30 marzo 2006: un ricordo di Peppe Dimitri - <b>FascinAzione</b>

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lunedì 30 marzo 2020

30 marzo 2006: un ricordo di Peppe Dimitri

UN giovane sfreccia con la sua auto per le strade dell’Eur. È insieme alla sua ragazza e stanno andando fuori Roma. La giornata è limpida in questi ultimi giorni di marzo. Sono sereni. Federico, questo il suo nome, ha poco più di 30 anni e nella vita fa politica a tempo pieno. È un dirigente di Alleanza Nazio-nale, uno che nel suo quartiere ha un peso. È consigliere di Municipio, ma punta più in alto. Mancano due mesi alle elezioni comunali e sta meditando di candidarsi al Campidoglio. Ma il destino ha deciso diversamente.
Sono passate da poco le 13 quando Federico sente un dolore al petto, una fitta molto forte. Ha paura. In zona c’è un ospedale, il Sant’Eugenio. Il sangue gli sale alla testa, i riflessi si annebbiano. Si agita, decide improvvisamente di invertire la marcia e raggiungere il Pronto Soccorso. Siamo all’incrocio tra via Laurentina e piazzale Douhet. In quel preciso momento passa veloce uno scooterone, un 125: Federico non lo vede, sente solo l’impatto con la moto. Devastante. L’auto, impazzita, passa sopra il conducente dello scooter, infliggendogli danni tremendi. Morirà meno di un’ora dopo.
Il caso ha voluto che la vittima dell’incidente fosse una persona che Federico conosceva bene. Era un suo compagno di partito. Presidente di circolo di An e dirigente di primo piano della destra sociale. Ma quell’uomo era molto altro e molto di più. Il giovane Federico ancora non lo sa, ma si è appena scontrato con la storia e ha travolto una leggenda. Questa leggenda aveva un nome e un cognome: si chiamava Peppe Dimitri.
L'incipit del suo libro più fortunato, "La Fiamma e la Celtica", Nicola Rao lo dedica ai funerali di Giuseppe Dimitri. Una lectio magistralis di narrazione della fascisteria. Qui potete leggere l'intero capitolo. Intanto, però, io vi ripropongo anche il ricordo che ne offre Mimmo Magnetta, il leader dell'apparato clandestino di Avanguardia in Italia, il "gemello" a cui - secondo Stefano Delle Chiaie -  toccava l'onore di pronunciarne l'elogio funebre.


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