Il corteo nero e le lunghe ombre: le trame della partita a scacchi - <b>FascinAzione</b>

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martedì 19 giugno 2018

Il corteo nero e le lunghe ombre: le trame della partita a scacchi

Il corteo nero e le lunghe ombre: le trame della partita a scacchi



Il corteo nero e le lunghe ombre: le trame della partita a scacchi. Questa è la terza ed ultima puntata di una interessante  inchiesta, condotta dal collega Alessandro Ambrosini, direttore del web magazine Notte Criminale, collaboratori di importanti testate on line nazionali, pubblicata da Vicenza Today che sapientemente ricostruisce alcuni dei giorni più inquietanti vissuti dalla sua Vicenza negli anni 90. Dopo più di 25 anni emergono nuovi dettagli ed oscure coincidenze.

La prima puntata potete leggerla qui
La seconda puntata potete leggerla qui


Ciò che successe dopo il 14 maggio del 1994, lungo le vie di Vicenza, fu l’esempio lampante di come, una congiunzione di poteri istituzionali-politici-mediatici, cercarono di fermare la costituzione del primo governo Berlusconi in Italia. Non è fantapolitica o complottismo, è solo l’analisi lucida di fatti e retroscena che sono emersi nel tempo. Una logica sequenza di considerazioni che si incastrano alla perfezione in uno dei periodi più bui della Repubblica italiana. Un periodo in cui, la mancanza di potere dopo i fatti di Mani Pulite, scatenò le “zone grigie” di questo Stato. 

Una data “consigliata”
Il 14 maggio di quell’anno non fu un giorno scelto a caso. In realtà fu una data “accettata”, escludendone altre, da chi, nelle istituzioni aveva un ruolo chiave. In quel periodo, oltre agli agenti della Digos, che sorvegliavano e osservavano discretamente i luoghi di ritrovo sia del Veneto Fronte Skinhead che del Fronte della Gioventù, c’era una figura anonima e taciturna che spesso passava per Piazza San Lorenzo con il suo cappotto di cammello beige.
Non era una persona comune. Era il comandante provinciale dei carabinieri, il tenente colonnello Giovanni Antolini. Ufficiale dell’Arma che, successivamente al corteo e a uno strano “rapimento”, venne trasferito da Vicenza a Palermo, a comandare il reparto operativo speciale, il Ros. La serie A del settore investigativo. Un personaggio così sopra le righe che si presentò a una riunione notturna ristrettissima degli organizzatori del corteo, mentre si stava decidendo il come e il quando della manifestazione. Anomalia mai spiegata fino in fondo.

Il megafono dell'informazione
Il corteo, inizialmente, non ebbe grande eco a livello nazionale. Non era la prima manifestazione organizzata dal Veneto Fronte Skinhead nel vicentino e, sicuramente, non la più numerosa. La notizia trovò spazio nella cronaca cittadina e in un piccolo articolo dell’Unità. Niente a che vedere con quello che sarebbe emerso un paio di giorni dopo. A battere la grancassa dell’informazione fu un’importante agenzia, il cui corrispondente locale era segnalato dalle malelingue come “molto vicino” ai servizi di intelligence italiani. Diceria forse giustificata dal fatto che all’ombra del Palladio, gli uomini dei servizi segreti, sono sempre stati attivi sia per la presenza della base americana e sia per alcune aziende che svolgono un ruolo centrale nell’economia italiana. 

Gli alibi di “palazzo” 
Quando ai microfoni della Rai, l’allora capo della Polizia Vincenzo Parisi, disse di non essere stato a conoscenza della manifestazione skinhead e che gli stessi si erano mimetizzati dietro a un’associazione culturale non raccontò la verità. Era noto infatti, dal 1991, che l’organizzazione era strutturata formalmente come associazione culturale, come noti erano nomi e cognomi degli affiliati. Decine di informative e segnalazioni sono transitate da Vicenza a Roma, per anni. Come decine o centinaia furono le pagine dei settimanali nazionali che parlarono del fenomeno “naziskin” prima di quella data.
Quando venne fatta la richiesta per il corteo, come da copione, la Questura di Vicenza chiese i rinforzi per l’ordine pubblico direttamente a Roma e solo il capo della Polizia poteva firmare l’autorizzazione. Come poteva non sapere?
Se non fosse stato a conoscenza della consistenza dei manifestanti, di chi avrebbe manifestato, dell’eventuale presenza di antagonisti come avrebbe potuto autorizzare un numero preciso di rinforzi? A pagare le conseguenze di quell’autorizzazione formalmente ineccepibile furono questore e prefetto che vennero rimossi e trasferiti. Una decisione strana visto che - un mese dopo a pochi chilometri di distanza - per un fatto ben più grave e misterioso, un boss mafioso come Felice Maniero scappò dal supercarcere di Padova senza colpo ferire e senza la rimozione di nessun funzionario. Un metro decisamente diverso.
l 21 maggio, prima della manifestazione della Vicenza democratica organizzata dalla giunta Variati in risposta al corteo skinhead, cinque persone assaltarono la sede dell’Msi-An ferendo un giovane militante missino. Ebbero il tempo di distruggere tutto ciò che trovarono davanti a loro, rompere un braccio e procurare cinque punti di sutura in testa al diciottenne vicentino, senza che nessuno delle forze dell’ordine si accorgesse di ciò che stava succedendo. Quel giorno Vicenza era una città blindata e controllatissima in ogni angolo.
Ogni sede politica era presidiata da una “pantera” o da una “gazzella”, eppure l’unico luogo veramente in pericolo per l’esposizione mediatica avuta fu lasciata in balia degli eventi. Soprattutto perché era risaputa la presenza degli antagonisti dei centri sociali del nord-est. Perché un tale errore di valutazione? Perché la sede politica più esposta fu quella che venne lasciata solo con una “vigilanza mobile”? Non ci furono risposte esaurienti, neanche dopo le interrogazioni dei parlamentari dell’Msi-An. 

Un proiettile a salve
Si, fummo usati. Ogni passaggio è stato un mattone per cercare di creare un muro all’avanzata di Berlusconi e del suo primo governo formato anche dai leghisti e da quei “fascisti” dell’Msi-An. Un muro troppo piccolo però per evitare la fiducia al Senato che avvenne cinque giorni dopo quel corteo.
Dopo 24 anni, i dubbi covati trovano oggi riscontri, spifferi e certezze su ciò che avvenne. Usarono una protesta legittima per creare un caso mediatico e politico. Senza volerlo diventammo una pistola nelle mani di chi ci usò e del nostro “naturale avversario”. Sarebbe troppo facile e sbagliato accreditare solo alla sinistra le responsabilità di ciò che successe in quei giorni. Ciò che si si mosse fu altro, furono dei poteri che, in quegli anni, non era difficile incontrare in un’Italia scavata dal tritolo mafioso e dagli scandali politico-finanziari. 
Era in corso una trasformazione silente, rivoluzionaria per alcuni versi e Vicenza ebbe un ruolo in tutto ciò. Fu un proiettile sparato a salve. Fece molto rumore per nulla

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