domenica 1 luglio 2018

Genova 60. La disfatta del Msi nell'analisi di Mennitti e di Erra

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Dopo la vittoria al congresso di Milano la strategia dell’attenzione del Msi verso la Dc si fa più insistente. Tanto che il partito neofascista appoggia due governi nel giro di tre anni: quello di Adone Zoli (19/5/1957-19/6/1958) e quello di Antonio Segni (15/2/1959-24/2/1960). Tra questi due governi c’è quello riformista, guidato da Fanfani, che rifiuterà l’appoggio missino. In realtà anche Zoli, inizialmente, rinnega i voti dei fascisti, che però gli arrivano ugualmente, provocando non poche polemiche dentro e fuori dal Msi. Ricorda Erra:
Zoli non chiese i nostri voti. Tanto che quando Roberti parlò alla Camera per annunciare il nostro appoggio al suo governo, lui si girò dall’altra parte. A quel punto io, che pure mi ero battuto per appoggiarlo, proposi di votargli contro, mandando su tutte le furie Michelini. In realtà, successivamente Zoli riconobbe i nostri voti, tanto che ci restituì la salma del Duce, dandoci il permesso di portarla da Milano a Predappio, e dimostrandoci così di riconoscere e in un certo senso di rispettare il nostro essere «fascisti in democrazia».
(...) Domenico Mennitti è stato per trentacinque anni esponente di primo piano del Msi, fino a diventarne vicesegretario. Alla fine degli anni Cinquanta era un ventenne che veniva dal sud e che era appena entrato nella direzione giovanile del Msi. Questo il suo ricordo:
Fino al 1960 il Msi di Michelini ebbe un ruolo importante nel panorama politico italiano. Ci furono presidenti della Repubblica eletti con i nostri voti, votammo importanti decisioni di politica estera, appoggiammo diversi governi. Certo, ci fu il caso Zoli, quando il presidente del Consiglio inventò la tesi dei voti avuti, ma non richiesti e non graditi. E bene fece il capo dello Stato a rimandarlo in Parlamento, dicendogli: tu hai avuto la maggioranza, ora fai il tuo dovere.
E veniamo a questo famoso 1960, con tutto ciò che ne seguirà. Il 25 marzo 1960 il governo, presieduto dal democristiano Fernando Tambroni, vicinissimo al presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, ottiene la fiducia del Parlamento con i voti, determinanti, dei monarchici del Pdium (Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica) e, soprattutto, dei fascisti del Msi. Tambroni, temendo la reazione del Pci, vorrebbe dimettersi, ma viene convinto da Gronchi a tentare l’avventura. Nel Msi l’ala tattica è al settimo cielo: per la prima volta dal dopoguerra in Italia c’è un governo appoggiato direttamente dai fascisti. Il governo Tambroni in realtà si inserisce in un momento cruciale nella strategia della Dc, in cui è in corso la battaglia tra i fautori dei governi monocolore, appoggiati dai moderati, e i propugnatori dell’apertura a sinistra. Le prime misure prese da Tambroni, comunque, danno per qualche mese la sensazione che l’esperimento possa riuscire. Vengono abbassati i prezzi dei generi alimentari di prima necessità, tra gli applausi dei missini, lo sconcerto dei comunisti e la rabbia degli industriali e dei partiti laici, per la prima volta fuori dal grande giro.
Sull’onda dell’entusiasmo, i più vicini a Michelini, come Filippo Anfuso (ambasciatore italiano a Berlino durante la Rsi), arrivano addirittura a preannunciare che, in occasione del prossimo congresso di luglio a Genova, il Msi opererà lo strappo con l’ideologia di riferimento, cambiando addirittura nome. Una sorta di Alleanza Nazionale ante litteram. Ma improvvisamente il sogno di Michelini e dei suoi svanisce e costringe i missini a confrontarsi con la dura realtà. Il Pci coglie l’occasione del loro congresso per mettere in campo tutta la sua forza di piazza e rispolverare la pregiudiziale antifascista. I comunisti, appoggiati dai sindacati, chiedono al governo che il congresso del Msi non si tenga a Genova, perché si tratterebbe di un clamoroso «affronto» agli ideali della Resistenza. Genova, infatti, ricordano gli uomini di Botteghe Oscure, è città medaglia d’oro della Resistenza. Ma non basta. Per accendere ulteriormente gli animi, le sinistre fanno circolare la voce che al congresso parteciperà anche Carlo Emanuele Basile, capo della provincia di Genova nella Rsi, accusato di deportazioni e massacri. Il Pci chiama e la piazza risponde. Come sempre.
A pochi giorni dall’inizio del congresso, a Genova esplode la protesta. Manifestazioni, scontri, sassaiole, auto incendiate, idranti. Addirittura il tentativo di affogare un ufficiale della Celere in una fontana. Ma i fatti più gravi accadono altrove. A cominciare da Reggio Emilia, dove la polizia spara e uccide cinque militanti comunisti. Altre cinque persone vengono uccise durante i disordini che sono scoppiati contemporaneamente in Sicilia. Così il congresso non viene celebrato. E nel giro di qualche giorno, esattamente il 19 luglio, anche Tambroni è costretto a dimettersi.
Dopo i fatti di Genova nulla sarà più come prima. Il Msi e i fascisti entreranno nel ghetto, restandoci per più di trent’anni, mentre la Dc virerà bruscamente a sinistra, accogliendo nel governo i socialisti di Pietro Nenni. Mennitti in quei giorni si trova a Genova per preparare i lavori del congresso. Ecco la sua testimonianza:
Insieme al deputato della mia città, Clemente Manco, facevo parte della corrente di Pino Romualdi, che in quei giorni si era sempre più avvicinato alle posizioni di Michelini. Con Domenico Leccisi, sì, proprio lui, il «trafugatore» della salma di Mussolini, dirigevo un’agenzia che si chiamava Lo Stato. Con Leccisi fummo mandati a Genova una decina di giorni prima per preparare il congresso. Quindi ho assistito a tutto. Quei giorni ce li ho ancora davanti agli occhi: ricordo quando un capitano fu messo a testa in giù in una fontana. Ricordo un comizio di Sandro Pertini, un comizio durissimo contro di noi, un comizio che diede il la alla protesta antifascista. Secondo me fu sbagliato scegliere Genova come sede del nostro congresso. Devo dire che anche il ministero dell’Interno sottovalutò la cosa, perché fino a pochi giorni prima il governo continuava ad assicurare Michelini sul fatto che il congresso avrebbe potuto svolgersi regolarmente. Ma i fatti di Genova hanno un’importanza soprattutto dal punto di vista politico. Quel che accadde rappresentò un’oggettiva sconfitta per tutte le forze che volevano impedire l’avvento del centro-sinistra in Italia, a cominciare dal Msi. Fino al 1960, infatti, il partito aveva svolto un ruolo importante nella politica italiana. Il vero isolamento nasce dopo i fatti di Genova, quando la Dc, avendo deciso di spostarsi a sinistra, non vuole avere nessun potenziale concorrente nel suo bacino elettorale, tanto meno un pericoloso concorrente come un partito democratico di destra. Di qui l’esigenza di introdurre elementi come l’antifascismo, l’arco costituzionale eccetera. E di fornire l’immagine di un Msi isolato, nostalgico, proprio per impoverirlo delle sue potenzialità elettorali. In realtà la continuazione della vita politica italiana è stata più regolare, direi anche democratica, dal 1946 al 1960, quando cioè gli odi e le passioni delle guerra civile erano più freschi, che non dopo, quando invece avrebbero dovuto stemperarsi. Ciò a conferma del fatto che l’antifascismo del 1960 fu un elemento «indotto» nella società, non spontaneo. Fino al 1960 infatti, nonostante il riferimento esplicito al fascismo, il Msi non aveva avuto problemi di emarginazione. Aveva guidato insieme ai monarchici grandi città del sud e aveva appoggiato diversi governi. Quella di Genova fu chiaramente un’operazione condotta da quella parte della Dc che voleva spostarsi a sinistra, far entrare al governo i socialisti e tenere un dialogo privilegiato con i comunisti. Per fare questo aveva bisogno di rinfocolare la paura del fascismo.
Enzo Erra, che già era fuori dal Msi, non è d’accordo con questa analisi. Secondo lui la decisione di Michelini di appoggiare la Dc direttamente, senza intermediari politici, fu troppo prematura e quindi per forza di cose destinata al fallimento:
Dopo il 1960 la Dc, che fino a quel momento era stata in bilico tra destra e sinistra, scelse chiaramente il centrosinistra. Ma lo fece aiutata da Michelini, che tentò di realizzare troppo presto quello che aveva in mente e fece il passo sbagliato di appoggiare da solo Tambroni. Senza tramiti e senza intercapedini di garanzia politica e istituzionale, come monarchici e liberali, che poi era il motivo per il quale avevo manifestato il mio dissenso e per cui avevo abbandonato il Msi. Fu questa decisione a scatenare l’insurrezione, e non poteva andare che cosi. Michelini tenterà un ultimo inserimento nel 1962, facendo votare dal suo partito il nuovo capo dello Stato, Antonio Segni, ma ormai il Msi è ai margini della vita politica italiana. All’interno del partito serpeggia la delusione, mentre gli oppositori storici di Michelini, a cominciare dalla sinistra, esultano per la sconfitta dell’operazione di inserimento nel sistema.

FONTE: Nicola Rao, La fiamma e la celtica

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