25 aprile 1959 nasce a Chieti Francesca Mambro - <b>FascinAzione</b>

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sabato 25 aprile 2020

25 aprile 1959 nasce a Chieti Francesca Mambro


Figlia di un poliziotto, nata a Chieti il 25 aprile (del 1959), cresciuta in una casa popolare del Tuscolano, avamposto nero nella sterminata periferia sud–orien­tale di Roma, Francesca Mambro diventa fascista in prima magistrale, per spirito di contraddi­zione (un motivo più valido di quello di Daniela Di Sotto in Fini, che veste di nero per nascondere l’obesità, è classificata come fascista dalla rozza compagneria della scuola e si adegua). Alla spalle un’istintiva propensione ai giochi e ai ruoli da maschiaccio. E infatti Francesca sarà l’unica donna con respon­sabilità operative nella guerriglia nera. Frequenta il Fronte della gioventù di Sommacampagna e poi via Noto, un covo sistematico bersaglio delle incursioni degli autonomi (molotov al catrame ustionano nove camerati, due dei quali ridotti in fin di vita, mentre in un attacco al contiguo Msi di via Quinto Pedio, il 17 gennaio 1975, rischierà di restare carbonizzata la futura mo­glie del leader di Al­leanza nazionale: i capelli lunghi un metro sono facile esca per il fuoco deva­stante degli ordigni chimici). Francesca ha una naturale vocazione per il fascismo sociale e così a 16 anni è attivista di Lotta popolare. Comincia a frequentare la sezione Prene­stino, il cui segretario, Luigi D’Addio, guida la frazione pe­ronista missina. L’uccisione di Zicchieri da­vanti alla sede da un commando delle Formazioni co­muniste armate (la banda di Morucci che poi confluirà nella nascente colonna romana delle Br) la sconvolge. La decisa richiesta di una rappre­saglia armata porta al­l’espulsione di Signorelli, di Romolo Sabatini, segretario di piazza Bologna e di D’Addio.
Dopo l’omicidio Pedenovi – a 17 anni – è arrestata per un blocco stradale ma dopo una settimana è prosciolta. Negli scontri è sempre la più decisa: la arrestano anche dopo la morte di Recchioni. Le era caduto tra le braccia mentre infu­riava la guerriglia in via Acca Larentia, dopo l’ucci­sione di due camerati (nell’occasione fu ferito da un lacrimo­geno alla gamba Gianfranco Fini, segretario nazio­nale del Fronte). Rec­chioni era stato colpito alla testa da un proiettile sparato dal capitano dei carabi­nieri Sivori ed era morto dopo due giorni di agonia: “Io posso ricordare – racconterà in televi­sione –il co­lore degli occhi della prima persona che mi è morta vi­cino, per esempio: az­zurri, molto belli, che però si sarebbero chiusi. Era Stefano Rec­chioni”. Il giorno dei funerali è lì, puntuale, per gli scontri: è tra i 37 fermati per blocco stradale. Tutti assolti (tranne uno). Lei era già una leader nell’area più radicale del Fuan ma il massacro segnerà la sua vita, con la scelta defi­ni­tiva delle armi.
A cavallo tra San Silvestro e l’Epifania, im­mediatamente prima della strage, avevano assaltato a colpi di molotov le redazioni dell’E­spresso e del Corriere della Sera. La seconda azione, la sera del 4 gennaio 1978, era stata rivendicata con una telefo­nata da Fran­cesca: sua era la sigla NAR, adottata per l’occa­sione. Perde consistenza il mito di­fensivo di una scelta ar­mata maturata come esigenza di sopravvivenza alla pressione esorbi­tante dei compagni. A questa traiettoria ha piuttosto concorso l’atteggia­mento uffi­ciale del Msi, troppo remissivo per i militanti di frontiera che si sono sentiti lasciati allo sbaraglio.
Francesca fino al passaggio in clandestinità resterà con un piede nel Msi (il Fuan, a differenza del Fronte che dipende dal segretario del partito, è formalmente autonomo). L’8 marzo entra in azione un commando di Donne rivoluzionarie, composto da militanti del Fuan. Quando Francesca si accorge che i maschietti, senza dirlo per non offenderle, erano venuti a fare la “copertura”, si incazza di brutto. La sua versione processuale è diversa: ammette di aver compiuto con il fidanzato Pedretti l’attentato al cinema a luci rosse Ambra–Iovinelli e nega di aver partecipato a quello contro il circolo femminista e alla rivendica­zione perché non le interessava. I giudici si convincono che ha voluto coprire Marinella Rita e Fulvia Angelini, ragazze degli attendenti di Pedretti, Mas­simo Morsello e Paolo Pizzonia. È sempre presente alle scadenze di movimento. Si perde solo gli scontri per il primo anniversario di Acca Larentia: per partecipare ai funerali del padre. Il percorso politico è lineare: si avvici­na al Fuan per non fare più anticomunismo visce­rale, alla missina, anzi ap­prez­za i compagni perché hanno preso le armi contro lo Stato. Si dissocia dall’assalto al Pci Esquilino, compiuto a raffiche di mitra e lancio di granate da Pedretti e Aronica. La rappresaglia per la morte di Francesco Cecchin – un militante del FdG del qu­ar­tiere Trieste ca­duto da un terrapieno mentre tentava di sfuggire al pestag­gio di una “squadraccia” del PCI – è per Francesca un passo indietro: andavano col­piti o la polizia o gli autori ma­teriali. “Un modo nuovo di fare politica” – così definirà l’assalto all’Omnia sport – lo aveva già trovato. È proprio lei ad entrare per prima nell’armeria, chiedendo una canna da pesca, poi si allontana con Livio Lai a bordo di un pulmino 600. 
Il rap­porto militante con Valerio precede il grande amore: quando lui esce dal carcere, nell’autunno del ‘79, lo aiuta e ne difende l’immagine dagli attacchi dei camerati che ne criticavano l’ossessione militarista. Per i camerati di via Siena l’eserci­zio della violenza è solo una espressione di un più complesso percorso rivolu­zionario, che ha al cen­tro la costruzione della comunità, la trasformazione delle persone e dei rapporti umani, prima e al di là della con­quista del potere. Francesca si espone senza ri­serbo e di­venta bersaglio delle bande antifasciste: i compagni compiono due atten­tati contro casa sua e lei va ad abitare con Dario. Subito dopo l’arresto di Pedretti la polizia irrompe nel loro appartamento e vi trova Francesca e due camerati sospettati di aver partecipato alla rapina. Tutti e tre saranno col­pi­ti da or­dine di cattura il 28 agosto 1980, nel primo blitz per la strage di Bolo­gna. La violenza, la prepotenza degli “sbirri” sono un’ulteriore spinta al passaggio in clandestinità, che compie nel marzo successivo. Da quel giorno per un anno – tranne una sola notte – sarà al fianco di Valerio, l’amore della vita. Amore e morte, è il caso di dire. Si stabiliscono in Veneto, ospiti di Ca­vallini, che gode di buone coperture. 
Da quel momento lei partecipa a pieno ti­tolo a tutte le attività della banda. E’ nel commando che as­salta il distretto militare di Padova per procurare le armi lunghe che servono per l’e­vasione di Concutelli. Per un mese la coppia si trasferisce a Lugano per studiare alcune rapine. Il fallimento della mis­sione costerà la vita al basista, Cosimo Todaro, detto l’“infamone” e alla sua amica, una ballerina greca. In occasione di una tripla rapina a Cologno Monzese Francesca si travisa da uomo – per sviare i sospetti – ma si ferma per consolare una vecchietta impaurita e i testimoni ricono­scono la voce di donna: al colpo successivo è relegata per punizione nel­l’auto per il cambio ma stremata dall’attesa si fa prendere da una crisi iste­rica. Partecipa all’assalto al Giulio Cesare al fianco di Valerio, fanno insieme fuoco sul­l’appuntato Evangelisti (ucciso) e Lorefice (ferito) poi fuggono in vespa. Non par­te­cipa né ai pedinamenti – l’aveva interrogata con durezza dopo l’arresto di Pedretti – né all’agguato contro il giudice Amato ma ammette di aver conosciuto e condiviso l’obiettivo, par­tecipando alla stesura del volantino di rivendica­zione, Chiarimenti, la più lucida esposi­zione del progetto sponta­neista e al tempo stesso defini­tiva rot­tura con la vecchia leadership extraparla­mentare (i tre autori, lei, Valerio e Gigi hanno mili­tato solo nel Fronte e Cavallini ha bazzicato AN ed eredi di ON solo da lati­tante). E Francesca si becca così uno dei tanti erga­stoli: “Non ho fatto pedinamenti né appostamenti per organiz­zare l’at­tentato, facevo semplicemente parte dei Nar, stavo dentro la banda e Amato era una persona che tutto l’ambiente della destra eversiva romana non vedeva di buon oc­chio. Centinaia di persone erano a quel tempo d’accordo su quell’obiet­tivo. Oggi però la nostra storia si esprime in un altro modo, c’è una riflessione a due livelli, uno politico e uno umano. Vogliamo che il nostro passato sia letto per quello che è stato cioè un gruppo compatto di persone che è passato alla lotta armata, senza legami con i servizi segreti deviati, né con i cugini più grandi di Ordine nuovo e di Avangu­ardia nazionale, che alla fine non hanno combinato mai niente”. Una distanza che ci tiene a ribadire in ogni circostanza. Dopo l’arresto di Delle Chiaie polemiz­za an­cora: “È di un’altra generazione, sono entrata in galera a 23 anni dopo due anni, chia­miamola così, di lotta armata, il più vecchio di noi ha sì e no 30 anni, cosa c’entriamo con i cinquan­tenni, dopo l’omicidio Amato facemmo un comunicato che prendeva le di­stanze da quella genera­zione che non era della nostra linea, deve essere chiaro che noi con la strage non c’entriamo”.
Il 28 agosto sono spiccati decine di ordini di cattura per la banda armata che sarebbe alle spalle degli esecutori della strage di Bologna. L’impianto accusato­rio ricicla il teorema Amato: la direzione strategica del terrorismo nero è co­stituita dai quadri “coperti” del mai disciolto Ordine nuovo, i gruppi giovanili e spontaneisti sono termi­nali periferici dell’Organizzazione. Solo nel febbraio 1986, il giu­dice istruttore di Roma Gennaro stabilisce che “sulla base delle risultanze processu­ali, appare forzata la “reductio ad unum”, anche se non può disconoscersi che i dati acquisiti mettono in luce dimensioni contraddittorie, rilevando l’esistenza da un lato di collegamenti e legami tra nuove e vecchie strutture e dall’altro di una miriade di gruppuscoli che si ag­gregano e si dissolvono rifiutando anche suggeri­menti autore­voli”. 
Intanto scat­tano le manette per i professori (Semerari, De Felice, Mutti, Fa­chini e Signo­relli), e gruppi di militanti dei Nar (Bianco, Alessandro Pucci), del Fuan (Zappavigna, Corsi, Macrina, Piz­zonia, Corrado), di ClA (Iannilli, Sica, Macchi, Scarano, scarcerato proprio il 2 agosto, Neri a Roma, Napoli in Veneto). I detenuti Pedretti e Calore sono considerati mandanti della strage af­fidata se­condo un incredibile “pentito” a un buttafuori fascista della Bal­duina, Francesco Furlotti. Tra quelli che si sottraggono alla cattura oltre a Francesca ci sono i leader di TP, Adinolfi e Fiore. Lei non lo sa ancora ma quei due – che per tutt’altre e ignobili ra­gioni Valerio voleva ucci­dere in quei giorni – le rovineranno la vita. È probabile, infatti, che i due documenti chiesti a Sparti subito dopo la strage di Bologna – e per i quali infine Francesca e Valerio sono stati condannati – non servissero a loro che erano clandestini da mesi ma a Fiore e Adinolfi, dirigenti pubblici di un’orga­nizzazione politica legale. I due, parolai ma non stupidi, capiscono su­bito che la strage innescherà una violentissima ondata re­pressiva contro tutta l’ultradestra e pensano di premu­nirsi di un documento falso ricorrendo al re­sponsabile della struttura ille­gale di TP. Vale, però, non ha mai trattato questi “articoli”, e chiede aiuto a Cristiano appena scarcerato e “figlioccio” di Sparti. Valerio e Francesca rientrano a Roma e in due giorni organizzano una rapina in un garage e il successivo assalto a un’armeria: “Poiché la strage di Bologna era stata attribuita ai Nar – spie­gherà Fioravanti – pensammo fosse necessario dimostrare a tutti che la strage era un’azione che esu­lava dal tipo di attività attribuibile ai Nar. Era indispensabile compiere un’azione che rientrasse nella linea classica dei Nar, cioè la quarta armeria da farsi. Così organizzammo la rapina”. Dedicandola a Tuti. Il bottino è cospicuo: tra le 63 pistole rubate una finirà nell’arsenale della Magliana.
Col blitz del 28 agosto Francesca diventa latitante a tutti gli effetti ma la sua atti­vità non conosce so­ste. Anche l’assalto al camion dei Granatieri di Sardegna, per procurarsi armi lunghe, è un buco nell’acqua (i fucili sono privi di otturatore). Francesca non partecipa all’omici­dio di Mangiameli: è con Mariani a guar­dia delle auto mentre nella pineta si consuma il processo sommario ma, come è suo stile, se ne assumerà la responsabi­lità. La sera provvede con Vale e Valerio all’occulta­mento del cadavere nel la­ghetto di Tor de’ Cenci, perché “certo non poteva rima­nere così e poi c’erano altre storie da ve­dere”. Nel corso dell’istruttoria dichiara che si doveva trattare di un chiarimento ma “si finì a tutt’al­tra faccenda” e definisce Mangiameli un “demenziale profittatore”. Nel processo di appello per la strage si impegna a ricostruite la sua traiettoria poli­tica e umana. In questo quadro chiede un colloquio con la vedova Mangia­meli che ha appena deposto in aula. Le donne si appartano in una stanzetta at­tigua e parlano per 20 mi­nuti, tra urla e strepiti. Al termine Sara Amico si rifiuta di parlare alla stampa. Francesca non si tira indie­tro: “Ai tempi del de­litto avevamo 20 anni, forse oggi saremmo meno duri, meno ri­gidi. Ma allora si ammazzava per molto meno. Volevo spiegare alla moglie che abbiamo ucciso Mangiameli perché non aveva ri­spettato certe regole. Non saprei dire se ha ca­pito o no. Certo mi ha fatto pena. In fondo lui è morto a causa no­stra”.
Il 13 novembre è a Siena con Valerio, Cristiano e Vale per l’eva­sione di un detenuto comune, sposato con un’amica di Cavallini. L’assalto al furgone fallisce per un ritardo e per sfuggire a un controllo sono co­stretti a disarmare una pattuglia di carabinieri. Poi lei va ad avvertire Gigi e gli altri a Pisa, dove prende il treno, mentre Valerio porta Cristiano e Vale in auto a Ta­ranto, la base dell’evasione di Concutelli. È l’unica notte che Fran­cesca non dorme abbracciata con Valerio. Dopo l’omicidio del bri­gadiere nella carrozzeria di Lambrate sfuggono per un soffio alla cattura. Nella base caduta, a via Wa­shington a Milano, si reca Mariani con una fotomodella. Lo chiamano “Cecalone” (dagli occhiali a fondo di bottiglia) per la vista corta. Quella volta ha la lingua corta. Non telefona per pigrizia per con­trollare se tutto è a posto ed è arrestato. Ora anche Milano è invivibile: occorre ripiegare su Padova. Francesca partecipa alla rapina miliardaria nella gioielleria di Treviso. C’è anche lei a recuperare le armi sul Lungargine Scaricatoio, la sera del 5 feb­braio 1981, quando i Fioravanti ammazzano due carabinieri. Lei è choc­cata e non riesce a sparare anche se Valerio fe­rito le urla di farlo. Cristiano risolve il conflitto a fuoco ma poi è deciso a mollare il fratello. Francesca si impunta ma non può fare niente. Abbandona il covo al quale le forze dell’ordine stanno per arrivare guidati dalle copiose tracce del san­gue perso dal ferito: comun­que telefona per un’ambulanza. E Valerio si salverà. 
Con Va­lerio cade l’intera struttura padovana, un in­treccio tra malavita e fa­scisteria, e bisogna ripie­gare su Roma. Nella solitudine disperata di quel pe­riodo Francesca finisce per avere una storia con Vale, una storia non molto im­portante per lei, che si sente legata a Valerio ma non ce la fa a vivere da sola l’angoscia della lati­tanza e della clandestinità. La centrale operativa è di nuovo Roma dove Nistri, appena scarcerato, sta riorga­niz­zando una formida­bile rete d’appoggio. A garantire il salto di qualità militare è il rientro in Italia, a giugno, di Alibrandi, forte dell’esperienza libanese. Il 30 luglio una coppia (Francesca e Gigi) disarmano delle pistole e di un mitra i piantoni del mini­stero delle Finanze all’Eur. Un M12 che sarà gelo­samente custodito, passerà per molte mani e sarà recupe­rato solo nel 1989, durante le indagini per la tentata eva­sione da Rebibbia. L’azione è riven­dicata dai comitati autonomi nazionalrivoluzionari, con toni e linguaggio bri­gatisti: “Un commando armato ha attaccato e disarmato mercenari di Stato (...) avanguardie rivoluzionarie (...) tortura­tori delle questure (...) gli in­fami ora conosciuti come pentiti”. Il di­sarmo è l’ultima “prova di magnanimità”: poi solo condanne a morte, eseguite con grande spiegamento di mezzi. 
Il primo omicidio è il giorno dopo. La vittima è Pino De Luca, il capo di imputazione una “sola” a Valerio e ad Alibrandi. Dopo l’arresto Francesca ammette di averlo conosciuto quando fre­quentava il Fuan come “bidonista”. Più tardi confesserà di aver partecipato all’esecuzione con due persone senza fare nomi. Un’altra dimo­stra­zione di stile: i complici erano morti (Vale e Alibrandi) eppure lei non si era sentita di accusarli. L’omici­dio è inqu­adrato nella campagna contro i “profittatori” del­l’am­biente ed è ri­vendicato come natu­rale prosecuzione del de­litto Mangiameli. Alla fine di settembre partecipa all’uccisione di Pizzari, l’amico che ha “venduto” Ciavardini e De Ange­lis. È in compagnia di Vale, con com­piti di staffetta e cambio dell’auto.
Tre settimane dopo è nel gruppo di fuoco che ammazza il capitano della Digos Straullu e l’autista. Ancora una volta ha compiti di staffetta e non partecipa alla sparatoria, che prevede l’uso esclu­sivo di armi lunghe, per sfon­dare una blinda­tura che non c’è. Francesca dovrebbe prendere le armi ma è trattenuta da Sordi e Ali­brandi perché lo spettacolo è orribile: la potenza mici­diale di mitra e fucili si è scaricata sui poveri corpi devastati. Lei e Gigi scrivono la rivendicazione dell’intera campagna contro “pentiti” e “profittatori”. L’in­clusione di Mangiameli al fianco di “infami” come Perucci e Pizzari e di un poli­ziotto accusato di torture – con il corol­lario di insulti ai leader di TP fuggiti a Londra – scatena la furia di Nistri e degli altri ex di Tp. La morte di Alibrandi, le convalescenze di Sordi e Belsito portano allo sban­damento. Per un paio di mesi le attività sono sospese, poi riparte il circo delle ra­pine, con commando affollati, muniti di armi pe­santi, decisi a sostenere il conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. È quello che succede il 5 marzo: Francesca è di copertura con Vale ed al­tri, da­vanti alla Bnl della Cir­convallazione Aurelia, zona trafficatissima da volanti e gazzelle. La prima spa­rato­ria è all’esterno della banca con un poliziotto in borghese che si apposta dietro un’auto e intima l’alt ma è preso alle spalle e ferito. Il conflitto a fuoco e il man­cato arrivo di un’auto per la fuga impone a Stefano Procopio, un altro della copertura di caricare in auto con Francesca anche due rapinatori, i fra­telli Lai. Li intercetta una volante a piazza Irnerio: lei non indossa il giubbotto antiproiettile e una pallottola le dilania gli intestini. Livio sì e si salva, risponde al fuoco col fucile e un colpo di rimbalzo uccide uno stu­dente. 
Ai dieci omicidi per cui  prende l'ergastolo avendoci in diverso modo contribuito pur non avendo sparato un solo colpo si aggiungerà l'unica  condanna che ancora non le dà pace: quella per la strage di Bologna. Una colpevolezza che ha destato molte perplessità, anche tra intellettuali e militanti di sinistra, ma che oramai è consegnata alla storia giudiziaria del paese. Insieme a Valerio Fioravanti, con cui si sposa in carcere, sviluppa un percorso di ravvedimento operoso che li porta a lavorare per l'associazione radicale "Nessuno tocchi Caino", contro la pena di morte. Un bel contrappasso per chi l'ha più volte comminata

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