5 marzo 1982, la cattura di Francesca Mambro: "Vale mi ha salvato la vita" - <b>FascinAzione</b>

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lunedì 5 marzo 2018

5 marzo 1982, la cattura di Francesca Mambro: "Vale mi ha salvato la vita"


Trentasei anni fa era ferita in un conflitto a fuoco dopo una rapina in banca e catturata Francesca Mambro, passata alla storia come la "pasionaria nera"". Enzo Biagi la descrive come il personaggio più inquietante tra i tanti da lui intervistati in mezzo secolo di carriera ("non conosce la parola rimorso") ma in tutta evidenza diversa è l'immagine che ci offre in quest'intervista a Zavoli per la "notte della repubblica" dove si parla di 'senso di colpa' e di 'dubbio'... Un'intervista di 30 anni fa.
Così, invece, ho ricostruito in "Guerrieri" il giorno della cattura. Ho tagliato parecchi nomi, tutti di giovanissimi fiancheggiatori dei Nar, coinvolti per ospitare i latitanti o soccorrere i feriti. Hanno diritto all'oblio:


La mattina del 5 marzo scende in campo il meglio di quel che resta degli ultimi Nar: i superlatitanti Francesca Mambro e Giorgio Vale, che assicurano la copertura esterna, mentre il gruppo d’attacco è composto dall’ultimo leader, Roberto Nistri (che nella ricostruzione dei “pentiti” dirige le operazioni, una sorta di crono-maitre), Fabrizio Zani, i fratelli Ciro e Livio Lai. Alle 10.30 assaltano l’agenzia 2 della Bnl a via Aurelia. Disarmato il “guardione”, in due (Ciro Lai e Zani) entrano in banca e prelevano 38 milioni in contanti e 55 in assegni. Livio Lai e Nistri si appostano all'ingresso e controllano i clienti, il vigilante neutralizzato e un carabiniere sopraggiunto per caso e subito privato dell’arma. Un passante informa la polizia. Un agente in borghese, a bordo di una vettura civile, si apposta, intima l'alt, apre il fuoco colpendo Livio Lai (che limita i danni grazie al giubbotto antiproiettile). Nelle drammatiche circostanze affiorano le qualità militari di un gregario di lusso come Vale: sorprende alle spalle l'agente che ha aperto il fuoco, lo colpisce e consente lo sganciamento. Si allontana a piedi, spara una raffica di mitra su due poliziotti che lo scambiano per un collega (succederà ancora il mese dopo: una vecchina vedendolo con un mitra in mano a pochi passi da una banca lo avverte che è in corso una rapina, lui la rassicura che sta aspettando i colleghi per bloccarli), si appropria di un’auto abbandonata e poi a una pompa di benzina si fa dare le chiavi di una Alfa Romeo spacciandosi ancora per un agente.
A complicare la fuga c’è il fatto che "Pigi" Bragaglia resta imbottigliato nel traffico. Così l’altro autista, "Ciccio" Procopio, è costretto a caricare sulla sua Volkswagen insieme a Francesca i fratelli Lai che fuggono sparando. Una volante li intercetta a piazza Irnerio e si scatena un violentissimo conflitto a fuoco di fronte all’ufficio postale. Alla fine resterà ucciso uno studente di passaggio, il 16enne Alessandro Caravillani, e saranno quattro i feriti: Francesco Mambro, raggiunta allo stomaco da un colpo di rimbalzo, un poliziotto, due passanti. Nell’auto abbandonata, tra abbondanti tracce di sangue, sono recuperati moduli di patenti in bianco rubate, il giubbotto antiproiettile che Francesca non ha indossato, una Smith & Wesson calibro 38, un pugnale, un caricatore per M12 con 20 cartucce. 
Alle 7 di sera una telefonata anonima a nome dei Nar avverte che Francesca Mambro è stata abbandonata in un’auto presso l'uscita secondaria dell'ospedale S. Spirito. (...) Nei giorni successivi si susseguono comunicati e telefonate  minacciose che ingiungono di non fare nessun male o pressione su Francesca.
Lei è stata curata nell'autorimessa dell’agente di collegamento di Vale, poi un medico procurato da Nistri consiglia il ricovero. La logistica già in affanno non è in grado di reggere l’impatto del disastro. Per assicurare il pernottamento ai fratelli Lai – ospitati la sera prima da due militanti di Terza posizione-Settembre   – è convocato d’urgenza a Roma un fiancheggiatore veneto, Sergio Bevivino, per prenotare una stanza d’albergo. E infatti, nel suo appartamento a Padova, usato anche da Ciro Lai, un mese dopo sarà rinvenuto un notevole quantitativo di banconote che i cassieri riconosceranno come parte del bottino, mentre nell'appartamento torinese usato da Zani verrà recuperata la Beretta calibro 9 rubata al carabiniere. Bragaglia capisce che la situazione è insostenibile e scappa all’estero, facendo perdere le sue tracce: tutt’oggi è l’unica “primula nera” dei Nar [in realtà arrestato nell'estate si è fatto più di due anni di galera in Brasile ma non è stato estradato, ndb] . Walter Sordi tenterà di accollargli ancora un paio di rapine ma senza altri riscontri la corte lo assolverà.
Anni dopo Francesca racconterà a un giornalista che quel giorno avrebbe voluto lasciarsi morire. Non è andata proprio così. Gli ultimi disperati dei Nar avevano stretto un estremo patto di morte: non si sarebbe permesso a nessun ferito grave di cadere nelle mani degli “sbirri”, mettendo in pericolo la latitanza dei superstiti. Ci avrebbero pensato gli stessi camerati, con un fraterno colpo di grazia, a risparmiare torture o confessioni estorte con il Penthotal. Francesca chiede di essere salvata, qualcuno accenna al patto, poi interviene Vale, secco: «Non se ne parla proprio». E la storia - rimossa o occultata che fosse stata in precedenza - ritorna, raccontata da Francesca, nel drammatico epistolario con Anna Laura Braghetti, in cui la Mambro, impegnata nella “battaglia finale” per evitare la condanna per Bologna, si apre in uno sforzo di sincerità, violentando la sua naturale ritrosia: 

Uno, che non era mio amico, invece di portarmi in ospedale voleva tirarmi un colpo in testa perché si dice che sotto anestesia si può parlare e si preoccupava di tornare a casa e dormire tranquillo. Giorgio e gli altri si sono sentiti all’istante adulti. E spaventati l’hanno zittito. Nemmeno per loro, che erano costretti a lasciarmi davanti all’ospedale, sembrava avere più senso quello che stava accadendo. Fa più paura la morte degli altri che la tua. Il giovane medico che mi visita nel garage conferma che si tratta di una questione di tempo. Giorgio si aggirava intorno alla macchina disperato, provava a proteggermi ancora cercando una via d’uscita che non c’era, come non c’erano i posti per dormire perché nessuno si sarebbe sognato di nasconderci. In un momento in cui riprendo conoscenza Giorgio mi chiede cosa voglio fare. Gli rispondo che potrei morire. E perdo di nuovo conoscenza. Prima che arrivino gli infermieri mi ha tolto tutto dalla borsetta lasciando solo il documento falso: «Fino all’ultimo avranno il dubbio se sei davvero tu...io resterò qui vicino e non gli permetterò di spararti in testa». Gli chiedo di non piangere e per favore di non farsi ammazzare. Gli voglio bene e se morisse anche lui non lo sopporterei. Sento per l’ultima volta chiamarmi Chiara mentre mi accarezza e mi copre con la giacca. Riapro gli occhi svegliata adesso da un dolore lancinante alla pancia e alla gamba. Mi stanno togliendo dalla macchina e io voglio già tornare indietro perché so che adesso sarò davvero sola. Però Valerio mi aspetta.


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