Ricordando Nicola Pugliese 8 anni dopo. Un uomo d'amore e di libertà - <b>FascinAzione</b>

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sabato 25 aprile 2020

Ricordando Nicola Pugliese 8 anni dopo. Un uomo d'amore e di libertà








“La città fu costretta allora ad abbassare gli occhi, e gli occhi si guardarono le mani ferme in grembo, ferme e malate come per malattia e malattia non era”.
Senza tattica da parulano (quello che nella Tammurriata Nera mischiava le carte), andiamo al punto. Sgombriamo il campo da un equivoco e facciamolo subito, non c’è tempo da perdere.
La clausura è diventata intollerabile, l’attesa anche, pure senza pioggia battente, ed è importante esser chiari.
Non è vero che Nicola Pugliese ha pagato con l’impopolarità un suo essere di destra, al netto dei suoi baffi da uomo d’ordine (ma anche staliniani) e di un papà che aveva combattuto in Spagna dalla parte sbagliata (coi franchisti) nonché della sua collaborazione con il laurino quotidiano cittadino. O, almeno, non fu quella l’unica e sola ragione di quanto avvenne dopo l’uscita del capolavoro Malacqua.
Quando si era già ritirato ad Avella, provincia di Avellino, in un'intervista a Marco Ciriello disse: «Di tutti gli scrittori, solo Compagnone mi disse quanto gli era piaciuto Malacqua. Non so quanto abbia pesato il fatto che lavorassi per un giornale di destra e di Achille Lauro, credo che l'invidia abbia fatto di più dell'ideologia».
La prima pubblicazione del libro avveniva per Einaudi nel 1977, piacque a Italo Calvino, che non aveva certo le idee del barone Julius Evola, e costui lo volle fortemente per quel catalogo di letteratura sperimentale; poi c’è stato il lungo oblio e, in mezzo, la circolazione carbonara di copie ciclostilate di quel libro tra i più importanti della letteratura italiana del dopoguerra, infine l’edizione del 2013, postuma, ad opera dell’editore napoletano Tullio Pironti.
Ma forse si può partire anche da una canzone per raccontare di Pugliese, che la scarna biografia ci dice solo essere stato giornalista al Roma e scrittore di quell’unico libro (non è proprio così ma è quello per cui sarà ricordato).
La canzone è “Chiove”, di Libero Bovio, e la ricorderete tutti. Sembra fosse ispirata alla grande Elvira Donnarumma e al suo desiderio, poco prima di morire, di cantare le nuove canzoni della festa di Piedigrotta.
Tu staje malata e cante,
tu staje murenno e cante.
Só' nove juorne, nove,
ca chiove, chiove, chiove.
E se fa fredda ll'aria,
e se fa cupo 'o cielo,
e tu, dint'a stu ggelo,
tu sola, cante e muore.
Chi si'? Tu si' 'a canaria…

Il rapporto di Pugliese con le canzoni napoletane deve essere stato assai forte dal momento che il papà di Nicola era stato un autore di canzoni importanti, come ad esempio “Il mare”, cantata da Sergio Bruni e grande successo a Sanremo nel 1960.
Non è un caso che quella di Malacqua è una scrittura asciutta, tutt’altro che barocca, ma musicale.
Non è forse un caso nemmeno che il tema più frequentato dagli chansonnier napoletani, ciò che ne rivela una curiosa ma non inspiegabile assonanza col Mahler dei lieder - l’uomo come viandante che volge il suo sguardo al cielo di fronte alle sue miserie - sia in qualche modo centrale anche in Pugliese.
Il suono domina e la stessa pioggia del libro è musica, colonna sonora, sfondo di ciò che accade, ma anche protagonista, come pioggia soprattutto interiore.
Ogni singola parola di quel testo è pesata, ha un suo valore preciso e sembra proprio che lo scrittore abbia scritto pensando al ritmo innanzitutto.
La pioggia di Malacqua dura quattro giorni, come avverte lo stesso sottotitolo, il diluvio di “Cento anni di solitudine” dura 4 anni e 11 mesi e due giorni, e del resto anche il paragone con Marquez, spesso tirato in ballo per Nicola, è sbagliato, e non solo perché il diluvio del primo è più concentrato e intenso.
Pugliese sfiora il realismo magico ma la sua scrittura è, come detto, secca, da verbale di polizia, come dice Marco Ciriello, e ritmata, con alcune infiorettature quasi ottocentesche, influenze più russe (Dostoevskij e Tolstoi) che sudamericane (eccezion fatta per Borges, ma più che altro per l’idea che i vari livelli, a cominciare dalle persone e dai luoghi, sono connessi, e per una certa concezione della terra come sottosuolo del cielo, col conseguente stravolgimento degli sguardi, del resto una frase che Nicola amava sentire dalla bocca dei napoletani era “stamm sotto ‘o cielo”).
Ma torniamo all’acqua che scende sulla città, incessante tormento, ma anche fattore di purificazione, come la lava del Vesuvio, anche se poi alla fine nel romanzo non c’è alcuna purificazione, nessuna salvezza.
Il racconto si interrompe di continuo, con immagini quasi fotografiche e, potremmo dire, presepiali: ci piace pensare che Pugliese facesse il presepe, non l’albero, come prova la sua visione corale dell’umanità travolta da quel nubifragio non temporalmente collocato (ma ispirato a quello di fine estate del 1969 che – ricorda Giuseppe D’Avanzo – “aprì una crepa nella collina del Vomero e il giorno dopo, in via Aniello Falcone, la crepa divenne una bocca dell' Inferno larga duecento metri e profonda quindici e si mangiò il dottor Cerrato”).
Nicola, a dispetto dell’immagine che ci è tramandata e forse dalla identificazione con uno dei protagonisti del libro, il giornalista Andreoli Carlo (come nei verbali di polizia, il cognome è prima del nome), era una persona ironica, tanto che una volta raccontò a Ciriello che, a chi gli chiedeva che lavoro facesse, rispondeva di avere una fabbrica di campanelli per biciclette a Cogne.
Fosse stato un metallo, Pugliese sarebbe stato argento. Non era oro, non era barocco.
I grigi sono infiniti, c’è l’eleganza del grigio, ma anche il grigio della nebbia e quello dell’ombra, e c’è un grigio crepuscolare.
Pugliese li raccoglieva, questi infiniti grigi, come un Dio. Del resto il suo sguardo sulla città era dall’alto, se vogliamo aristocratico, distaccato, ma non privo di pietas.
In Malacqua non mancano momenti toccanti nella descrizione delle vite delle persone poco prima che l’evento tragico le spazzerà via.
Da questo punto di vista, il libro è più religioso che politico: volendo, se pensiamo allo sguardo ironico contenuto in una lunga descrizione di un consiglio comunale dove si parla tantissimo e non si arriva a niente (una “clasa discutidora”, avrebbe detto Juan Donoso Cortes, ma non conosceva i politici della città), si potrebbe pensare di farne un trittico con “Le mani sulla città” di Rosi e “Na tazzulella ‘e cafè” di Pino Daniele, ma la denuncia qui è dribblata e si punta tutto, invece, sull’effetto incanto/disincanto.
Pino Daniele sta dentro la città, Rosi ne è distaccato ma severo, Pugliese è sovraelevato pur se compassionevole.
Il romanzo in fondo ci dice tanto sui napoletani di ieri e di oggi, la loro attesa è quella di un popolo mai rivoluzionario, al più ribelle, che risponde spesso con l’immobilità alle cose, e alla stessa modernità, spesso assorbendo, a volte facendosene travolgere, e secondo l’autore in questo atteggiarsi c’è ancora tutto il risentimento per la perdita dello status di capitale.
L’attesa della città diventa perciò attesa di un miracolo, una magia, mentre l’eccesso di vita combatte con la volontà di morte che si nasconde dietro la vita come recitazione, per non vivere troppo, per non soffrire.
Ma non è retto credere che Pugliese incolpi gli uomini, da divinità egli sa che le cause di ciò accade sotto il cielo sono molteplici e non tutte riconducibili agli umani.
C’è una letteratura del presagio che accomuna Malacqua a Il deserto dei tartari di Buzzati e ad altri capolavori del ‘900, in tanti hanno parlato anche di Kafka e Joyce. Ma l’attesa qui conosce anche visionari momenti di magia, e di speranza, come quella che viene dal mare: un divieto sindacale di balneazione nelle acque di Mergellina per i ragazzini di Monte di Dio viene infranto, ma non dai fanciulli quanto dal mare stesso che si gonfia e inverte l’ordine della linea della massima pendenza, sale ed entra nelle case dei ragazzini, smentendo la Ortese di Il mare non bagna Napoli.
Il mare disobbedisce alla legge e decide chi deve essere il suo bagnante, come i libri cercano i loro lettori.
Lo stesso Malacqua è un libro che non è giusto finisca nelle mani di tutti, mi dice lo scrittore Francesco Palmieri. Per i più, ci sono i libri che consigliano i giornali. E Pugliese non era uno scrittore marionetta né si vestiva da Batman.
Arrivo ad Avella, con Francesco, una sera di marzo del 2015, manco a farlo apposta sfidando una pioggia scrosciante per tutto il percorso di andata.
Pioggia che cessa appena parcheggiamo l’auto nei pressi del Bar Pasquino, il ritrovo di Pugliese che vi si recava ogni mattina dopo le undici per giocare a scacchi e chiacchierare coi paesani; ora nel bar campeggia un suo bel ritratto opera del pittore Fabio Mingarelli.
“Nicola parlava con tutti e diceva di amare il paese per le sue piazze, ci racconta Carmine Guerriero, titolare del Pasquino. Lui era un vitellone che salutava la gente con un Viva il re, ma tranquilli, non era monarchico, era solo perché “tutto il sud in fondo è fermo al 1821”.
“Definirlo non è semplice, Nicola aveva una scrittura molto complessa e particolare. Era una persona speciale per le idee che aveva, e aveva un modo assai indolente di guardare alle cose”, ci racconta un suo amico, militante socialista di Avella.
“L’idea di venire qui è stata di papà, prese la carta geografica e scelse apparentemente a caso Avella, ma alla fine credo che ci sia stato un motivo preciso per cui ci sia venuto. Napoli gli pesava un po’, la città non lo rappresentava più”, aggiunge la figlia, Alessandra.
“Siccome era un fumatore incallito, gli feci notare che il fumo rende impotenti, mi rispose che poteva assicurarmi che non era affatto vero”, sorride un altro avellano, Pellegrino Palmieri.
Sono testimonianze che con Francesco Palmieri e Nicola Argenziano raccogliamo nel paese, e il nostro occhio si sofferma su questa gente ma nel contempo sul luogo scelto dallo scrittore per il suo “esilio” volontario: capacità di maniere, eleganza culturale, conservazione della memoria di un letterato ma anche di una persona dal notevole spessore umano che veniva da Napoli e chissà perché proprio lì aveva deciso di andare a morire. Avella ci appare come un luogo magico, una bolla allucinatoria, forse nemmeno esiste, come quel libro non libro, quella storia non storia.
Molto si è detto sul rapporto conflittuale con Calvino – che aveva proposto a Pugliese delle correzioni al suo testo iniziale che il nostro rifiutò – ma c’è qualcosa che può spiegarci l’apprezzamento dell’autore di Palomar e Le città invisibili.
Forse c’è una comune concezione dell’uomo e della sua realtà, e del resto fu Calvino a scrivere un commento ai Promessi Sposi dove riflettendo sulla peste manzoniana emerge l’idea (giansenista?) che l’umanità sia sopraffatta dalle potenze del cosmo (di nuovo, lo “stamm sotto ‘o cielo”).
Ma qui si ferma la consonanza. Perché l’autore di Malacqua era, se non un Bartebly, un uomo di libertà, ma anche di amore, avrebbe detto Luciano De Crescenzo, uno che non può che risultare fratello di chi se ne va, mentre chi resta detiene il potere, e nella scacchiera di Avella al Bar Pasquino forse Pugliese aveva trovato molta più libertà che tra le invidie del mondo letterario e l’irriconoscenza della grande città cui aveva dedicato il suo capolavoro.
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Debbo tutto di questo piccolo omaggio alle riflessioni, racconti, battute di Marco Ciriello, Francesco Palmieri, Nicola Argenziano, Amleto De Silva; molte di esse sono avvenute ad Avella quel giorno di marzo del 2015 e poi qualche giorno dopo durante una puntata della trasmissione radiofonica Rumore Bianco dai microfoni di Radio Shamal.
Mario Colella

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