Patologia dell'estremismo nero. Reale: certi fascisti erano così - <b>FascinAzione</b>

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mercoledì 27 maggio 2020

Patologia dell'estremismo nero. Reale: certi fascisti erano così

Giacinto Reale è uno che oltre a scrivere i libri, legge molto. Ieri si è letto (e riletto) un post di "Fascinazione" "oggettivamente" provocatorio sulla "psicopatologia dell'estremismo di destra" e stamattina ci ha offerto il suo contributo. Giocando in casa: ha scelto infatti di applicare quello schema di analisi agli squadristi "veri".  




Ugo Maria Tassinari ha pubblicato ieri estratti di un Rapporto del Sisde (ottobre ’82) dedicato all’estremismo “nero”, del quale ho scritto “a caldo” che non mi pareva la solita banalità questurinesca, incontrando il dissenso di qualcuno.
Credo che, ad una lettura migliore, il giudizio si possa confermare: il documento, scritto certamente a più mani (psicologo, criminologo, investigatore, almeno) fa delle osservazioni interessanti....naturalmente considerando la fonte e lo “scopo”.

Provo un parallelo, su alcuni punti, con ciò che conosco decentemente, e che un po’ (ripeto “un po’”, ma di meglio non c’è) gli assomiglia (con tutte le fin troppo ovvie differenze), e cioè la realtà squadrista, quando cioè l’estremismo (che attiene ai fatti, secondo la nota definizione di Sergio Segio) prevalse sulla radicalità (meglio, fascisticamente “l’intransigenza”, che, sempre secondo Segio attiene alle idee).
Prescindo dal confronto –che mi pare cmq un po’ forzato- con l’universo tolkeniano, perché confesso di non essere mai riuscito ad andare oltre pagina 100 di quei racconti popolati di ometti dai piedi grossi e callosi e “pastorellerie”....e non capisco cosa abbiano a che fare con un qualunque estremista (e, peggio ancora, con un “intransigente”, quale mi piace immaginarmi).

LA FASCINAZIONE DELLE ARMI: chiunque abbia familiarità con la memorialista squadrista, sa che questo è un motivo classico e ricorrente:
-“nessuno che non sia stato giovanotto, può capire il fascino grande che avevano allora le armi sugli adolescenti...chi non aveva invidiato agli ufficiali che giungevano dal fronte le grosse rivoltelle brunite...e i pugnali” (Carlo Otto Guglielmino, Il giovane squadrista genovese);
-“mi accorgo che sto, anzi stiamo cambiando carattere. Siamo diventati duri, sgarbati, sempre irritati, con un linguaggio molto pittoresco ma molto popolare. Mia madre trova che stiamo indurendo il nostro animo, che si parla di pistole, che si ricorda passati conflitti e che si auspica a nuovi, con una insistenza come se questo fosse l’unico scopo della nostra vita”. (Mario Piazzesi, giovane squadrista fiorentino)

LA COMPOSIZIONE SOCIALE: il Rapporto –sulla base, ritengo, di dati statistici- parla di reclutamento tra “la borghesia medioalta, classe sociale caratterizzata da notevole crisi e progressiva perdita di identità, e il sottoproletariato, che non può vivere, per definizione, alcuna identità di classe”.
Anche qui, il paragone è possibile. Senza fare riferimento alle analisi einaudiane sulla borghesia compressa (in "perdita di identità", appunto) nel primo dopoguerra, tra l’avanzare del proletariato sindacalizzato e l’egoismo padronale, o ai “ceti emergenti” defeliciani, un interclassismo che “salta” la medio-piccola borghesia (amante del quieto vivere per tradizione) balza all’occhio, per esempio nel libro di Piazzesi, nel disprezzo per i “paini” nazionalisti, uomini d’ordine, e nella singolare umanità che vi è nelle squadre, dove convivono il “Contino” Annibale Foscari (poi ucciso a trincettate da un ciabattino comunista) e la vecchia pellaccia “Ardita”, anche con qualche precedente penale. Oppure:
“Abissi dovevano esistere, per esempio, tra il “Pascià” (forse guardiano di bordello e coinvolto poi in un probabile omicidio “su commissione” ndr) e Francesco...abissi pure tra il professore di matematica e quel tanghero del tabaccaio di sotto i portici, di Beppe il lavandaio cialtrone, che intontiva col suo vociare sguaiato”.

LA MARGINALITA’: di “frequente uso di droga (cocaina, eccitanti)” negli ambienti dell’estremismo neofascista parla il Rapporto, e sul quel “frequente” ho i miei dubbi. Ma che –sempre, ripeto, con le ovvie differenze determinate dai 50 anni intercorsi- una certa tendenza a ritenersi ”soluti” dalle regole del piccolo borghese, anche in questo campo, allignasse nell’ambiente –intriso anche di suggestioni dannunziane- non è cosa nuova. E “Cocaina” era significativamente soprannominato uno dei più noti squadristi torinesi (insieme a “Merica”, che probabilmente faceva riferimento ad una nota casa di tolleranza nei pressi di Porta Palazzo).
Così come è documentata la presenza di alcune vittime di “impulsi incontrollati di violenza” (Rapporto dixit), che saranno poi progressivamente espulsi con la normalizzazione, e dei quali resta campione Alessandro Carosi farmacista di Vecchiano con un curriculum squadrista “di prima fascia” alle spalle, che, esaurita l'avventura squadrista, farà a pezzi la moglie e cercherà di occultarne il cadavere.
C’erano poi, nel ricordo –datato 1924- di Camillo Pellizzi i “fior di canaglie....Sì, dico canaglie; di quelle a cui la storia avvenire costruisce dei monumenti; banditi, come quelli che posero le pietre di Roma; pirati, come quelli che iniziarono la repubblica veneta....Sublimi canaglie che i redimevano in un principio di passione etica, in una fiamma di spirito collettivo, in una disciplina anche interiore di obbedienza e sacrificio”.

Con loro, però –ed erano la maggioranza- i “giovinetti imberbi dai lineamenti gentili”, come dirà Mussolini dei fanciulli-squadristi uccisi dalle Guardie Regie a Modena, a settembre del 1921
Così anche nell’estremismo che fece (al quale fu imposta ?) la scelta della lotta armata negli anni settanta. Nessuna patologia “a priori”: fu il sistema (del quale fanno parte i compilatori del Rapporto) che impedì alla maggioranza di quegli “estremisti” una vita diversa.
Quindi, piuttosto che scandalizzarsi “a priori”, cercherei di dividere il grano dal loglio, ed essere intransigenti nella difesa di chi la stessa battaglia ha combattuto, perché, come scrisse qualcuno (e non vi dico chi, è facile 🙂 ) anche i legionari di Garibaldi “non erano farina da fare ostie”.

PS: inutile dire che questo discorso non vale (o vale poco) per l'estremismo di sinistra. Lì i "fondamentali" sono diversi

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