La strage di Bologna e i cattivi ricordi del pentito Ansaldi - <b>FascinAzione</b>

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giovedì 18 ottobre 2018

La strage di Bologna e i cattivi ricordi del pentito Ansaldi

Risultati immagini per massimiliano fachini"La strage di Bologna fu una notizia devastante dentro Terza Posizione, sotto ogni punto di vista, non solo per la repressione. E’ stato un momento d’indagine interiore per tutti, per capire cosa era accaduto e chi ci era vicino. Immaginavamo che la repressione sarebbe stata a 360 gradi e avrebbe colpito in modo indiscriminato". Sono parole di Mauro Ansaldi, ex esponente di Terza Posizione (Tp), poi diventato collaboratore di giustizia, con cui l'Ansa ieri presenta la sua testimonianza davanti alla Corte d’Assise di Bologna che sta processando l’ex Nar Gilberto Cavallini per concorso nella strage del 2 agosto 1980. 

Peccato che al primo processo Ansaldi avesse raccontato tutt'altra storia: “La prima persona che me ne parlò fu Adinolfi nell'autunno del 1980, quando lo stesso, dopo la strage di Bologna, diventò latitante, entrò in contatto con noi”. In effetti, e già l'ho raccontato sulla base della testimonianza del leader di Tp, il primo contatto tra il gruppetto di camerati torinesi in cui militava il giovane neofascista e Terza posizione è alla fine di settembre. Ansaldi accompagna Adinolfi lungo il sentiero che gli permetterà di entrare in Francia. La fuga all'estero avviene dopo il 23 settembre, il giorno in cui un blitz giudiziario con decine di arresti ha smantellato la rete militante di Tp. 
La riflessione che si attribuisce Ansaldi è in tutta evidenza farina di un altro sacco: quello di Fabrizio Zani, il leader del gruppo di fuoco composto da militanti di Terza Posizione che intreccerà le sue attività con gli ultimi fuochi dei Nar. Il fatto è notorio: anche se firmato dal segretario di redazione di Quex (m.g.n),  è suo l'editoriale dell'ultimo numero di Quex, la rivista dei detenuti politici neri, curata da Zani e dalla sua compagna, Jeanne Cogolli. L'articolo, citatissimo, sostiene appunto che la strage è una provocazione contro il Movimento. Tesi un po' megalomane, a onor del vero ma a ciascuno il suo. Ma è comprensibile che 40 anni dopo la macchina della memoria rielabori i dati mescolando le carte e generando così nuove narrazioni.
Così come è a mio avviso abbastanza evidente, sulla base di elementi logici e circostanziali che Ansaldi abbia detto ieri in aula un'altra cosa non vera: Ansaldi – scrive l'Ansa - è stato inoltre interpellato più volte sull’incontro tra l’ex Tp Giovanna Cogolli e Massimiliano Fachini (nella foto al processo per la strage di Piazza Fontana), esponente di Ordine Nuovo, che qualche giorno prima della strage le avrebbe detto di andarsene da Bologna perché sarebbe successo qualcosa di grosso. Cogolli durante la sua testimonianza della scorsa settimana ha negato l’episodio, mentre Ansaldi ha ribadito, come risulta da verbali del passato, di aver ricevuto la confidenza da Fachini”. 

In effetti nel corso delle sue lunghe deposizioni ai vari processi in cui hanno testimoniato, Ansaldi e il suo “socio”, Paolo Stroppiana, riferiscono in prevalenza quanto gli sarebbe stato confidato da Zani e Cogolli. Il nocciolo duro di quelle affabulazioni (l'essere lo spontaneismo armato della banda Fioravanti condizionato e influenzato da una catena di comando che parte da Paolo Signorelli e arriva a Licio Gelli) è stato sottoposto al vaglio dei giudici proprio nel primo processo per la strage di Bologna che ha condannato come esecutori materiali Fioravanti e Mambro ma ha assolto la presunta direzione strategica del terrorismo (i “vecchi” Signorelli e Fachini) e la cupola dei servizi segreti (Gelli e il Supersismi, condannati solo per depistaggio). E in effetti, 40 anni dopo i fatti, possiamo affermare con ragionevole certezza, che lo spontaneismo armato fu molte cose ma non una banda di mercenari eterodiretti. Così come sappiamo che il progetto politico di Signorelli, le comunità organiche, era alternativo alla lotta armata. 

Ciò chiarito, possiamo tornare alle affermazioni di Ansaldi. Un'altra cosa che sappiamo con certezza è che Massimiliano Fachini era un maniaco della sicurezza, della riservatezza, della compartimentazione. Suoi sono i Fogli di Ordine con minuziose istruzioni per la gestione dei rapporti, le tecniche di contropedinamento, la condotta negli interrogatori. Fatichiamo quindi a capire perché Fachini avrebbe dovuto confidare a un giovane militante di un'altra organizzazione un simile segreto. E poi è difficile stabilire anche quando: perché il 4 settembre Fachini è arrestato nel primo blitz per la strage, quello del 28 agosto. Ma per trovarlo le forze dell'ordine ci hanno messo una settimana. E stentiamo a credere che a ridosso della strage il “vecchio” leader ordinovista abbia ammesso con il “pischello” torinese di esserne a conoscenza in anticipo, tirando in mezzo una terza persona. Il problema è che, mentre Cogolli lo ha seccamente smentito, Fachini non può farlo. Perché è morto in un incidente stradale diciotto anni fa.

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