venerdì 23 giugno 2017

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23 giugno 1994: muore Elio "Kapplerino" Di Scala

Un ritratto di Elio Di Scala, ucciso il 23 giugno 1994 nel corso di una rapina in banca. Oggi alle 16.30, come ogni anno, i suoi camerati lo ricorderanno con una cerimonia al cimitero del Verano. Dalla prima edizione di Fascisteria

Se Alibrandi ha coronato nella “bella morte” un vitalismo forsennato che lo ha spinto a bru­ciare in meno di tre anni tante esperienze, dalla milizia politica alla malavita dalla guerra in Libano alla lotta armata clandestina, tanti suoi camerati sembrano invece dannati, da una sorta di coa­zione a ripetere, a entrare e a uscire dal carcere, nella routine di un’attività criminale che sembra davvero una mala vita, fino alla morte. Così è stato per Elio Di Scala, detto Kapplerino per la giovanissima età, morto nel corso di una rapina in banca al Portuense, in un conflitto a fuoco col guardione. Capelli biondi e occhi az­zurri, fi­glio di un professore li­ceale di destra, Kapplerino si fa notare nella zona di Roma sud–ovest per la pro­pensione alla violenza. E’ arre­stato a 15 anni per la partecipazione agli scontri dopo il massacro di Acca Larentia e poi nell'aprile 1981 nel blitz contro il Fuan, dove era uno dei discepoli di Morsello. Condannato a 8 anni per banda armata e rapine, è accusato di due episodi in cui sono uc­cise guardie giu­rate: nel maggio ‘80, alla ComIt del qu­ar­tiere Fleming, alla quale av­rebbe partecipato an­che Alibrandi e per la quale è con­dannato, l'altra nel no­vembre ‘92, all’interno del Bambin Gesù, rapina per la quale era stato arre­stato e poi scar­cerato Massimiliano Taddeini, componente del nucleo operativo di TP. Nell’ottobre 1993, dopo essere riparato in Inghilterra, si costituisce, si dichiara innocente, i giudici gli cre­dono e ottiene la li­bertà. A vent’anni, mentre era detenuto per il FUAN i medici gli avevano diagnosticato un tu­more benigno al cervello e i ra­dicali si battono per la sua libertà. Il 14 maggio 1987 a Roma, completamente “fatto” di co­caina e whisky, si mette a spa­rare contro passanti, auto in sosta e i carabinieri che alla fine riescono a immobi­liz­zarlo senza far fuoco, per la presenza di numerosi bambini che si trovano nel giardinetto di via Marmorata, nei pressi del palazzo della posta dove “Kapplerino” ha scaricato più volte la sua 357 magnum. E’ lo stesso scenario dell’omici­dio del maresciallo Radici. Il raptus è scatenato da un banale li­ti­gio con la madre. Nella sparatoria rimane leggermente fe­rito un pas­sante. Dopo la cat­tura è ricoverato in ospedale in stato confusionale. A casa trovano settanta grammi di coca, un giubbotto antiproiettile, munizioni e alcuni binocoli. È ar­restato per tentato omicidio, deten­zione di armi e cocaina. Quando arriva in carcere i “camerati” che lo incontrano – e che pure ne hanno viste di tutti i colori – sono sconvolti dalle evidenti tracce di un pestaggio e di sigarette spente sulla pelle. I carabinieri incuranti del suo stato di sof­fe­renza mentale avevano pensato bene di “dargli una lezione”. Lo riconoscono incapace di intendere e di volere e finisce al manicomio criminale di Montelupo Fiorentino.  Il buon esito dell’inchiesta sulla rapina al Bambin Gesù lo incoraggia a coltivare la passione giova­nile. Fino al pomeriggio del 23 giugno ‘94, un pomeriggio da di­men­ticare per le forze del­l’ordine a Roma. Tre rapine con conflitto a fuoco in un paio d’ore. Vicino al cadavere di “Kapplerino”, un complice ferito: Fabio Gaudenzi, 21 anni. Era stato fermato poco tempo prima a una manifestazione di Movimento Politico, l’or­ganizzazione degli skinhead. Erano tutti e due imbottiti di cocaina. Sul muro della banca, per giorni, tanti fiori e scritte: “Muore un camerata, ne na­scono altri cento. Onore a Kapplerino”. Maurizio Boccacci, il leader degli skin, in­tervistato a caldo da un giornalista che brutal­mente gli dà la notizia della morte dichiara: “Era un caro amico, che aveva avuto il co­raggio di fare le sue scelte. Lo conoscevo dal tempo del Fuan anche se non lo vedevo da molto. Lui e Gau­denzi comunque restano due camerati”. E alla richiesta di notizie su Gaudenzi re­plica secco: “Non voglio parlarne. Comunque non ci finanziamo con rapine”. Anche Boccacci le sue scelte le ha sempre fatte, scelte anche violente, ma sempre politiche. 

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