martedì 16 maggio 2017

Da Rauti a Bossi se la destra si spacca

(G.p) Il collega Antonio Rapisarda, dalle colonne de Il Tempo, storico quotidiano romano, con un interessante articolo che pubblichiamo per intero, approfittando delle ultime vicende in casa Lega Nord per l'indipendenza della Padania con la probabile uscite dal Carroccio del senatur Bossi, fa un pò di archeologia della storia delle scissioni a destra. Da quella di Democrazia Nazionale nel lontano 1976 a quella di Futuro e libertà del 2010. 


“Te ne vai o no? Te ne vai sì o no?”. Per settimane è stato questo il leit-motiv che ha accompagnato l'ennesima scissione a sinistra, quella consumata nel Pd con la fuoriuscita dell'ex segretario Pierluigi Bersani e dei suoi Democratici e progressisti. Se quello che è stato ribattezzato il “male storico della sinistra” ha visto i suoi albori nella storica divisione del '21 a Livorno tra socialisti e comunisti anche a destra traumi, rotture e separazioni hanno creato letteratura e, a quanto si vede, non passano mai di moda. L'ultima, per molti altamente probabile, è quella che si potrebbe consumare in Lega Nord dove il fondatore Umberto Bossi – battuto per la seconda volta da Matteo Salvini, stavolta per mezzo dello sfidante Gianni Fava - ha decretato addirittura «la fine del Carroccio» e si è detto pronto a smobilitare l'ufficio di sempre in via Bellerio per stringere un accordo con l'irriducibile indipendentista Roberto Bernardelli. Quella di Bossi, per quanto dal valore altamente simbolico, non sarebbe la prima scissione dell'era Salvini, dato che circa due anni fa anche Flavio Tosi, sindaco di Verona uscente, ha pensato bene di lasciare il Carroccio in polemica col segretario – denunciando la rottura del cosiddetto “Patto del Pirellone” da parte dell'altro Matteo - per fondare il suo movimento Fare! (con la differenza, rispetto alle invettive del Senatur, che con questo è entrato nell'orbita centrista). Se in questa alba di Terza Repubblica, caratterizzata dalla personalizzazione delle leadership, le scissioni sono quasi sempre “contra personam” - contro Salvini, contro Renzi – tra la prima e la seconda, a destra, ci è divisi anche sui contenuti e su laceranti questioni con la storia. La più celebre, per dimensioni e per carica emotiva, è la celebre scissione di Democrazia nazionale, avvenuta nei confronti del Movimento sociale nel 1976 nel nome di un'emancipazione dalla dottrina del fascismo, e che costò al partito della Fiamma il dimezzamento della rappresentanza parlamentare. Ebbene, davanti a questa decisione (che si rivelò poi una scissione “di vertici” senza consenso nell'elettorato) Giorgio Almirante reagì con un durissimo editoriale sul Secolo d'Italia - pubblicato la vigilia di Natale del '76 - dal titolo che non ha bisogno di spiegazione: “Il partito compatto espelle i disertori”. Bisognerà aspettare quasi vent'anni, poi, per vivere un'altra stagione di lotta interna e di alto profilo a destra. Esattamente nel 1995, quando Pino Rauti, non accettando la svolta di Fiuggi (ribattezzata «l'abiura»), che porterà la trasformazione del Msi in Alleanza nazionale, fondò il Movimento sociale-Fiamma Tricolore: un soggetto che riuscì nei primi anni di vita non solo a raccogliere diversi esponenti e militanti ma anche a far perdere il Polo delle libertà nel '96 rosicchiando voti determinanti nei collegi. L'emorragia a destra non si esaurisce qui. Undici anni dopo – in aperta polemica al progetto di Gianfranco Fini di portare An nella famiglia democristiana del Ppe – è Francesco Storace, ex sodale del segretario, a lasciare il partito che aveva contribuito a fondare per dare vita a La Destra. Anche Fini, da parte sua, non si farà scappare l'occasione di operare una scissione: anch'esso con un partito che aveva contribuito a far nascere, il Pdl. Il 5 settembre 2010, dalla storica festa di Mirabello, dopo le infinite polemiche con Silvio Berlusconi e il famoso “Che fai, mi cacci?”, lanciò la costituzione di Futuro e libertà. Che poi quest'ultima si sia rivelata senza senza tanto futuro (proprio come Democrazia nazionale) è un'altra storia.

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