martedì 27 febbraio 2018

27 febbraio 1969. Scontri al Magistero: muore lo studente anarchico Domenico Congedo

Il 27 febbraio 1969 il presidente americano Richard Nixon visita Roma. grande tensione, mobilitazione generale del Movimento studentesco, scontri con la polizia. I neofascisti assaltano la facoltà di Magistero occupata. Uno studente anarchico cade da un cornicione e muore. La tragedia è ricostruita in un breve saggio "Una morte dimenticata e la fine del Sessantotto" di Francesca Socrate, associata di Storia contemporanea alla Sapienza, da anni impegnata in una ricerca sul Sessantotto.  Il saggio è stato pubblicato sul numero 1 anno 2007 della rivista del Dipartimento di Storia, Cultura e Religioni della Sapienza, Dimensioni e problemi della ricerca storica. Questo è il testo del terzo capitolo, con un taglio sulla riforma Sullo.

Si chiamava Domenico Congedo. Frequentava il secondo anno del corso di laurea in Lingue e Letterature straniere presso la facoltà di Magistero di Roma, dove si era trasferito dopo un primo anno di studi universitari a Napoli. Era nato a Monteroni in provincia di Lecce il 2 aprile 1945, e vissuto a Galatina, dove all’epoca risiedevano ancora i genitori, la madre maestra e il padre impiegato delle Poste. A Roma abitava in via Bitinia, nel quartiere Appio Latino, in una camera in affitto. A Magistero, che dall’inizio dell’anno accademico era stata occupata dal movimento studentesco già due volte – la prima a novembre, per una quindicina di giorni, e la seconda a partire dall’11 febbraio –, Congedo aveva probabilmente preso parte a qualche attività del movimento, anche se forse in una posizione defilata. Aveva stretto un’amicizia – non sentimentale, aveva sostenuto la ragazza – con una studentessa di Roma, Giuseppina Catello, che abitava vicino alla facoltà, in via dei Serpenti, e con cui studiava per preparare gli esami. Anche quel pomeriggio era passato da lei, come faceva spesso, verso le due e mezzo del pomeriggio, avevano studiato fino alle quattro e poi erano usciti insieme per andare in facoltà a informarsi sull’eventuale ripresa degli esami. 
Magistero era infatti occupata da più di quindici giorni appunto, come d’altronde erano occupate tutte le facoltà dell’ateneo, tranne Medicina e Farmacia. (...)
Ma torniamo al pomeriggio del 27 febbraio, quando verso le quattro e mezzo Congedo e la Catello arrivano davanti alla facoltà di Magistero. Quel giorno era stata indetta dal Comitato per la pace, formato dalle principali organizzazioni della sinistra ufficiale, una manifestazione contro la visita in corso a Roma del presidente americano Richard Nixon. Il corteo sarebbe partito verso le 17,30 da piazza della Repubblica, dove si apriva anche l’ingresso di Magistero. 
La piazza si stava riempiendo, e davanti al portone della facoltà c’era un gruppo di giovani. Circa una ventina, di cui alcuni non studenti, dichiarava la Catello, dal momento che «gli studenti del magistero li conosc[eva] quasi tutti di vista». Lei infatti non era un’isolata, anche se sostanzialmente marginale al movimento, con cui simpatizzava ma da cui si teneva a distanza, almeno stando all’interrogatorio: «Sono solo una studentessa che ha voglia di studiare. La mia famiglia è una famiglia ordinata e mio padre è impiegato delle poste».
Chiacchieravano da un po’, il corteo era ormai già partito, quando qualcuno di loro gridò concitatamente «Venite dentro! Venite dentro! Perché stanno arrivando i fascisti». Si dirigevano effettivamente a passo di corsa verso la facoltà un centinaio circa di persone, armate di bastoni e pistole lanciarazzi, alcuni con lo stemma della Repubblica di Salò. Venivano da piazza Santi Apostoli e, come denunciava il giorno dopo al Senato il comunista Bufalini, «quei criminali [avevano] potuto percorrere indisturbati tutta via Nazionale fino a piazza Esedra armati di bastoni uncinati e […] gridando: “viva il fascismo, viva il duce”». Non era d’altronde la prima volta in quel mese: il 17 il gruppo di estrema destra “Università europea” aveva tentato con azioni violente di entrare nella facoltà occupata, e due giorni dopo, il 19, studenti definiti dal questore «apolitici» avevano manifestato a lungo sotto Magistero con bandiere tricolori gridando «slogans anticomunisti». 
La Catello non aveva visto arrivare i neofascisti, ma si fece prendere «da un certo orgasmo», come disse lei stessa al sostituto procuratore Antonino Lojacono, e insieme ad altri, tra cui lo stesso Congedo, entrò di corsa nel portone principale che qualcuno di loro poi chiuse e sprangò da dentro, dove peraltro – è sempre la Catello che ricorda – erano già predisposte delle barricate attraverso cui erano state lasciate per il passaggio delle piccole aperture, immediatamente richiuse. 
Fuori, intanto, il corteo del Comitato della pace, composto da qualche migliaio di persone, guidato tra gli altri dai dirigenti del Pci Edoardo Perna e Antonello Trombadori, ma non autorizzato per ragioni di ordine pubblico, procedeva verso largo Chigi in un clima di crescente tensione. Arrivati a piazza Colonna il primo incidente sotto la redazione del quotidiano di destra “Il Tempo”: da una parte i giornalisti che dai balconi della sede del giornale «si esibivano provocatoriamente nel saluto fascista», dall’altra un gruppo di manifestanti che gli lanciava contro sassi e sampietrini fino a colpire il caporedattore Vanni Angeli. Da quel momento, con la prima brutale carica della polizia, seguita, dopo un iniziale sbandamento, dalla reazione dei manifestanti, s’apriva un pomeriggio di scontri violentissimi che si propagarono fino a tarda sera per una vasta area del centro storico, da piazza Fontana di Trevi a piazza di Spagna, a via Nazionale a largo di Santa Susanna, a piazza Barberini e piazza Santa Maria Maggiore. Mentre i giovani, dispersi nelle vie strette del centro di Roma, operavano «a tratti sortite a piccoli gruppi, dopo aver divelto le aste della segnaletica stradale» ed erigevano barricate, si armavano di sassi e sampietrini, davano fuoco ad automobili e ingaggiavano vere e proprie battaglie con poliziotti e carabinieri, questi attaccavano i manifestanti con manganelli e catene e in piazza Colonna usarono anche bombe lacrimogene: «alle 21 piazza Colonna pareva un campo di battaglia: vetri infranti, affiches pubblicitarie per terra, sassi e pezzi di bastoni sull’asfalto, qualche auto con i vetri infranti».
Scontri altrettanto duri, nel frattempo, erano scoppiati attorno alla città universitaria. Qui, riuniti in assemblea, gli studenti del movimento avevano nel primo pomeriggio deciso di aderire alla manifestazione di piazza della Repubblica contro Nixon e verso le 16 si dirigevano in corteo verso i cancelli dell’università. Ma la polizia, schierata su piazzale delle Scienze, proprio di fronte all’ingresso della città universitaria, attaccò con una carica i primi gruppi di manifestanti appena usciti. Di questi, circa quattrocento, alcuni si dispersero per San Lorenzo – il quartiere attorno all’università – e altri riuscirono a rientrare. Da quel momento un altro epicentro della violenza avrebbe segnato il pomeriggio romano con barricate, molotov, cariche della polizia, rastrellamenti. Anche qui la pressione si attenuava solo verso le nove di sera: polizia e carabinieri si allontanavano e gli studenti uscivano dall’università per ritrovarsi di lì a poco ad Architettura, in assemblea, dove avrebbero discusso i molti fatti della giornata. Tra questi, il drammatico incidente occorso a Domenico Congedo, di cui si era diffusa verso quell’ora la notizia della caduta e del ricovero in gravissime condizioni al Policlinico.
Ecco la cronaca dei fatti.
Tra le cinque e mezzo e le sei di sera un gruppo di giovani, l’abbiamo visto, si era rifugiato dentro Magistero per sfuggire all’assalto di un centinaio di neofascisti arrivati di corsa in piazza della Repubblica. Erano impauriti e, raccontò la Catello, dopo essersi barricati dentro la facoltà, cercarono di capire cosa accadeva al di fuori affacciandosi su piazza della Repubblica dalla finestra che si apriva sul vano delle scale. Sentirono dei «clamori» e poco dopo videro un ragazzo che dalla strada si aggrappava alla grata della finestra del piano terra per lanciare all’interno delle pietre. Dall’interno qualcuno rispose con «corpi contundenti»: uno scambio che durò pochi minuti. Poi ci furono degli scoppi, come di petardi, di cui alcuni all’interno della facoltà, chiaramente lanciati da fuori. Ad acuire la tensione, poco dopo qualcuno di loro notò che era stato appiccato un incendio dall’esterno al portone della facoltà. Anche l’incendio durò pochi minuti: ma la paura aumentava. La paura era che quei giovani di estrema destra riuscissero ad entrare: «la confusione era al massimo e la nostra tensione anche», riportò la Catello. 
Il gruppo iniziale si distribuì per le scale e le aule della facoltà. Con Congedo e la Catello rimasero un ragazzo e tre ragazze: Tommaso Margarone, un manovale disoccupato, poi Laura Leccese, Imelda Sabellico, Giuseppina Del Ferro, tutte studentesse al primo anno di Magistero.
Congedo e la Catello seguirono quasi senza capire una ragazza, probabilmente la Leccese, che li guidò al terzo piano dove, attraverso stanze e corridoi e poi un ballatoio, arrivarono in «una sala di piccole dimensioni, piena di sedie, di tavoli, libri e carte varie. Ho avuto la sensazione che si trattasse di un ripostiglio», precisò Laura Leccese. Qui si barricarono, appoggiando un armadio di metallo contro la porta: ma quella stanza quasi buia che dava sul cortile interno del Museo delle cere – «non vi era illuminazione sufficiente, tranne una piccola luce rossa, tanto che ho dovuto accendere l’accendisigari per guardare attentamente» – non permetteva di sentire i rumori della piazza. «Ci siamo messi a parlare facendoci coraggio per non avere paura dei fascisti, perché erano persone come noi»: nelle testimonianze delle quattro ragazze trapela l’incertezza, la paura, e una vena di ingenuità politica che farebbe escludere una loro appartenenza militante al movimento. Si misero a discutere sul da farsi: non sapevano se quei giovani di destra erano entrati nella facoltà, e non riuscivano a decidere chi di loro e in quanti dovessero uscire a verificare. Esclusa l’idea di passare per la porta esponendosi così al rischio di aprire agli attaccanti, sembra che Congedo abbia proposto a Margarone di uscire loro due dalla finestra per raggiungere un ballatoio da cui rientrare nella facoltà. Al rifiuto di Margarone, Congedo si tolse il soprabito che indossava e lo appoggiò sul tavolo di ferro vicino alla finestra. Poi aprì la finestra, salì sul davanzale mentre fuori era già scuro, come scura era la stanza in cui si trovavano: "quindi si voltò con il viso verso di noi e con le spalle nel vuoto, allungò la sua gamba destra verso la sua destra (cioè alla nostra sinistra che guardavamo lui) e con un movimento verso destra, sparì alla nostra vista".
L’unico che lo vide cadere fu Margarone, perché era l’unico che si era avvicinato alla finestra, ma non disse nulla, spiegò a Lojacono nell’interrogatorio, per non spaventare le ragazze che erano «agitatissime». La dinamica descritta da Margarone coincide sostanzialmente con quella ricostruita successivamente dai Vigili del fuoco: nel tentativo di raggiungere il ballatoio del piano superiore, l’ultimo dell’edificio, da cui poi rientrare all’interno della facoltà attraverso le finestre dei bagni che vi si affacciavano, Congedo, in piedi sul davanzale, si aggrappò a una sbarra di ferro infissa nella parete a sostegno di una vasca per l’acqua posta all’altezza del filo della finestra e lì, poggiato un ginocchio, afferrò il parapetto del ballatoio con una mano. Quando tentò di attaccarsi anche con l’altra mano, la lastra di travertino del parapetto slittò, o si ribaltò, per mancanza di aderenza alla muratura sottostante, e Congedo cadde nel vuoto. 
Ci misero del tempo prima di capire. La Del Ferro, che aveva visto un’ombra cadere e l’avevano sentita gridare «È caduto! È caduto!», ebbe un malore; Margarone, di fronte all’agitazione delle ragazze, non solo tacque su ciò che aveva visto, ma mentì sostenendo che si trattava di una scatola di cartone e sortì in questo modo l’effetto voluto: raccontava la Leccese che, dopo aver sentito un rumore come di calcinacci, sporgendosi con gli altri dalla finestra sul cortile buio, aveva avuto «la sensazione che quello che si vedeva fosse qualche scatola di cartone». A questo punto, si erano fatte le sette di sera, uscirono dall’ingresso laterale di Magistero in via Cernaia. Margarone si allontanò definitivamente accompagnando la Del Ferro all’istituto delle Orsoline sulla via Nomentana dove si trovava a pensione, allarmato dalla presenza dei neofascisti che effettivamente, in piccoli gruppi, stazionavano ancora in piazza della Repubblica. 
In una prima fase, infatti, questi avevano lanciato una serie di petardi (o bombe-carta, non è chiaro) all’interno della facoltà e poi, in due riprese, avevano tentato di incendiare il portone d’ingresso di Magistero per poter entrare. La polizia era intervenuta con alcuni caroselli solo al secondo tentativo di incendio, come ammetteva lo stesso commissario di ps Adolfo Alonzi, lì a capo di una compagnia del reparto Celere e di 80 carabinieri. I giovani di destra si erano dispersi, ma una parte di loro, dopo poco, era tornata appunto in piazza della Repubblica. 
Tra le sette e le sette e mezzo, intanto, mentre la Catello e la Sabellico rimanevano fuori della facoltà, la Leccese rientrava nuovamente con altri due studenti che aveva appena coinvolto nella ricerca di Congedo: affacciatisi sul solito cortile dal piano rialzato, riconobbero questa volta il corpo supino di Congedo sul pavimento. 
I due studenti avvertirono immediatamente le autorità di polizia che presidiavano piazza della Repubblica: il vicequestore Eugenio Puma, che dirigeva lì i servizi d’ordine pubblico, vista l’impossibilità di accedere al cortile direttamente da Magistero, ordinava ai suoi agenti di entrare dall’ingresso del Museo. Il cancello cedeva a fatica, e finalmente il corpo del giovane studente, caricato su un’ambulanza, alle otto di sera veniva portato via. 
Ricoverato al Policlinico, dove immediatamente riscontravano il grave stato di shock e le molteplici contusioni, «senza poter rendere alcuna dichiarazione in merito a quanto occorsogli», Congedo moriva due ore dopo, alle dieci e un quarto della notte.

0 commenti:

Posta un commento