In proud and glory di Eduard Limonov, l'ultimo maledetto - <b>FascinAzione</b>

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mercoledì 18 marzo 2020

In proud and glory di Eduard Limonov, l'ultimo maledetto


Ho avuto, si, la fortuna di incontrare Eduard Limonov, a Napoli, solo qualche mese fa. Era presso la sede dell’Associazione Gorki, tra vecchi filosovietici e qualche giovane o ex giovane attirato dal mito.
Come me, del resto: la “biografia” di Emmanuel Carrère ha donato ad una paio di generazioni l’ultimo maledetto: delinquente, poeta, soldato, fascista e bolscevico, patriota senza una vera patria.
Qualche giorno dopo esser stato a Napoli, Limonov era andato a promuovere il suo ultimo libro a Roma. "L’uomo che ha fatto della propria vita un’opera mondo di audacia e avventura, impantanato nella ritualità romanella esplode." Così l’indomani ha raccontato Fulvio Abbate. A Roma lo scrittore era scappato, non reggendo, par di capire, l’ambiente fighetto di quelli che Abbate chiama “gli amici degli amici convocati per baciare lo stivale dello scrittore”…
Evidentemente, a me e Peppe Parente (e allo stesso Eduard nel suo incontro napoletano), era andata molto meglio, in mezzo ai cimeli della guerra partigiana, una gloriosa biblioteca, la muffa di una vecchia sinistra cossuttiana ma con una sua poetica alla fine. Limonov si era trovato a suo agio, sia pure al cospetto di una tizia – una giornalista? – che gli chiedeva di Greta, di Saviano e finanche gli porgeva, a un certo punto approfittando della stanchezza del nostro, l’immancabile “Come ha trovato Napoli? Chiassosa? Sporca, vero?”, ricevendo perfino una gentile risposta: “Si, sporca forse. Lo era di più l’ultima volta, nel ’73, c’era il colera e la trovai fetida. Ma tutto sommato viva, allora come ora, a differenza di Mosca che è pulita ma morta”.
Di Eduard Limonov saprete quasi tutto abbeverandovi alla biografia romanzata vergata da Carrère, definito più volte da Limonov un rompicoglioni borghese, ma vale la pena leggere alcune sue opere, per esempio quel “Diario di un fallito” dove troviamo il suo manifesto più nichilista, disperato e bello:
"Verranno tutti. I delinquenti e i timidi - i timidi sanno battersi bene. Gli spacciatori di droga e i procacciatori di clienti per i bordelli. Verranno gli onanisti, gli amanti di riviste e film porno. 
Verranno quelli che si aggirano da soli nelle sale dei musei o sfogliano libri nelle biblioteche cristiane.
Verranno quelli che ci mettono due ore a sorseggiare il loro caffè da McDonald's, guardando malinconicamente attraverso la vetrata.
Verranno i falliti in amore, negli affari e nel lavoro, e quelli che hanno avuto la sfortuna di nascere in una famiglia povera. 
Verranno i pensionati che al supermercato fanno la fila riservata a chi compra meno di cinque articoli.
Verranno i delinquenti neri che sognano di scoparsi una bianca di buona famiglia e, siccome non ce la faranno mai, la violentano. Verrà il doorman dai capelli grigi, che vorrebbe tanto sequestrare e torturare quell'insolente ragazzina ricca che sta all'ultimo piano. 
Verranno gli audaci e i forti di ogni strato sociale, per distinguersi e conquistare la gloria.
Verranno gli omosessuali a coppie, tenendosi abbracciati, verranno gli adolescenti che si amano...
Verranno i pittori, i musicisti, gli scrittori di cui nessuno compra le opere.
Verrà la grande e valorosa tribù dei falliti, losers in inglese, in russo neudacniki.
Verranno tutti, imbracceranno le armi, occuperanno una città dopo l'altra, distruggeranno le banche, le fabbriche, gli uffici, le case editrici, e io, Eduard Limonov, marcerò in testa alla colonna, e tutti mi riconosceranno e mi ameranno".
Limonov nella sua vita ha urlato, ha pianto, ha ingurgitato centinaia di litri di pessima vodka, è strisciato nel piscio e nel vomito, è stato a letto coi negri, ha sparato a fianco dei serbi forse uccidendo, ha inventato l’underground sovietico, ha contestato Putin (pur, probabilmente, ammirandolo), è stato da questi incarcerato, ha cercato una via d’uscita mistica alla sua inquietudine senza riuscirvi.
A leggerne, sembrava un personaggio inventato, Limonov, e invece chi lo ha visto in volto sa che era tutto vero. Tutto nelle rughe, nella magrezza che aveva preso il posto del corpo allenato se non scolpito di un tempo. Tutto nei piccoli occhi, ora assai stanchi, come quelli di una persona malata, occhi così distanti, certo, dall’immagine che verrà consegnata ai posteri, quella del punk in pantalone di pelle nera nella New York di Lou e Andy, del soldato in Jugoslavia o dello street fighting man in Russia: occhi stanchi ma ancora capaci di lampi di fuoco. E vere erano le sue risposte, da irriducibile della vita e della guerra, come quando si infiammava raccontando di armi israeliane trovate in un rifugio durante una spedizione oppure riferiva – un po’ irritato a dire il vero - del suo ex amico e sodale Dugin (con cui fondò il Partito Nazional Bolscevico): “Lui ha un’enorme cultura, parla tante lingue, ci vogliamo bene ma non ci frequenteremo mai più. L’ho incontrato una volta ad un talk show e ci siamo scambiati i rispettivi numeri di telefono, sapendo entrambi che non ci chiameremo mai. Sa qual è il difetto di Dugin? Non è mai stato in galera”.
Gli abbiamo voluto bene, a Limonov, anche quando ci ha detto che il giorno dopo sarebbe voluto andare a visitare Capri, dove, aveva aggiunto, non era mai stato (a dire il vero, neanche buona parte dei napoletani, avremmo voluto fargli notare: la Loren ci andò solo dopo il successo in America, come raccontò un magistrale Mimì Rea).
Eduard, anche Lenin ci andò, ci giocava a scacchi con Bogdanov e Gorki. Lo sa?
E lui, quasi incurante dell’accostamento col padre della rivoluzione bolscevica ed autore di “Stato e rivoluzione”: “Venite con me? Prima di morire voglio vederla”.
Chissà, mi piace credere che Capri rappresentasse per Limonov il mediterraneo, polo opposto (e complementare) a quello della sua amata Russia, verso cui pure fu mai tenero, ad esempio nel suo poco noto racconto “La tana e la patria”:
La Russia è innanzitutto un inverno in bianco e nero. Una distesa bianca su cui, come semi di papavero su una ciambella, sono sparsi gruppetti di alberi morti per nove mesi all’anno. Perché russo non segato alberi morti? risuona dalla mia primissima infanzia la voce di un vecchio georgiano giunto per la prima volta in Russia in treno. Dal finestrino di un aereo che vola a bassa quota lo spazio russo è tetro e desolato. Una superficie bianca attraversata dai fili neri delle strade come raschiature di un’unghia su un vetro ghiacciato. Il bianco è il lenzuolo funebre del morto, è la biancheria del malato, è la neve. In ogni caso il bianco non è la vita. La terra non deve essere bianca per nove mesi all’anno (d’accordo, otto!), bianca e gelida, con temperature inferiori allo zero. È contro natura. Il freddo e il bianco sono ripugnanti.
Addio, Eduard, quella terra così bianca ora accoglie il tuo corpo e da oggi noi bastardi siamo più soli.
Mario Colella


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