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Viaggio nell'Italia che non si sente Italia

Dal "Principato di Salerno" a "Napolitania", da Trieste "nazione" allo Stato del "Monte Bianco", e poi la Res Pubblica Romana e gli indipendentisti grillini del "Granducato"...
Altro che Catalogna, qui in Italia una "Nazione" non se la vuole negare proprio nessuno, come ci racconta il collega Antonio Rapisarda dalle colonne de Il Tempo, storico quotidiano romano, con una interessante inchiesta  sulle piccole e grandi velleità separatiste in Italia. Tra rivendicazioni, sostrato storico, patria carnale ma anche (e soprattutto) provocazioni, piccoli egoismi, boutade.

E se anche in Italia dovesse emergere una spinta indipendentista tale e quale a quella catalana? Del resto in quanto a vocazioni, rivendicazioni e identità specifiche la mappa delle “Italie” potrebbe essere ben più intricata di quella che rischia di dividere ciò che rimane dell'impero spagnolo. Da Nord a Sud, passando per il Centro, il sentimento scissionista dall'Italia – per le più svariate ragioni, da quelle storiche a quelle linguistiche, da quelle economiche a quelle “visionarie” – è corollario che ha sempre accompagnato la vasta letteratura del Paese dei cento campanili, soprattutto quando questi ultimi hanno avuto bisogno di trovare uno spauracchio (lo Stato centrale) contro cui lottare o un mito (la patria carnale) su cui rifondare la propria identità.
Non solo Lega Nord, allora. Anche se il Carroccio fondato da Umberto Bossi ha offerto di certo la prova più strutturata dal dopoguerra ad oggi, con un movimento capace di recuperare un luogo impolverato dalla memoria – la Padania – e di costruire su questo una macchina capace di sfidare la Repubblica italiana fino a sfiorare l'accusa di colpo di Stato. Eppure una secessione, o meglio una fondazione, andata a buon fine c'è stata, anche se è stata letteralmente fatta esplodere. Parliamo della “Repubblica dell’Isola delle Rose”, la piattaforma sul mare costruita l’ingegnere Giorgio Rosa, che fondò lo Stato indipendente al largo di Rimini. Un sogno libertario (dalla burocrazia, dalle tasse) nato “nonostante il '68” e finito con lo smantellamento (la stessa Washington aveva timore che esperienze simili potessero sorgere a Cuba).
Repubbliche di fondazione a parte, non si contano in tutta la Penisola i movimenti che rivendicano l'indipendenza per motivi legati alla storia. I risvolti della Prima e la Seconda guerra mondiale, ad esempio, sono gli snodi sui quali sono sorti, rispettivamente, l'indipendentismo sudtirolese e quello anti-italiano a Trieste. Il Süd-Tiroler Freiheit è attualmente il partito che esprime radicalmente la questione altoatesina dal lato “filo-austriaco”: ossia di chi vorrebbe andare via dall'Italia in nome dell'autodeterminazione del popolo Sudtirolese (anche se l'obiettivo grande è annettersi all'Austria). Speculare alla “riconquista” di Trieste del '54 dopo l'occupazione inglese è il “Movimento Trieste libera” che, strano ma vero, rivendica una sorta di “status di nazione” rispetto all'Italia: tutto questo in nome della condizione giuridica di stato cuscinetto istituito dal Trattato di Pace del '47, status che secondo il movimento Trieste non avrebbe ancora perduto.
In Veneto, poi, si sviluppano storicamente alcuni significativi movimenti indipendentisti legati al “grande passato” della Repubblica di Venezia. È il caso della Liga Veneta (con il celebre “attacco” dei Serenissimi al campanile di piazza San Marco) ma anche di movimenti più politici come Progetto Nord-Est, o Grande Nord, movimento nato proprio in contrapposizione alla Lega “nazionale” di Salvini.
Movimenti “di liberazione” non mancano poi in Lombardia (il Fronte indipendentista lombardo), in Liguria (il Fronte indipendentista ligure) e in Valle D'Aosta (Movimento indipendentista per l’Arpitania); nel Centro Italia esiste “Toscana Nazione” (ma senza voglia di ristabilire il Granducato, semmai una democrazia diretta in salsa grillina) e nel Lazio c'è addirittura chi intende restaurare con la “Res Pubblica Romana” uno stato indipendente nell'Italia centrale (con un'attenzione anche al patrimonio spirituale dello Stato Pontificio).
È nel Mezzogiorno, poi, che con l'annosa “questione meridionale” sono attivi da sempre diversi movimenti di carattere anti-risorgimentale. Tra i più conosciuti vi è il Movimento neoborbonico, famoso per le sue invettive anti-Lega ma in realtà animato da ricercatori che intendono «ricostruire la storia del Sud». Molto attiva nella “macroregione” è anche la Lega Sud Ausonia mentre il Fronte di Liberazione della Napolitania intende proprio riaffermare “la patria” del Regno di Napoli prima che la forma statuale.
Tutto meridionale, poi, è il tema su “chi vuol essere la ventunesima regione d'Italia”. A contendere questo obiettivo sono due pretendenti: il “sogno” del Principato di Salerno e il Movimento Regione Salento. Il primo è un pallino del deputato salernitano di FdI Edmondo Cirielli, che rivendica - parlando del capoluogo campano - di «una realtà omogenea e ben consapevole delle proprie potenzialità capace oggi di esprimerle in autonomia, come avvenuto ai tempi delle ingerenze di Carlo Magno». Obiettivo analogo è anche quello del Movimento che intende sviluppare la “secessione pugliese”, ossia il Salento dalla Puglia.
Anche nelle due isole maggiori esistono da sempre forti richiami separatisti. Controversa la storia dell'indipendentismo siciliano del dopoguerra: dalla sfera d'influenza Usa sulle realtà sicilianiste emergenti, al famoso coinvolgimento del bandito Giuliano nell'Evis, il braccio armato del Movimento indipendentista siciliano, a sua volta la realtà più strutturata del separatismo. Molto attivo, ancora oggi, è l'arcipelago delle sigle indipendiste sarde. Molte di queste, non a caso, presenti in questi giorni a Barcellona per testimoniare vicinanza e solidarietà ai catalani. «Noi osservatori internazionali siamo gli scudi umani», ha assicurato Gavino Sale, leader di Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna, mentre i militanti Fronte Indipendentista Unidu hanno occupato assieme ai catalani le scuole per garantirli come seggi. Solidarietà certo, ma anche – perché no - prove tecniche e gemellaggi da esportare in “patria”.

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