giovedì 6 luglio 2017

Milano, Casa Pound chiede le dimissioni del sindaco Sala

(G.p)Dopo il blitz fin dentro Palazzo Marino, sede del comune di Milano, dove avevano interrotto il consiglio comunale per chiedere le dimissioni del sindaco Sala dopo le indagini su Expo, i militanti milanesi di Casa Pound Italia hanno organizzato una nuova offensiva contro il primo cittadino.
Nella notte tra il 4 ed il 5 luglio, i militanti del movimento politico guidato da Gianluca Iannone e da Simone Di Stefano hanno affisso decine di striscioni riportanti la seguente scritta: Sala falsario, dimettiti.
Il senso di questa iniziativa ci viene spiegato, con maggiori dettagli, da una nota, diffusa da Casa Pound Milano. Nota che pubblichiamo interamente.


“Sala falsario, dimettiti!”. È quanto si legge sugli striscioni affissi in tutta la città da CasaPound Italia Milano per chiedere nuovamente le dimissioni del sindaco Giuseppe Sala, indagato per falso e turbativa d’asta.
«Sala deve dimettersi. È inaccettabile – commenta Massimo Trefiletti, responsabile milanese di CasaPound – che il sindaco, con la copertura dei consiglieri di maggioranza, non senta il dovere di rispondere ai milanesi delle proprie responsabilità e del tradimento del patto che aveva contratto con loro in campagna elettorale, quando prometteva onestà e trasparenza».
«Dopo il nostro blitz in Consiglio comunale – sottolinea Angela De Rosa, portavoce milanese del movimento - il sindaco si è preoccupato solo di "blindare" il Palazzo. È comprensibile: è normale che chi favorisce il business dell'immigrazione e non garantisce diritti ai milanesi si senta sotto assedio da parte dei cittadini e degli italiani che non si arrendono».
«Regalare la residenza agli immigrati - continua De Rosa - è l'ennesima prebenda che il sindaco paga ai centri sociali, con i quali ha un sodalizio di fatto basato su interessi di parte, non rappresentativi del bene comune».
«Non accettiamo lezioni di democrazia e dialogo da chi tenta di negare la nostra legittima agibilità politica e continueremo questa battaglia politica - concludono De Rosa e Trefiletti – senza farci intimidire da minacce di repressione».

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