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martedì 6 marzo 2018

L'analisi/ Alla regione Lazio il centrodestra si mangia le mani per l'occasione sprecata

La cocciutaggine montanara di Sergio Pirozzi è costata cara al centrodestra laziale. Grazie al tracollo generale del Pd, infatti, quella che sembrava un'impresa impossibile, la rimonta da parte di un candidato considerato debole come Stefano Parisi, è quasi riuscita.

Al general manager che piace tanto a Berlusconi sono mancati 54mila voti, poco più di un terzo di quelli raccolti dal sindaco di Amatrice. Un buon risultato per un outsider senza apparato di partito alle spalle: ma quel 4.9% raggiunto è ben lontano dalle attese e dalle speranze.

Nel centrodestra però molti restano convinti che Parisi era l'uomo sbagliato. Sicuramente quel 5 e più percento di elettori che hanno votato una lista ma poi hanno preferito un altro candidato governatore. La coalizione, infatti, ha preso 56mila voti in più dei partiti del centrosinistra.

Puoi anche usare l'election day ma poi pesano lo stesso i diversi dispositivi di voto. Le preferenze continuano a penalizzare chi ha una sola lista composta da candidati che non hanno filiere personali e clientelari. Roberta Lombardi ha ottenuto il 27%, la lista soltanto il 22%.

Non è riuscito a entrare in Consiglio regionale ma il 2% di Mauro Antonini e l'1.7% per la lista di CasaPound è un buon risultato. Soprattutto se si confronta all'unico precedente serio: l'1.94% dell'europarlamentare Mussolini nel 2005, con Fiamma, Forza Nuova e Fronte nazionale

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