Strage di Bologna, Adinolfi insiste sul sabotaggio israeliano - <b>FascinAzione</b>

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domenica 3 febbraio 2019

Strage di Bologna, Adinolfi insiste sul sabotaggio israeliano


Gabriele Adinolfi replica all'intervento di ieri di Andrea Colombo e, dopo una lunga discussione sulla mia pagina facebook, difende le sue congetture sul sabotaggio israeliano compiuto ai danni di ignari compagni che trasportavano l'esplosivo. Molti di quelli che Adinolfi indica come elementi in possesso degli inquirenti sono già stati rivoltati come pedalini ed esclusi. Valga come esempio "i gialli" di Mauro Di Vittorio, una storia che ho avuto modo di approfondire. Se l'ipotesi è che un compagno trasportasse l'esplosivo (scoppiato per sbaglio o per una trappola mortale ignota al corriere) causando la strage, questi non può essere Di Vittorio. L'autopsia attesta infatti che è morto per sfondamento della scatola cranica e il corpo presenta soltanto ustioni estese. Era quindi distante molti metri dal luogo dello scoppio. A questo punto non serve neanche sottolineare che la leggenda metropolitana del palestinese in eskimo ai primi di agosto (cioè un giaccone impermeabilizzato e imbottito) all'obitorio fa il paio con i coniugi Fioravanti (all'epoca fidanzati) travestiti da tirolesi. Quanto al "presunto diario" qui si può leggere uno stralcio pubblicato da Lotta Continua il 21 agosto 1980, cioè dopo dieci giorni dalla sua identificazione.

Martedì scorso a Bologna, in una conferenza stampa con Fiore abbiamo annunciato l'istituzione di un tribunale internazionale di giuristi per dimostrare che le indagini in Italia sono state condotte male. In risposta siamo stati accusati di imporre una pista ideologica campata in aria e di accantonare appositamente gli elementi che non la comprovano. Ciò è infondato e lo documento.

GLI ELEMENTI CHE ABBIAMO EVOCATO

In primo luogo la lista richiesta al Presidente del Consiglio:
1) Documenti del 1980 nei quali il capocentro del Sismi a Beirut, Stefano Giovannone, paventa il timore di rappresaglie in Italia per lo sventato traffico di armi Fplp-Br che diventa un casus belli per indebolire la leadership palestinese.
2) Il testo del provvedimento e la ragione per cui il signor Michael Ledeen, responsabile CIA americano a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, fu dichiarato persona non grata in Italia nel 1984 dall'ammiraglio Martini, allora direttore del Sismi.
3) Rapporti sulla rete operativa del servizio segreto tedesco-orientale, Stasi, in Italia e in particolare nella zona tosco-emiliana.
4) Rapporti sull'eventuale presenza a Bologna, il 2 agosto 1980, del dirigente storico delle Brigate Rosse Pierino Morlacchi e della moglie, Heidi Ruth Peusch, di nazionalità tedesco-orientale.
5) Rapporti e documenti sull'attività terroristica internazionale di Salvatore Muggioni, il 
cui passaporto venne rinvenuto tra le macerie della stazione di Bologna Centrale il 2 agosto 1980.
6) Documenti che attestano l’ipotizzato smarrimento dei resti mortali di una ulteriore non registrata vittima.

In secondo luogo abbiamo dettagliato la lista degli inquinamenti e degli elementi incomprensibilmente trascurati.
A quelli testé elencati si aggiungono:
1) Gli artifizi per nascondere la presenza in loco di Tomas Kram.
2) Gli artifizi per invalidare la testimonianza che denuncia la presenza in loco Christa-Margot Fröhlich.
3) I gialli attorno alla figura della vittima Mauro Di Vittorio, a un suo presunto diario, alla fuga di due persone dall'obitorio una volta riconosciuta la salma.
4) Le modalità della liquidazione della presenza a Bologna del brigatista Francesco Marra, già coinvolto nel sequestro Sossi e interrogato per la presenza del suo compagno Lintrami in Piazza della Loggia durante la strage di Brescia.
5) Le rivelazioni del giornalista Gianni Cantù sul trasporto di una valigia da Bologna a Roma.
6) Le confessioni del brigatista Buzzatti sull'incontro tra il capo BR Senzani e un dirigente dei servizi segreti italiani – pseudonimo Santini – indicato come contatto rivoluzionario con l'est e a perfetta conoscenza della dinamica della strage di Bologna.
7) La perizia-Ciccozzi in cui il Sisde espone la tesi del sacrificio a distanza dei portatori d'esplosivo.
8) Le rivelazioni del prof. Possenti, stretto collaboratore di Aldo Moro, sull'operato in Italia della Stasi, specificatamente nel tosco-emiliano.
9) Il memoriale Giannettini del 14 agosto 1974 sulle strutture del terrorismo.
10) La denuncia di Beppe Niccolai nei confronti del genero del capo partigiano Boldrini, generale Angeli, come agente doppio nella zona tosco-emiliana.
Come si vede non abbiamo omesso assolutamente nulla. Alla pista “palestinese” che si limita al rapporto-Giovannone, alla presenza di Kram e alla probabile presenza della Fröhlich, ignorando però tutto il resto, noi abbiamo semplicemente aggiunto tutti i dati che al momento risultano in possesso degli inquirenti e agli atti.

QUELLO CHE ABBIAMO RICHIESTO

Non è la condanna di chicchessia, posto che i veri autori della strage siano ancora vivi, ma l'avvio di un processo storico che faccia chiarezza e spazzi via le etichette imposte dalle leggi razziali antifasciste e dai diversi interessi di parte.
Il materiale sarà consegnato integramente a chi dovrà giudicare le storture giudiziarie. Che non saremo noi.
A Bologna ho subito chiarito che avremmo esclusivamente elencato le certezze e che, se in merito ci fossero state domande interpretative, le nostre risposte avrebbero dovuto intendersi come convinzioni che esulavano dalle certezze elencate. Certezze da sottomettere ai giuristi, a differenza delle nostre convinzioni,

BEIRUT, TEL AVIV, MOSCA, PARIGI, BERLINO?

La polemica è nata da un'intervista in cui consideravo “impropria” l'etichetta palestinese per la strage di Bologna. Mi si è contestata la convinzione – che, ribadisco, è mia – di un sabotaggio del Mossad del quale i portatori d'esplosivo sarebbero stati a loro volta vittime.
Non esistono prove di quanto considero probabile e che, intendo chiarire, non è stato un mio pregiudizio di partenza ma una conclusione in corso d'opera.
Di sicuro non è un'ipotesi campata in aria. Questo non solo per la perizia-Ciccozzi ma perché le contiguità con Br e Hva della Stasi sono documentate. Nel primo caso è Franceschini a raccontare il contatto risalente al prima del suo arresto; da Hypérion, sede del Superclan, non v'è dubbio che l'operazione sia proseguita; si ritrova nella galassia armata milanese già nel 1973-74.
Conosco bene la tecnica dell'irrisione che serve a neutralizzare. È stata esperimentata anche per cestinare alcune testimonianze a Bologna. Non c'è affatto da ridere.
Voglio infine che sia ben chiara una cosa.
La mia interpretazione sui compagni sacrificati è, in fondo, innocentista. Probabilmente è l'unica che non li inchioda come stragisti ma come vittime a loro volta. E che ritiene che la cortina fumogena sia stata alzata non per coprire loro ma per impedire, tramite loro, di risalire la pista.
L'interpretazione palestinese dice tutt'altro. Posto che sia questa la tesi vera – e io ne dubito – ci troveremmo con dei compagni italiani e tedeschi che compiono una strage per far liberare Saleh.
E con lui Pifano, Baumgartner e Nieri. La bomba, in tale versione, l'avrebbe posta volutamente il compagno Kram e forse la compagna Fröhlich. Questo, se fosse vero, si chiamerebbe pista rossa.
Se ci fossero elementi per i quali sostenere che dei Nar, dopo l'arresto di alcuni di loro e di un dirigente cileno, avessero commesso una strage, diciamo insieme a dei camerati spagnoli, dubito che si parlerebbe di pista cilena e non di pista fascista.
Gabriele Adinolfi

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