla finestra. Forse perché proprio nell’interrogatorio aveva capito qualcosa di troppo. Molti tratti di questa analisi non erano nuovi: l’ombra dei colonnelli greci, le trame del partito americano, il ruolo dei socialdemocratici e della destra DC erano temi condivisi non solo da PCI e PSI, ma anche dalla sinistra DC. Quello che caratterizzava il libro erano i concetti di strategia della tensione e di strage di stato. Con il primo si indicava il carattere non casuale e frammentario degli episodi di violenza politica, ma la loro organicità a un disegno di manipolazione del consenso. Con il secondo si sosteneva che, anche se la strage era stata materialmente compiuta dai fascisti, i mandanti erano dentro lo stato. Non si era trattato di un attentato contro il sistema ma del sistema, perché non mirava a destabilizzarlo ma a consolidarlo.

GLI SPUNTI INTERESSANTI - Dal punto di vista strettamente investigativo, il libro conteneva diversi spunti interessanti. In primo luogo la prova che Merlino e Sottosanti erano dei provocatori. Della storia di AN si ricordava anche il caso Aliotti, un giovane ex comunista passato con il gruppo di Delle Chiaie che, accortosi dei rapporti fra AN e polizia, avrebbe minacciato di denunciarli, ma che pochi giorni dopo (25 febbraio 1967) venne trovato morto, con un colpo di pistola alla tempia, nella sua auto piena di armi ed esplosivi. Altre notizie riguardavano il ruolo dei fratelli Di Luia, il FN di Borghese, i dati sulla presenza degli agenti greci in Italia. Rilevante era anche l’individuazione del ruolo di Michele Sindona che, più tardi, emergerà come il principale finanziatore del colpo di stato di Atene.

ERRORI E SCORRETTEZZA VERSO SENIGA - D’altra parte, non mancavano limiti, errori o imprecisioni. Lo "scivolone" peggiore era l’accusa a Giulio Seniga di aver avvicinato militanti dell’estrema sinistra offrendo denaro di dubbia provenienza. Seniga era stato comandante partigiano e segretario personale di Pietro Secchia; nel 1954 (e non nel 1949, come scrive il libro) era uscito dal PCI dando vita ad Azione comunista, per passare poi al PSI (mentre il libro lo dipingeva vicino ai socialdemocratici). Ovviamente l’interessato smentì la circostanza con toni duri, pur non sporgendo querela per non associarsi "alla campagna della destra contro il libro". Nell’edizione del 1972 i responsabili della pubblicazione presero candidamente atto della smentita, senza fornire spiegazioni o scuse di sorta e tacendo questa lettera che, privatamente, lo stesso editore Savelli aveva inviato a Seniga l’8 ottobre 1970:

Caro Seniga, ho ricevuto la tua lettera del 6 ottobre e ho preso atto delle smentite pubblicate dall’Avanti!" del 31/7/70, "Panorama" del 16/7/70 e "Il Mondo" del 23/8/70. Prendo atto della tua dichiarazione che le notizie sul tuo conto riferite nella "strage di Stato", da noi edito, sono prive di fondamento e ti assicuro quindi che le prossime edizioni del libro in questione non conterranno la nota 4 a pagina 120.
Con le scuse e i miei migliori saluti,

Giulio Savelli.

Invece la nota ricompariva uguale nella ristampa del 1972 (a p. 140), attestando un comportamento davvero piuttosto disinvolto.
Molte date erano poi inesatte, qualche nome era mal trascritto, alcune circostanze riferite in modo confuso: un lavoro fatto in comprensibile gran fretta e non sottoposto a revisione.

L'IMPIANTO POLITICO NON REGGE - Rilievi più seri possono esser fatti all’impianto politico. Il cosiddetto partito americano era proposto come un blocco omogeneo con un’unica regia: uno dei dogmi della controinformazione. Il teorema della regia unica era il prodotto di un’impostazione ideologica che presupponeva un "dominio di classe" centralizzato e con rigide catene di comando. In realtà il partito americano era composto da diverse correnti in contrasto fra loro: soprattutto il SID e l’Ufficio affari riservati (UAARR) del Ministero dell’Interno erano divisi da una feroce lotta intestina, che rende impensabile una loro associazione in imprese così rischiose.
Ma tutto questo all’epoca era poco percepibile fuori degli ambienti interessati, per cui l’idea della regia unica risultava plausibile e logica.
L’analisi conteneva anche una netta sopravvalutazione del ruolo della destra fascista e del rischio di un regime autoritario, dando per scontato che i partiti di centro e le organizzazioni imprenditoriali fossero favorevoli a un progetto para-fascista, mentre la componente "riformista" (sinistra DC, PSI e PCI) sarebbe passata di compromesso in compromesso fino alla sconfitta finale:
È la borghesia che ha ripetutamente dimostrato, tra il ’62 ed il ’68, di essere totalmente incapace di una operazione riformistica. Una borghesia protesa alla ricerca di compromessi che non soddisfano i Destinatari ma che infastidiscono ed intimoriscono ugualmente, i settori più sordi ad ogni tentativo di rinnovamento.
La strage di Stato coglieva le difficoltà del riformismo per l’indisponibilità dei ceti imprenditoriali, ma da ciò faceva discendere una serie di automatismi, in virtù dei quali non ci sarebbe stata altra alternativa che sbocco rivoluzionario o fascismo. Ma l’esito non sarà né l’uno né l’altro.

LA SOPRAVVALUTAZIONE DELLA DESTRA
- L’analisi del libro assumeva la liquidazione della democrazia come la tendenza strategica degli Usa e sottovalutava le numerose controtendenze in atto, come lo sviluppo dell’integrazione europea o l’ostilità di gran parte dei governi nordeuropei (Norvegia, Danimarca, Svezia, Olanda e Belgio) verso il regime dei colonnelli. Sottovalutando tutto ciò, si immaginava una piena integrazione del MSI nel partito americano, paventandone, addirittura, la possibile egemonia: infatti in caso di golpe i fascisti avrebbero giocato un ruolo di primo piano, sia per l’affinità ideologica con i militari sia per la capacità di mobilitare la piazza.
È plausibile che la destra possa aver coltivato sogni del genere, ma la velocità con cui il sistema di potere se ne sbarazzerà tra il 1973 e il 1974 dà la misura di quanto fossero poco fondati.
Infine, La strage di Stato immaginava un PCI abbagliato dal suo irrealistico sogno riformista sino a essere totalmente subalterno alla DC e inefficace nei confronti della minaccia fascista:
Intanto i fascisti guadagnano spazio. A Reggio Calabria riescono per la prima volta a strumentalizzare un movimento di massa di ampie dimensioni. È questo test che prova la loro possibilità di inserirsi tra lo scontento provocato dalla politica per il Mezzogiorno e l’inettitudine della sinistra tradizionale. [… ] All’Aquila, la federazione del PCI è assaltata e distrutta mentre [… ] il principale esponente del partito se n’è andato a pesca. [… ] La "vigilanza rivoluzionaria" che faceva riempire fin le più piccole sezioni di militanti decisi a difenderle [… ] è andata a farsi benedire anche quando si tratta di federazioni provinciali, di uffici regionali. L’Autodifesa è scomparsa dalla cultura del PCI.
In questo quadro non aveva senso neppure distinguere tra i gruppi fascisti, che si immaginavano subordinati a un’unica catena di comando. Più tardi emerse che le cose stavano diversamente: Avanguardia nazionale portava all’UAARR, mentre Ordine nuovo al SID, riflettendone lo scontro. Presupporre che si trattasse di articolazioni di un’unica centrale rese più agevole l’operazione del SID che, per attaccare i rivali dell’UAARR, iniziò a mettere in giro voci (sia vere sia false) su Delle Chiaie. L’estrema sinistra romana si dimostrò molto ricettiva verso quelle dicerie: AN era l’anima dello squadrismo di città, dunque era particolarmente odiata.

L'ASSE DELLE CHIAIE-BORGHESE - In questo clima maturava l’idea centrale del libro: colpevole della strage era l’asse Delle Chiaie-Borghese. La "pista Delle Chiaie" diverrà – dal 1981 al 1986 – oggetto della quarta istruttoria su piazza Fontana, per approdare a un’assoluzione con formula piena nel 1989, poi confermata in appello. Neanche nella quinta istruttoria (Salvini-Pedrella) e nei lavori della Commissione stragi emergerà alcun elemento a suffragare questa pista.
Viceversa, il libro dedicava un’attenzione marginale alla pista di ON che, invece, sarà quella che avrà più sviluppi: Pino Rauti è citato solo poche volte, senza neppure un profilo biografico, che invece era dedicato a personaggi molto meno rilevanti. Unico nome citato della "cellula nera padovana" era quello di Giovanni Ventura, mentre non si faceva cenno a Franco Freda. Macroscopica, poi, è l’assenza di ogni riferimento al convegno del 1965 sulla "guerra rivoluzionaria" all’hotel Parco dei Principi, di cui nel 1968 l’editore Volpe aveva pubblicato gli atti. L’indicazione di AN indusse alcuni, come Ibio Paolucci de "l’Unità", a sospettare che l’inchiesta fosse stata eterodiretta dai servizi – all’insaputa dei suoi autori – facendo filtrare alcune notizie e, dunque, che si fosse trattato dell’ennesimo depistaggio. Giudizio eccessivo: è probabile che gli autori del libro siano stati, per certi versi, vittime di una "intossicazione ambientale" prodotta dal SID e facilitata dall’odio per Delle Chiaie, ma nel libro l’asse Delle Chiaie-Borghese era dato come ipotesi, non come certezza, e comunque le notizie sul FN erano esatte, come anche altre notizie su AN: si parla, ad esempio, di un finanziamento mensile di 300 mila lire del cementiere Carlo Pesenti; la cifra, precisa al centesimo, verrà confermata dagli stessi dirigenti di AN quattro anni più tardi.

UNA SINTESI VINCENTE AL DI LA' DEGLI ERRORI - Ma l’importanza dell’inchiesta stava soprattutto nella sua capacità di costruire un quadro esplicativo che – per quanto impreciso, schematico, forzato – fornì una chiave di lettura d’insieme e pose le premesse per la risposta di massa delle sinistre: la formula "strategia della tensione più strage di stato" con il tempo si è confermata sostanzialmente esatta, al di là dell’insuccesso della pista Delle Chiaie.
E fu questo a decretare l’enorme successo del libro: tre ristampe in due mesi, 100 mila copie vendute in due anni, poi continue ristampe fino al 1978, per un totale di 300 mila copie vendute. Forse 500 mila, se si tengono presenti i dati non verificabili della diffusione militante. Tutta l’estrema sinistra sentì la pubblicazione come propria (la prefazione era firmata "Un gruppo di militanti della sinistra extraparlamentare") e la promosse organizzando assemblee con Ligini e Di Giovanni e diffondendolo.
Il libro compariva in un momento in cui c’era una forte domanda di qualcosa del genere: i militanti di sinistra volevano rispondere all’offensiva avversaria, ma non avevano strumenti adeguati e il frammentario flusso di notizie dei quotidiani di sinistra non risolveva il problema. La strage di Stato, in centocinquanta pagine, dava un riassunto di quel che già si sapeva, lo integrava con altri elementi e forniva una lettura politica d’insieme: il testo di agitazione che i militanti cercavano.
Se la grande stampa vi dedicò poche recensioni, il volume arrivò sui giornali attraverso la cronaca giudiziaria, quando iniziò a essere utilizzato da qualche procura. Il libro venne anche tradotto integralmente in francese e svedese, mentre in inglese comparve una sua sintesi. Brani comparvero su riviste olandesi, tedesche, giapponesi e della resistenza greca.

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