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11 giugno 2011: va oltre Marco Di Vittorio, un fascista proletario di buona famiglia

Nove anni fa, l'11 giugno del 2011, moriva a Roma Marco Di Vittorio, un quadro dei "fascisti proletari" di Prati e poi del Nar composto dai militanti del Fuan di via Siena rimasti legati al progetto comunitario di Dario Predetti. Ha combattuto a lungo e con determinazione un tumore feroce, provandole tutte, anche farmaci sperimentali dell'altro mondo. Bastano tre righe, della "Trilogia della celtica" di Nicola Rao, per provare a restituire con uno squarcio di luce la sua generosa personalità: "Faccio alcune rapine, per aiutare economicamente camerati latitanti. Di tutti i soldi che mi sono passati per le mani - e sono stati tanti - non mi sono mai preso 50 lire, forse perché venivo da una famiglia abbiente".
Di Vittorio è stato uno dei protagonisti della guerriglia nera. Accusato di alcuni gravi episodi (l'incursione alla sezione Esquilino del Pci, l'omicidio Zini) è stato nel primo caso condannato nel secondo assolto. Della sua vicenda ha offerto una ricca testimonianza a Rao

L'ESPULSIONE DA PRATI

Dopo un po' che frequentavamo la sezione di via Ottaviano alcuni dirigenti del Msi compilarono una sorta di lista di proscrizione. Un elenco di persone in odore di eversione, che venne spedita, per conoscenza, a Milano; e il pm Spataro firmò una serie di comunicazioni giudiziarie per ricostituzione del partito fascista contro il nostro gruppo. Così venimmo espulsi dal partito, pur non essendo iscritti. Insomma, non avremmo dovuto più entrare in sezione, ma poi facevamo comunque come ci pareva. Ma ormai l'aria a Prati era diventata irrespirabile, era diventato un commissariato: come uscivi dalla sede, avevi la polizia lì davanti, che presidiava e ti controllava in continuazione. In quel periodo al Fuan avevano messo in piedi questa struttura e da lì uno si muoveva, partiva e agiva. Lì era più tranquillo e si era più liberi di muoversi. Così decidemmo di trasferirci in via Siena.

I RAPPORTI COL MSI 

Il crinale era tra chi blaterava e chi agiva. Un sacco di gente mi ha detto: "Il Msi vi ha mandato allo sbaraglio". Ma non c'è cosa più falsa di questa, perché allo sbaraglio a me non mi ci ha mai mandato nessuno, anche se sono sempre stato convinto che dentro il partito parecchi abbiano fatto i pesci in barile. La verità è che a molti facevamo comodo. La dirigenza era composta, per un buon 80 percento, da una massa di vigliacconi, che alla fine scendeva in piazza per chiedere la "doppia" pena di morte per noi di destra. A differenza dei compagni, che aiutavano i propri detenuti con soccorso rosso, fornendo gli avvocati gratis.
Secondo me, per esempio, le folli accuse contro Valerio e Francesca per la strage di Bologna avrebbero potuto costituire l'occasione di riscattarsi, per i dirigenti della destra italiana. Avrebbero potuto dire: "Certo, hanno fatto cose brutte, ma non fanno le stragi". Ma porca vacca, lo sanno pure i sassi che 'sti ragazzi non c'entrano niente con quella strage ... E invece li abbandoni in balia degli eventi? Ma muoviti, no? Vedi che sono accuse campate in aria: ma prendi una posizione, cavolo. 
Anche perché, quando ci sono stati problemi, e di mezzo c'erano pure le suddette persone, la faccia, la testa e le gambe ce le abbiamo messe noi,  e alcuni sono persino morti per difendere lor signori... Gente che è stata e che è al governo che ci telefonava da Sommacampagna: abbiamo i compagni qua fuori, aiutateci, venite. Allora andavi e partivi. 
Sprangate in faccia, schizzi di sangue, denti che saltavano. Allora sì che andavamo bene. Poi dopo "chi ti conosce, "ammazzateli tutti", raccolta di firme per la "doppia" pena di morte contro di noi. Questa è la caratura di certi personaggi. Anche se c'erano delle eccezioni, come Alemanno, per esempio. Lui era un bravo ragazzo, che si è sempre tenuto fuori dalle azioni armate, ma se c'era da scontrarsi con i compagni non si tirava indietro. Altri invece facevano "al lupo al lupo" ...

IL DELITTO ZINI


Una mattina ti svegli e ti ritrovi delle accuse tra capo e collo, perché parte un pentito, poi un secondo, poi un terzo e alla fine te ne puoi ritrovare quindici contro. Anche perché  una legislazione che prevede che più accuse fai e prima esci, incentiva le chiacchiere di corridoio.
Per cui, se gira voce che per Ivo Zini siamo stati noi, il pentito, per rafforzare le sue accuse, non dice "Gira voce che" ma dice, come fece Cristiano, "Me l'ha raccontato proprio Di Vittorio che è stato lui. E poi me l'hanno confermato tizio - che nel frattempo è morto - caio - che pure è morto - e sempronio" che nel frattempo si è a sua volta si è pentito e magari conferma dicendo "Sì, è vero". Quando Cristiano mi accusò dell'omicidio di Ivo Zini, dissi che glielo avevo raccontato la sera stessa a piazza Risorgimento, salvo scordarsi che quella sera c'erano i compagni, guidati da Vittadel, che stavano sfondando la sezione di via Ottaviano. Avevano dato fuoco a tutto. Per cui nel confronto con lui in aula gli chiedo: "Ricordi nulla di particolare di quella sera?". Mi risponde: "Assolutamente no, davanti alla sezione era tutto calmo e tranquillo": Allora dico: "Va bene, grazie, arrivederci". Mi pare tutto talmente evidente

GLI SCONTRI DI CENTOCELLE

Inizialmente c'era, lancia in resta, tutto il gruppo dirigente del partito a Roma. Poi, come d'incanto, si sono dileguati. Noi siamo arrivati dopo, ma si capiva che sarebbe successo un gran casino. Avevamo centinaia di litri di benzina, eravamo armati fino ai denti. E' chiaro che, quando parti così, non puoi sapere come andrà a finire. Comunque sia, la cosa iniziò come una manifestazione come tante, e poi degenerò. Ricordo che, a un certo punto, da un palazzo - sarà stato un palazzo di partigiani - che ne so cominciano a lanciarci addosso tubi, piatti, bottiglie e tazze di cesso, con la gente che urlava: "Fascisti assassini".

Dell'assalto al Pci Esquilino ne riparliamo tra qualche giorno, in occasione dell'anniversario.


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