Il 25 aprile non è festa. L'appello di Giorgio Almirante agli italiani - <b>FascinAzione</b>

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sabato 25 aprile 2020

Il 25 aprile non è festa. L'appello di Giorgio Almirante agli italiani



(A.M) Il 25 aprile, una data che richiama la retorica più becera, sui luoghi comuni imposti dai vincitori, un'omologazione agiografica lontana dalla verità storica, nascosta, violata e violentata, omessa o modificata a piacimento, sempre da loro, dai vincitori. O almeno dai peggiori, fra loro. Una data che divide gli italiani, e non potrebbe essere diversamente come ricorda Giorgio Almirante in un appello agli italiani resistenti del 1955

Io, questa data infausta, vorrei quest'anno, ed in questa sede, ricordarla senza fare appello a pensieri, e passioni, che, pure, mi si agitano nella mente, e nel cuore...sono trascorsi tre quarti di secolo, settantacinque anni... beh, vorrei ricordarla, oggi, con parole che, quando io ancora non ero neanche nato, seppe dedicarle un Uomo che l'aveva vissuta sulla sua stessa pelle, senza tradire, nè fuggire, nè indietreggiare, mai.
Lo fece a 10 anni di distanza, con parole sobrie, parole ancora attuali.
“Sono passati dieci anni, la metà di un Ventennio. Avanti «resistenti»: mostrateci lo spiraglio di luce in mezzo a così fitte tenebre di sangue. Dimostrate di aver fatto, davvero, una rivoluzione. Storicamente, se non moralmente, la rivoluzione può giustificare anche il sangue. La rivoluzione francese ne versò: meno di voi, ma ne versò tanto. Nessuno ha redento i massacratori di allora dalle loro colpe; orrida è tuttora la memoria della maggior parte di essi; ma la rivoluzione c’è stata e ha manifestato, anche negli errori, la sua grandezza. Ha lasciato dottrine, leggi, una sua moralità, un suo costume, sue tradizioni. Alcuni tra i suoi protagonisti giganteggiano. Nel decennale della  «resistenza», vorremmo essere invitati non soltanto alla celebrazione dei massacri, ma anche alla constatazione delle mete rivoluzionarie raggiunte, al bilancio delle positive realizzazioni. Quale Italia abbiamo intorno a noi dopo mezzo Ventennio di codesta rivoluzione  da grand-guignol?
Ad essere benevoli nell’interpretazione, a voler mettere accanto – e ne chiediamo venia – un De Gasperi ad un Orlando, uno Scelba ad un Don Sturzo, ci hanno restituito RIMPICCIOLENDOLA , l’Italia prefascista: stessi errori, stessi metodi, stesse debolezze, stessa crisi di sistema, stesso equivoco di fondo. Con l’aggiunta di un partito comunista e di un partito democristiano monopolista dell’intrallazzo. Il Parlamento è quel che fu: peggiorato. Il disordine legislativo è quel che fu: aggravato. L’incertezza giuridica è quella che fu: accentuata. Il marasma sociale è quel che fu: esasperato. Lo Stato è nave con troppi nocchieri in gran tempesta. Arbitri assoluti, financo della scelta del Presidente della Repubblica, son i direttivi dei partiti politici. Nella più Alta Assemblea suonano parole d’incitamento pubblico al tradimento e alla diserzione. In entrambi i rami del Parlamento siedono numerosi i pregiudicati per reati comuni. La Costituzione, che pur tanto sangue costò, giace inevasa e negletta. A nessuna solida riforma si è posta mano. Contro la marea montante della disoccupazione nessun argine sociale; nessuna diga economica contro le speculazioni più folli e sfrontate. Eserciti sovversivi, liberamente organizzati sotto gli occhi del potere costituito. Scandali a catena e scioperi a singhiozzo. Il senso morale in frantumi. La gioventù preda dei mali esempi. Le peggiori mode straniere dilaganti. Cristo rimosso dalle scuole cui la TIRANNIDE l’aveva restituito: il Marxismo in cattedra. Riaperta nelle coscienze la questione religiosa. Guelfi e Ghibellini in piazza. Diviso ogni comune, ogni borgo: contaminata dalla peggior politica l’amministrazione. Regionalizzata l’Italia, insidiata l’unità nazionale. La dignità della Patria svilita da mandrie di sciuscià promossi alla vita politica. Insuperbito qualsiasi predone straniero dalla possibilità di manomettere le carni martoriate d’Italia. Quale di tali successi celebrerete domani, «resistenti»? Bando alle ipocrisie: voi vi accingete a celebrare soltanto il vostro personale successo, voi festeggiate l’ambizione per vent’anni repressa e in un decennio scatenata, voi vi compiacete, fino al narcisismo, per il potere politico finalmente conquistato, voi brindate alla poltrona in coppe piene di sangue ITALIANO. E non ci dite che dei Morti avete rispetto. Consentiteci di dirvi che persino dei vostri morti abbiamo più rispetto noi. I morti nostri e vostri vogliono silenzio; vogliono pace.”
Giorgio Almirante 24 aprile 1955

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